Editoriale nr. 57 - Il cambiamento climatico

     A cura di Questo indirizzo email è protetto dagli spambots. È necessario abilitare JavaScript per vederlo.(Università di Torino) e Questo indirizzo email è protetto dagli spambots. È necessario abilitare JavaScript per vederlo.(Arpa Piemonte)

    Questo numero di Politiche Piemonte è dedicato al cambiamento climatico. Si tratta di un approfondimento programmato un anno fa che, per una fortunata combinazione, esce in concomitanza con le proteste di Friday For Future, in cui centinaia di migliaia di giovani in tutto il mondo chiedono a gran voce ai politici di “fare il proprio dovere” e “porre un rimedio immediato al cambiamento climatico” che graverà pesantemente sul loro futuro. Questa combinazione è positiva e va colta pienamente perché consente di avere un pubblico di lettori interessati a capire meglio cos’è il cambiamento climatico, perché è un problema di una gravità e una urgenza eccezionali, quali impatti sta provocando a livello regionale e quali possono essere le soluzioni.

    Il tema è particolarmente interessante e dibattuto e ha richiesto l’organizzazione di un numero speciale di Politiche Piemonte che ha dovuto fronteggiare due difficili sfide. La prima ha riguardato la complessità dell’argomento trattato: per comprendere il cambiamento climatico e le sue conseguenze bisogna illustrare dinamiche e fenomeni molto tecnici, che devono essere esposti in modo semplificato evitando però banalizzazioni. Ne risulta un numero composto da articoli mediamente più lunghi di quelli abituali, in cui le argomentazioni tecnico-disciplinari sono state sempre espresse attraverso un linguaggio comprensibile anche ai non addetti ai lavori. Speriamo che il risultato finale sia all’altezza delle aspettative dei nostri lettori.

    La seconda sfida, forse ancora più ardua, è quella dell’aderenza alla realtà. In un’epoca di pensiero debole, oramai assuefatti ai dibattiti tra opinioni come unica fonte di conoscenza, in cui i pareri personali prevalgono sulle competenze, è difficile trattare l’argomento del cambiamento climatico senza cadere nella perniciosa trappola della contrapposizione tra narrazioni diverse: da un lato i negazionisti e dall’altro i catastrofisti. L’obiettivo ultimo di Politiche Piemonte non è fare “audience” ma informare e formare nel modo più oggettivo e aderente alla realtà possibile. Come per gli altri numeri di questa rivista, anche per trattare il tema del cambiamento climatico abbiamo quindi scelto di illustrare ed esporre quegli studi e ricerche che rispecchiano un criterio di scientificità e aderenza alla realtà. I pareri personali, le opinioni di politici di spicco, le tesi complottiste, le distorsioni negazioniste, e quant’altro caratterizza le discussioni su questo tema sono volutamente lasciati da parte, per dare voce a quelle migliaia e migliaia di scienziati, appartenenti a molte discipline diverse, che da decenni studiano e pubblicano non pareri o opinioni personali, ma ricerche scientifiche controllate e verificate, che concorrono, in modo unanime, a disegnare quanto oggi noi sappiamo sul cambiamento climatico e sui suoi reali impatti.

    Anche l’editoriale è diverso dal solito ed è molto più consistente, per dare spazio all’esposizione di alcune brevi informazioni che spieghino al lettore non esperto cosa sia il cambiamento climatico, quale sia il livello di comprensione e accettazione di queste dinamiche da parte della comunità scientifica, quali saranno i principali impatti attesi a livello mondiale e cosa si potrebbe (o dovrebbe) fare per porre rimedio a questo problema. Conoscenze che saranno d’aiuto ai lettori per contestualizzare e comprendere meglio i contenuti degli articoli del numero.

     

    Cosa dice la scienza sul cambiamento climatico?

    La comunità internazionale ha deciso nel 1988 di fondare, sotto l’egida delle Nazioni Unite, l’Intergovernamental Panel on Climate Change (IPCC), un foro scientifico cui partecipano scienziati e rappresentanti di tutte le nazioni, con il compito di raccogliere e sistematizzare le informazioni scientifiche sul cambiamento climatico e sui suoi impatti, sviluppate dai diversi centri di ricerca presenti nel mondo. Il Quinto e più recente Rapporto dell’IPCC[1] è un lavoro monumentale: ha coinvolto più di 800 scienziati che in vari anni di lavoro hanno descritto, in migliaia di pagine, le conoscenze accettate dalla scienza sul funzionamento del sistema climatico e sul suo cambiamento.

    Le conoscenze che emergono dal Rapporto sono numerosissime. È bene citare anzitutto le molte e robuste evidenze sperimentali del riscaldamento del pianeta Terra, spesso negate dagli scettici sulla base di mere opinioni personali, o, peggio, di interessi politici ed economici. Qui di seguito illustriamo alcune delle più importanti.

    • Gli scienziati concordano nell’affermare che “il riscaldamento del sistema climatico terrestre è un fatto inequivocabile”. Ecco le principali evidenze fisiche:
    • la temperatura media globale superficiale è aumentata di quasi 1°C dal periodo preindustriale a oggi, con un tasso che, considerando solo gli ultimi 60 anni, è pari a 0.12°C/decennio;
    • la temperatura superficiale dell’oceano è aumentata: nei primi 75m il riscaldamento, dal 1971 al 2010, è avvenuto al tasso di 0.11°C/decennio;
    • le quantità di ghiaccio e di neve presenti nell’emisfero Nord sono diminuite;
    • la superficie a permafrost è in generale degradazione;
    • il livello globale medio del mare dagli inizi del 1900 è cresciuto di 19 cm, a causa soprattutto dell’espansione termica e anche dell’apporto di nuova acqua dalla fusione dei ghiacci.
    • Gli scienziati sottolineano in modo concorde che “le concentrazioni atmosferiche di gas ad effetto serra sono cresciute a partire dall’era preindustriale, a causa della crescita economica e dell’aumento della popolazione, raggiungendo valori che non hanno precedenti negli ultimi 800.000 anni”. Più in dettaglio:
      • La concentrazione del biossido di carbonio (CO2), il principale gas serra, è aumentata dal 1750 a oggi del 40%, passando da valori preindustriali di circa 280 parti per milione fino a raggiungere, nel febbraio del 2019, il valore record di 411 parti per milione.
      • Anche la concentrazione di altri importanti gas serra come il metano (CH4) e il protossido di azoto (N2O) è aumentata dall’epoca preindustriale a oggi rispettivamente del 150% e 20%.
    • Il Rapporto dell’IPCC dichiara che “il fattore umano è la causa dominante del riscaldamento globale”. Questa affermazione è connotata come estremamente probabile (extremely likely): questo vuol dire che la probabilità che non sia cosi è minore del 5%.

     

    Quali sono gli impatti presenti e futuri causati dal cambiamento climatico?

    Il Quinto Rapporto dell’IPCC dedica ampio spazio alle ricerche sugli impatti presenti e futuri causati dal cambiamento climatico. Ecco alcuni dei risultati più importanti che emergono su questo argomento.

    • I cambiamenti climatici osservati dal 1950 ad oggi hanno causato impatti diffusi sui sistemi naturali e antropici di tutti i continenti, dimostrando l’elevata suscettibilità degli ecosistemi e della società umana al clima e ai suoi cambiamenti.
    • Dal 1950 vi sono stati cambiamenti negli eventi meteorologici estremi collegati alle influenze umane, che includono una diminuzione dei casi di temperature estremamente fredde, un aumento delle ondate di calore e delle precipitazioni intense.

     

    Il Quinto Rapporto analizza anche le dinamiche future, ipotizzando possibili scenari fino al 2100, che variano in funzione dello sviluppo socio-economico e dalle politiche climatiche che saranno intraprese, e calcola l’aumento di temperatura atteso e i conseguenti impatti che ne deriveranno.

    • Le emissioni cumulative di biossido di carbonio e degli altri gas serra concorreranno a determinare il riscaldamento della superficie terrestre fino al 2100 e oltre.
    • In tutti gli scenari ipotizzati, anche in quelli con forte riduzione delle emissioni, le proiezioni indicano un aumento della temperatura media superficiale nel corso del secolo, di almeno 1.5°C oltre il livello preindustriale.
    • Gli studi dell’IPCC[2] mostrano, con evidenza scientifica, quanto sia importante contenere l’incremento di temperatura entro 1.5°C a fine secolo, per limitare il più possibile gli impatti che ne deriveranno. Un aumento di temperatura maggiore sarebbe decisamente pericoloso per la vita sul nostro pianeta. Considerando che l’aumento di 1°C è già avvenuto, il margine di ulteriore aumento possibile della temperatura è davvero ridotto.
    • In realtà, se il tasso di crescita della temperatura dovesse continuare ai ritmi attuali, senza ulteriori misure significative di mitigazione, ossia di riduzione sostanziale e prolungata nel tempo delle emissioni di gas serra, si raggiungerebbe un incremento di 5°C già intorno al 2040 e per fine secolo la temperatura potrebbe crescere nel range di 2-4°C e anche oltre.
    • È molto probabile che il riscaldamento globale determinerà un aumento della frequenza e intensità degli eventi di precipitazione intensa e, contemporaneamente, delle ondate di calore e dei periodi di siccità. Gli oceani subiranno un ulteriore riscaldamento e acidificazione e il livello medio del mare crescerà ancora. Si stima che la copertura nevosa sulle Alpi diminuirà del 50% già a partire dal 2050, mentre i ghiacciai alpini tenderanno a scomparire a fine secolo.

     

    Quali soluzioni al cambiamento climatico?

    Esistono due possibili linee di azione per contrastare il cambiamento climatico, tra loro complementari.

    • Le politiche di mitigazione puntano a ridurre le cause del cambiamento climatico e quindi anzitutto a diminuire le emissioni di gas climalteranti. Si tratta di azioni che devono essere concertate a livello globale fra tutte le nazioni affinché una politica di questo tipo possa avere effetto. Le principali tappe che hanno riguardato il cammino delle politiche di mitigazione sono qui di seguito illustrate.
    • Il Protocollo di Kyoto, firmato nel 1997, è il primo trattato internazionale incentrato sulla mitigazione. Con esso le nazioni sviluppate, che maggiormente avevano contribuito a innalzare le concentrazioni di gas serra in atmosfera (con l’eccezione di USA e Canada), si impegnavano a stabilizzare[3] le emissioni di tali gas nel quinquennio 2008-12.
    • Il cammino pensato dalla comunità internazionale per le politiche di mitigazione prevedeva un ulteriore trattato, che sarebbe dovuto partire alla scadenza del Protocollo di Kyoto e avrebbe dovuto aumentarne gli obblighi di riduzione ed estenderli a tutti i paesi del mondo. Purtroppo fino al 2015 le nazioni mondiali non sono riuscite a mettersi d’accordo e a formulare un nuovo trattato di mitigazione.
    • L’Accordo di Parigi, adottato da 195 paesi nel 2015, ha come scopo dichiarato una riduzione delle emissioni di gas climalteranti che limiti il riscaldamento globale ai 2°C a fine secolo rispetto ai livelli pre-idustriali e, possibilmente, anche “ben al di sotto di questo valore”. L’accordo non è però basato sulla ripartizione di obblighi vincolanti di riduzione delle emissioni, bensì sull’autodichiarazione volontaria, da parte di ogni paese, di obiettivi di riduzione scelti in completa autonomia. Nessun meccanismo vincola quindi una nazione a fissare e rispettare un certo obiettivo ma tutto è lasciato alla buona volontà delle singole nazioni.
    • Gli attuali impegni di riduzione delle emissioni assunti dai paesi con l’Accordo di Parigi non bastano per limitare il riscaldamento planetario a 1.5°C e neppure a 2°C. Per evitare un aumento delle temperature maggiore, che provocherebbe impatti molto elevati a livello planetario, il rapporto dell’IPCC sollecita sostanziali e immediate misure di riduzione delle emissioni in atmosfera di gas a effetto serra, sottolinea l’urgenza di investire sui sistemi di cattura del carbonio e sprona ad agire per una transizione rapida e di vaste proporzioni dei sistemi energetici, nelle aree urbane e rurali, nelle infrastrutture (inclusi i trasporti e le costruzioni) e nei sistemi industriali, transizione che dovrebbe determinare una forte riduzione delle emissioni.
    • Le politiche di adattamento hanno come obiettivo la riduzione degli effetti del cambiamento climatico, ossia la limitazione degli impatti causati dal riscaldamento globale, e lo sfruttamento delle eventuali opportunità. Sono azioni che possono essere decise e intraprese a livello locale, in funzione delle caratteristiche fisiche, ambientali, sociali, economiche e culturali dei diversi territori. Questi, in sintesi, i principali momenti della loro evoluzione:
    • in un primo periodo (1990-2010) le politiche di adattamento sono state considerate solo in modo marginale e a scala europea o nazionale, perché l’attenzione si è maggiormente concentrata sulle politiche di mitigazione, nella speranza di fermare il riscaldamento planetario prima che potesse generare impatti a livello locale e globale;
    • purtroppo tali speranze sono state disattese dalle deboli politiche di mitigazione messe in atto a livello globale, anche per gli ingenti finanziamenti necessari: il riscaldamento del pianeta già provoca impatti a livello locale e globale e si prevede un loro forte aumento nei decenni futuri, anche in presenza di interventi di mitigazione importanti. Per questo sono diventate necessarie anche le politiche di adattamento, con cui i diversi territori possono prepararsi per affrontare i rischi di un clima che cambia;
    • negli ultimi anni è stata rivalutata l’importanza del ruolo delle politiche locali (regionali, comunali, di area urbana) per l’adattamento, perché in grado di incidere con maggior efficacia se contestualizzate e tradotte in azioni e misure concrete da applicare a uno specifico territorio; inoltre la definizione di tali misure a livello locale può coinvolgere le comunità e aumentarne così l’accettazione da parte del contesto esterno, che spesso è una delle cause che impedisce l’attuazione dell’adattamento.

    Mitigazione e adattamento sono strategie che devono essere perseguite contemporaneamente per ridurre e gestire i rischi del cambiamento climatico: sostanziali e immediate riduzioni nelle emissioni diminuiscono in modo determinante il rischio climatico nel XXI° secolo e oltre, aumentano la probabilità di un efficace adattamento, riducono i costi e le sfide della mitigazione nel lungo termine e contribuiscono allo sviluppo sostenibile e resiliente ai cambiamenti del clima.

    Gli articoli di questo numero di Politiche Piemonte

    A partire dal contesto sopra delineato gli articoli presentati in questo numero trattano più nel dettaglio la situazione del Piemonte in alcuni contesti, non esaustivi delle problematiche che il cambiamento climatico pone.

    Il primo intervento, di Loglisci N., Barbarino S., esamina in particolare come il riscaldamento globale si manifesta alla scala locale del territorio piemontese e come si stima che evolva. L’aumento di temperatura non è infatti uniforme sulla superficie terrestre e gli impatti che essa provoca possono essere molto differenti in funzione delle diverse caratteristiche fisiche del territorio. Esistono zone che rappresentano degli “hot spot” del cambiamento climatico, cioè aree dove il riscaldamento si manifesta in modo più evidente. L’area Alpina è riconosciuta essere uno di questi “hot spot” e l’articolo, esponendo in dettaglio i dati registrati in Piemonte, conferma questa prerogativa.

    Gli scritti di Ricozzi M., Zanetti C. e di Pelosini R., Ivaldi C., Reynaud G. trattano le influenze che il cambiamento climatico ha, rispettivamente, sull’agricoltura e sulla salute, due importanti comparti regionali che risultano particolarmente influenzati dal riscaldamento globale, sia direttamente, sia indirettamente, attraverso le modifiche delle matrici ambientali di aria e acqua.

    Infine, gli scritti di Chiantore D., Chiara J., Porro E., Garazzino A. e di Iacono M., illustrano i percorsi di adattamento che la Regione Piemonte e la Città di Torino stanno intraprendendo, evidenziando la complessità della trasformazione, anche istituzionale, che un approccio integrale al cambiamento climatico richiede. Il contrasto al cambiamento climatico, infatti, passa anche attraverso un cambiamento istituzionale: creare sinergie di interessi collettivi, costruire una grande alleanza -anche inter-generazionale-, pensare in modo diffusivo e connettivo, agire in modo inclusivo e partecipativo e imparare a farlo pensando al futuro.

     

    Per concludere

    Ridurre le emissioni di gas serra con azioni urgenti è un imperativo fondamentale, senza il quale il riscaldamento globale supererà alla fine del XXI° secolo i 2°C, rispetto al periodo pre-industriale, e determinerà impatti molto severi, come l’aumento degli estremi di temperatura in molte regioni del globo, l’incremento della frequenza e intensità degli episodi di siccità e delle precipitazioni intense, con danni alle infrastrutture e agli assetti socio-economici, l’innalzamento del livello del mare, con l’esposizione di molte aree costiere in cui vivono milioni di persone, l’aumento della temperatura degli oceani, dell’acidificazione e della perdita di ossigeno, con effetti conseguenti sulla vita marina e sulla risorsa pesca. Esistono molti altri effetti indiretti, come la perdita di biodiversità e i danni agli ecosistemi e ai servizi che forniscono, la minaccia alla sicurezza alimentare e ai mezzi di sostentamento, i nuovi conflitti per le risorse naturali, in primis l’acqua, le migrazioni. Alcuni impatti potranno essere irreversibili, anche perché le opzioni di adattamento si riducono drasticamente con l’aumento del riscaldamento globale.

    Per limitare il riscaldamento entro 1.5°C al 2100, valore per il quale i rischi sono importanti ma ancora affrontabili e gestibili, le emissioni nette di CO2 a livello globale nel 2030 devono diminuire del 45% rispetto ai valori del 2010, raggiungendo lo zero nel 2050.

    Questo significa, ad esempio, modificare i sistemi di produzione dell’energia verso modalità a basse emissioni: la percentuale di energia da fonti rinnovabili dovrà essere del 70-85% nel 2050, accompagnata da una riduzione della richiesta energetica. Le emissioni del comparto industriale dovranno essere del 65–90% più basse nel 2050 rispetto al 2010.

    È necessario cambiare le modalità di pianificazione urbanistica e territoriale delle aree urbane, con importanti riduzioni delle emissioni nei trasporti e nelle esigenze energetiche degli edifici. Gli investimenti complessivi nel settore energetico dovranno aumentare del 12% rispetto a quelli messi in campo oggi e gli investimenti annuali in tecnologie a basse emissioni e efficienza energetica dovranno essere almeno sei volte maggiori nel 2050 rispetto al 2015.

    La sfida per la mitigazione è globale, impegnativa e quanto mai urgente, a tutti i livelli di governo. La Commissione Europea, nel quadro finanziario del prossimo settennato 2021-2027, si propone di fissare un obiettivo più ambizioso di integrazione degli aspetti climatici in tutti i programmi dell'UE, che porta al 25% la quota di spesa dell'UE per il raggiungimento degli obiettivi in materia di clima. È auspicabile che il territorio piemontese sia pronto e attivo per cogliere al meglio queste opportunità che possono rappresentare soluzioni win-win (doppiamente vincenti) in cui la ricerca di nuove soluzioni per decarbonizzare le nostre economie e la riorganizzazione stessa delle attività produttive può diventare il motore di una nuova forma e una rinnovata stagione di sviluppo locale, capace di rispondere ai bisogni della presente generazione senza impedire alle generazioni future di soddisfare i propri, ossia senza sottrarre ai giovani, che oggi giustamente marciano e protestano nelle piazze, il loro futuro.

    scarica il pdf del nr. 57

    [1] Il Quinto Rapporto è gratuitamente scaricabile al seguente link, dove si trovano tutti i report dell’IPCC: https://www.ipcc.ch/reports/

    [2] Vedere il rapporto dell’IPCC “Global warming of 1.5°C”, scaricabile gratuitamente dal sito: https://www.ipcc.ch/sr15/

    [3] Con la dicitura stabilizzazione delle emissioni si intende un abbassamento delle emissioni che non punta a ridurle a zero e quindi ad annullarle, ma a renderle costanti nel tempo, sempre uguali ad un certo valore. Si tratta di una prima fase transitoria, che non porta ad una riduzione dell’effetto serra perché le emissioni continuano ad essere presenti. A questo primo stadio avrebbe dovuto seguire un azzeramento delle emissioni che è l’unica misura di mitigazione in grado di rallentare ed arrestare il cambiamento climatico.

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