Le politiche per la montagna piemontese: strategie e progettualità

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    Introduzione

    Lontani dalla rivalità con le aree urbane, lontani dall'assistenzialismo e dalle logiche della conservazione a tutti i costi. Le "minoranze", lungo la storia, hanno sempre provato, nel rivendicare i loro diritti, a inveire contro chi le differenze non le ha mai riconosciute. I risultati non sono sempre stati positivi e le sconfitte sono arrivate puntuali: così chi è rimasto ha cambiato strategia. Vale anche per i territori montani oggi, per le comunità che abitano e credono nelle Terre Alte, per il sistema di Enti locali che si organizza.

    Gli ultimi quattro decenni sono stati articolati in diverse fasi e di certo il Piemonte è sempre stato protagonista nel definire i passaggi; allo stesso modo è per il "sistema montagna" piemontese e italiano che oggi vive l'ennesimo cambiamento. Radicale, di paradigma.

    Per capire come leggere questa nuova fase, proviamo a guardare a cosa vi è stato prima, senza andare troppo indietro. Gli anni novanta erano stati quelli del grande fermento e della spinta pubblica, della spesa e della norma, trionfanti sistemi per il controllo dal centro verso i territori; soldi, tanti, con il fondo nazionale montagna che veniva erogato da Roma a tutte le Comunità montane; norme, intelligenti, come la 97/94, completo articolato dedicato alle Terre Alte; o le regionali 16/1999 e 13/1997, quella sull'acqua che ha introdotto il "fondo Ato". Questa fase si chiude con i primi anni del nuovo millennio, quando sembrava (solo sembrava) di poter arrivare ad una nuova legge nazionale sulla montagna e dunque ad una crescente attenzione. La seconda fase è opposta: è sintetizzabile nei contenuti del libro di Rizzo e Stella "La Casta" che partiva dal Palagiano, Comunità montana in riva al mare. Con buona dose di demagogia attaccava un sistema senza spiegarlo nelle sue funzioni. Quello è stato l'inizio della disgregazione del legame tra istituzione, politica ed elettori, cresciuta poi con il "grillismo" e l'ultima Lega, assieme a tutti i movimenti antipolitici europei. Così la Casta impone di togliere, azzerare tutto. Il Piemonte apre la strada: prima riduce gli enti, poi decide di liquidare tutte le Comunità montane, di fatto azzerando le politiche per la montagna contro le quali si era mossa anche Roma azzerando il fondo nazionale. La terza fase è quella della ricostruzione: da Comunità a Unioni montane di Comuni, 56 oggi in Piemonte, nate "dal basso" da logiche di amicizie o inimicizie tra amministratori, con le conseguenti difficoltà di strutturazione. Polemiche, lotte contro le istituzioni, rivendicazioni sindacali, manifestazioni di piazza, un mix perfetto, esplosivo.

    Aprire oggi una quarta fase di sviluppo e crescita dei territori montani è molto più di una necessità: istituzionale, politica, prima di tutto culturale, per consolidare un sistema e un modello di governance, imperniato sulle Unioni di Comuni, che riduca la frammentazione degli Enti e delle idee. Insieme possono condividere progetti e opportunità; attrarre investimenti di privati, di chi vuole vivere e fare imprese nelle aree montane, è al primo posto dell'agenda. Le macchine tecniche e politiche degli enti hanno molti margini di miglioramento nel conoscere opportunità e vie dei fondi europei, mondo complesso, insidioso e pieno di contrasti. Un mondo competitivo, come è sempre di più quello in cui si muovono le aziende, vince chi ha le idee migliori e si inserisce nelle cordate più forti, vale per la manifattura come per gli Enti locali. Competitività interna alle Regioni, ma anche nell'arco alpino, i fondi europei, per progetti di studio e infrastrutture, non arrivano per caso, automaticamente sui territori; contano dimensioni, completezza dei dossier e capacità di unire assi temporali di intervento immediato a logiche e visioni di medio-lungo periodo, cioè cosa faccio subito e cosa voglio che quel territorio diventi, tassello dopo tassello, unendo più progetti e più fonti di finanziamento. Ci sono già valli alpine e territori appenninici che ci sono riuscite: continuano a programmare e a inventare o a copiare bene da altri che hanno già fatto. Chi ha partecipato a incontri europei dove si tracciano le linee di programmi di cooperazione territoriali quali Interreg, Central Europe, Spazio Alpino, l'ha capito. L'Italia spesso soccombe non avendo una politica nazionale per le aree montane, rispetto invece ad assi - quello tedesco in particolare – determinati e con chiarissimi obiettivi. Lo si è visto anche con i primi passi della Strategia macroregionale alpina: non una nuova istituzione, ma un raggruppamento di 48 Regioni di sette Stati che provano ad armonizzare le politiche per le aree alpine. Mille incognite, tante domande, molto da costruire.

    Vi sono poi tre grandi assi che richiedono un impegno diverso dal passato, nel nome dell'innovazione. Defiscalizzare imprese ed esercizi commerciali prima di tutto; una fiscalità specifica e peculiare per i territori- da attuare non in base all'altitudine dei Comuni ma rispettando le fasce di marginalità socio-economica che molte Regioni italiane hanno definito (in Piemonte ci ha pensato Ires). Non potendo (forse) ridurre l'Iva si può intervenire sull'Irap, con un provvedimento regionale, ovvero sulla Tari, con decisioni comunali. Servono norme cornice sulle quali muoversi.

    Altro fronte tutto da percorrere è quello legato alla creazione di green communities e smart valley. Vigenti leggi impongono, anche nelle aree montane (come già nelle zone urbane) di lavorare in queste direzioni come il Collegato ambientale alla legge di stabilità, varato dal Parlamento a dicembre 2015: nei suoi 74 articoli rilancia il ruolo di chi produce e immagazzina risorse naturali, le gestisce e ne consente la fruizione all'intera collettività. Le aree montane sono il luogo naturale dove la green economy può crescere e dare risposte alla crisi occupazionale e alla fuoriuscita di "cervelli"; unita al rilancio della più moderna e tecnologica agricoltura, la gestione forestale e del ciclo idrico è un compito degli enti montani, ai quali deve essere riconosciuto l'impegno anche con forme monetarie. Superando l'assistenzialismo, il Collegato definisce il pagamento dei servizi ecosistemici-ambientali: immagazzinare acqua, assorbire Co2 nelle foreste e nel prato pascolo, garantire l'assetto del territorio, l'equilibrio climatico, sono i grandi assi che la montagna ha nel suo dna; vanno organizzati, strutturati, resi remunerativi. In questo sta il patto nuovo della montagna con le aree urbane: l'esempio su tutti è quello della Città metropolitana di Torino. Costruisce un legame tra capoluogo e Terre Alte se capisce l'importanza dei servizi ecosistemici che la montagna mette sul piatto e per i quali ha bisogno di un corrispettivo. Ecco il cambio di paradigma e di visione che deve impegnare gli amministratori. Costruire una green community passa da qui, non senza il lavoro su piccoli impianti da fonte rinnovabile, efficientamento energetico degli edifici, pubblici e privati, infrastrutturazione digitale, servizi informativi per la PA e i cittadini, mobilità intelligente (a chiamata con un Uber della montagna, perché no), accumulo di energia elettrica prodotta.

    La montagna deve avere questi temi nell'agenda e, ancor prima, deve credere in una nuova rappresentanza. La debolezza dei territori nel non avere "presenze" certe e continuative a Roma in Parlamento come a Torino in Consiglio regionale, capaci di rappresentare interessi e obiettivi delle Terre Alte, va risolta. Agire sulla rappresentanza è la via maestra per contare. Per poter avere voce. Anche su questo è venuto il tempo di cambiare. Così come sulla selezione e sulla formazione della classe dirigente che, nelle aree montane, non è più debole che altrove. Patisce la frammentazione, anche del pensiero. Su questo possiamo agire, con il sistema di enti locali da rendere più coeso.

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