Fare impresa nelle Terre Alte: problemi e indicazioni di policy

    di Questo indirizzo email è protetto dagli spambots. È necessario abilitare JavaScript per vederlo. (Dipartimento CPS, Università di Torino; Collegio Carlo Alberto)

    Introduzione

    A partire dal Secondo Dopoguerra, le aree montane, alpine e appenniniche, hanno conosciuto "spirali perverse" del sottosviluppo scandite da fasi sequenziali di contrazione demografica ed economica, impoverimento dei servizi e di infrastrutturazione. Sinteticamente, l'esodo di manodopera dalla montagna verso la pianura industrializzata ha determinato il calo della popolazione e il conseguente abbandono di attività economiche agro-silvo-pastorali; ciò, a sua volta, ha inciso sulla riduzione della superficie agricola utilizzabile (Sau).

    Tali problemi di marginalità non configurano un esito ineluttabile: anche le Terre Alte piemontesi hanno conosciuto processi di ripopolamento stimolati dall'insediamento vocazionale di nuove popolazioni. Su questo sfondo, la ricerca si è posta l'obiettivo generale di identificare le specificità dei modelli organizzativi aziendali che stanno emergendo nelle esperienze della micro-impresa di montagna, con particolare riferimento alla filiera agro-pastorale. L'obiettivo operativo è restituire ai decisori puntuali indicazioni per la fornitura di servizi reali (tutoraggio, formazione, ricerca, accesso ai capitali) di supporto sia all'azione pubblica (beni comuni) che a quella privata (imprenditorialità leggera). L'indagine si è concentrata su 3 aree alpine, scelte per la loro eterogeneità produttiva e rappresentatività territoriale:

    - le valli biellesi;

    - le valli cuneesi e la limitrofa Val Pellice;

    - le valli di Lanzo.

    In media sono state coinvolte 20 imprese e 10 testimoni privilegiati per ambito territoriale, per un totale di 90 interviste complessive. La premessa sostanziale è che le criticità e le conseguenti azioni a favore delle filiera agro-pastorali di montagna sono indissolubilmente connesse al modello aziendale presente nelle valli della montagna piemontese, che è basato su un'agricoltura contadina e familiare. Dal sesto Censimento dell'Agricoltura 2010 (Istat 2010) emerge che circa il 97% delle aziende agricole piemontesi è a gestione diretta del titolare; prevale la piccola dimensione e la produzione standard delle imprese è inferiore agli 8mila euro l'anno. Le proposte operative per il sostegno delle terre alte regionali non possono prescindere da questo quadro di sfondo.

     

    Analisi dei risultati

    Le criticità emerse testimoniate dai titolari di piccole imprese della filiera agro-pastorale sono riconducibili a diversi ambiti (giuridico-normativo; economico; socio-culturale) e macro-categorie tematiche:

    Spirale burocratica. Il carico burocratico-amministrativo è considerato troppo gravoso per le produzioni di piccola scala insediate in montagna, che per competere fanno leva perlopiù sull'artigianalità e la qualità. Gli adempimenti che coinvolgono i vari ambiti dell'attività, dalla normativa sulla sicurezza sul lavoro agli standard di protezione ambientale e benessere animale, passando per i rigidi regolamenti di tipo igienico-sanitario fino agli oneri di certificazione, assoggettano le micro-imprese a un complesso sistema di prescrizioni calibrato sul modello agro-industriale/agri-meccanico della pianura. L'espletamento delle pratiche previste e gli adeguamenti continui (rinnovo patentini, tenuta di registri ecc.), per il livello di competenze e il tempo necessari, richiederebbero una figura professionale dedicata che le piccole realtà a conduzione familiare, a causa della bassa redditività e la mancanza di specializzazione funzionale, non riescono a prevedere. L'impegno burocratico ricade quasi sempre all'interno della "famiglia-azienda" anche quando la complessità delle procedure e delle varie autorizzazioni comporterebbe il ricorso a consulenze professionali a pagamento. Il rispetto delle varie normative è vissuto con un senso di insofferenza e avversione tanto più per quelli che vengono indicati come anacronismi legislativi. Un esempio in tal senso è fornito dalle leggi forestali regionali che prevedono restrizioni al pascolo caprino nelle aree boschive, ai fini della salvaguardia del patrimonio ambientale: "la capra nemica del bosco". Tali restrizioni, emanate quando la pressione dell'uomo e degli animali domestici sul bosco era forte, appaiono ingiustificate in seguito al fenomeno di spopolamento delle terre alte, avvenuto nel corso del Novecento, e alla conseguente riforestazione naturale, andata di pari passo con l'ampia diffusione di ungulati selvatici. La progressiva rarefazione degli abitati e delle attività zootecniche nelle zone montane, favorendo l'avanzata di neoformazioni vegetazionali rispetto ai prati, comporta la diminuzione delle superfici destinate ai pascoli. Oltre al danno in termini ecologici causato dalla riduzione dei terreni agricoli, ciò può significare l'inammissibilità di tali superfici agli aiuti diretti della Politica Agricola Comunitaria (PAC), così come testimoniato da una realtà agricola in Val Maira.

    Accesso a finanziamenti e al credito ordinario. Uno dei problemi maggiormente messi in evidenza dagli imprenditori agricoli, specialmente dai nuovi insediati, riguarda il finanziamento dei progetti imprenditoriali. Le forme di sostegno europee (sia quelle dirette, primo e secondo Pilastro della PAC, sia i programmi regionali co-finanziati-PSR), infatti, appaiono più come nodi critici che come reali opportunità. Le politiche rurali comunitarie pensate per promuovere la qualità, il rispetto dell'ambiente, il greening e lo sviluppo del turismo rurale, spesso sono appannaggio della grande impresa agro-industrialista. D'altronde, si rivela difficoltoso anche l'accesso al credito ordinario da parte di chi non dispone di risorse finanziarie e garanzie reali. Questo sembra valere a maggior ragione per le iniziative connotate da una forte valenza innovativa.

    Accesso alla terra e alla casa. La frammentazione fondiaria è tra le maggiori criticità tanto per chi cerca superfici agricole per avviare un progetto imprenditoriale quanto per chi vorrebbe ampliare un'attività esistente: per ogni acquisizione di particelle si rende necessario un atto notarile e spesso la ricomposizione è impedita dall'interposizione di terreni "silenti", di cui non si conosce l'effettiva proprietà essendo gli ultimi eredi sparsi per il mondo. La Regione Piemonte ha affrontato il problema approvando una legge pionieristica (Legge regionale 2 novembre 2016, n. 21) che contribuisce finanziariamente al sostegno delle Associazioni Fondiarie (Asfo). Al momento dello studio, circa un anno dopo l'approvazione della legge, si è avuto modo di esplorare la fase di costituzione delle Asfo in varie valli montane, evidenziando la tendenziale reticenza alla partecipazione dei proprietari dei fondi a queste forme di associazionismo anche a causa di un tiepido impegno di molti Comuni. Alla luce di ciò, si ritiene che la ricomposizione delle complicate geografie catastali da parte delle Asfo sarà un processo con risultati nel medio periodo, che per dispiegarsi necessiteranno del lavoro di sensibilizzazione e supporto tecnico delle amministrazioni comunali.

    Il tema dell'accesso alla casa, ovvero dell'offerta abitativa, e ai locali dove insediare l'attività (dalle stalle ai laboratori di trasformazione, passando per le strutture per la vendita diretta) si configura con problematiche simili. In montagna sono numerosi gli edifici abbandonati e fabbricati rurali, molti nel tempo sono diventati ruderi. A fronte di una domanda abitativa inevasa e un bisogno di spazi da rifunzionalizzare per attività economiche da parte di target specifici di persone: neo-rurali e neo-imprenditori nel settore turistico, comunità di interessi o di pratiche, "gruppi attivi" che facilitano l'insediamento tramite l'incoming. La proprietà spesso risulta indivisa e frazionata tra molti eredi e anche qui non raramente, i proprietari risultano difficilmente reperibili perché migrati all'estero nel corso del '900.

    Accesso al sapere e sostegno nella fase di start up. La questione dell'accesso viene declinato anche rispetto al sapere, configurandosi con la carenza di adeguati percorsi di formazione rivolti alle professioni agro-pastorali. Nello specifico ambito delle produzioni animali, in Italia a differenza di quanto avviene per esempio in Francia, non vi è un sistema formativo, articolato in vari livelli, finalizzato a formare figure altamente specializzate (high-skilled). Nella realtà francese, l'ordinamento scolastico contempla scuole agricole che non dipendono dal Ministero dell'Istruzione, ma da quello dell'Agricoltura. Oltre alla formazione scolastica è previsto l'istituto dell'apprendistato e la formazione continua per adulti (specializzazione o riconversione professionale). Le scuole per pastori rilasciano brevetti professionali dopo un percorso che prevede l'alternanza tra lezioni frontali e periodi di lavoro in aziende. Sul modello francese, anche la Spagna ha istituito 6 scuole per pastori e figure professionali nell'ambito della zootecnia con l'obiettivo dichiarato di arrestare la diminuzioni di allevamenti ovini e bovini su tutto il territorio nazionale. L'Istituto lattiero caseario e delle tecnologie agroalimentari di Moretta (CN) rappresenta un caso quasi unico nel panorama nazionale. Questo ente di formazione rappresenta una buona pratica nell'ambito del settore agro-alimentare che da solo però non copre i diversi bisogni formativi di chi fa impresa in montagna: gli intervistati lamentano la mancanza di un percorso che si configuri come accompagnamento di tipo tecnico-manageriale alle varie attività agro-pastorali. Un tipo di supporto e assistenza tecnica che, secondo la loro esperienza, si rivelerebbe utile alle aziende in fase di start up come anche alle imprese esistenti intenzionate a migliorare le loro condizioni di sviluppo.

    Impoverimento attività terziarie e mancato rinnovamento dei modelli di gestione turistica. Nelle aree di montagna la struttura economica locale deve fare i conti con le risorse umane rarefatte o quasi assenti. Di solito lo spopolamento dei territori è l'elemento che innesca la spirale perversa della marginalità: la contrazione demografica ed economica provoca, infatti, la perdita di capitale umano e con esso si determina l'impoverimento dei servizi essenziali e degli investimenti pubblici nelle infrastrutture, sia di trasporto sia digitali. Tali condizioni, a loro volta, diventano un freno per le attività d'impresa, indebolendo la capacità di creare lavoro, reddito e domanda locale. Nelle valli montane oggetto di studio è emerso come il tessuto produttivo sia basato prevalentemente sulle PMI e si è rilevato dalle testimonianze che vi sarebbero ancora spazi per l'imprenditoria, individuale e comunitaria, in vari settori: dalla zootecnia alla valorizzazione del patrimonio ambientale e culturale, passando per la gestione delle risorse energetiche locali e il "turismo lento" di tipo escursionistico e "esperienziale", che riescano a coniugare la scoperta di itinerari di interesse naturale con la visita a laboratori artigiani (dall'agro-alimentare alle produzione artigiane locali), coinvolgendo direttamente i viaggiatori.

     

    Conclusioni

    A partire da queste problematiche, sono stati elaborati possibili interventi per facilitare il percorso dei nuovi montanari che desiderano realizzare la loro progettualità e, al contempo, rimuovere gli impedimenti allo sviluppo delle aziende già attive. Per contrastare i processi di marginalizzazione delle montagne si ritiene fondamentale portare sui territori dei nuovi residenti: sui crinali i piccoli numeri pesano molto di più che in pianura! Del resto, è necessario trattenere a monte chi già vi opera, migliorando la loro qualità di vita e le condizioni di lavoro. In sintesi, le problematiche e le soluzioni proposte sono:

    1. Spirale burocratica → Semplificazione normativa per le attività agricole di piccola scala (legge per agricoltura contadina);

    2. Accesso a finanziamenti UE e al credito ordinario → Forme di micro-credito per le micro-filiere e messa a disposizione di tecnologie appropriate all'orografia e alla dimensione aziendale;

    3. Accesso alla terra e alla casa → Promozione di politiche di contesto per l'incoming insediativo e l'housing auto-costruito, nonché per la ri-funzionalizzazione di beni comuni;

    4. Accesso al sapere e sostegno alle micro-imprese → Costruzione di Pacchetti di formazione dedicata per l'agro-pastoralismo di montagna, incubazione e accelerazione di micro-imprese innovative);

    5. Impoverimento attività terziarie → Accompagnamento di processi a favore di imprenditoria di comunità (cooperative di comunità).

    Tali azioni sono state elaborate a partire dai bisogni emersi durante le interviste. Il filo rosso che collega le diverse proposte è quello di "curvatura territoriale" delle misure di policy: le azioni e le politiche pubbliche (comprese quelle delle Fondazioni e dei soggetti privati che si pongono obiettivi pubblici) devono curvare le loro strategie sulle caratteristiche dei territori, evitando di adottare strategie one-size-fits-all, "disegnate" solo sulle frontiere tecnologiche, istituzionali, demografiche ed economiche dei grandi agglomerati urbani (Barca 2017).

     

    Bibliografia

    Barca F. (2017), "Inequalities, anger and territorial dimension. The rural-urban divide, its causes and the italian place-based strategy to tackle it", Paper per la conferenza "Trends in inequality: social, economic and political issues" Istituto Cattaneo, Bologna, November 2-4, 2017.

    Barbera F. (2018) (a cura di), "Imprenditorialità diffusa e filiera di comunità nelle Terre Alte", Collegio Carlo Alberto e Accademia delle Alte Terre, Report ad uso interno, mimeo.

     

     

     

     

     

    Nota(1) Questo articolo si basa sul report "Imprenditorialità diffusa e filiera di comunità nelle Terre Alte" (Collegio Carlo Alberto e Accademia delle Alte Terre). La ricerca, coordinata da Filippo Barbera, è stata realizzata da Roberto Di Monaco, Francesca Salivotti, Silvia Pilutti ed Elena Sinibaldi

    Nota(2) Sono state considerate le Valli Maira, Varaita, Gesso, Stura e Vermenagna

    Copyright © 2018 Politiche Piemonte. Tutti i diritti riservati.