Diffusione dei luoghi di culto islamici fra gestione della conflittualità ed opportunità di integrazione: il caso della moschea di via Urbino a Torino

    di Questo indirizzo email è protetto dagli spambots. È necessario abilitare JavaScript per vederlo. - Università degli Studi di Milano.

    Introduzione

    Oltre ad essere luoghi di culto, le moschee rappresentano per le comunità islamiche un modo per uscire dalla sfera privata ed entrare in quella pubblica rendendosi visibili, facendosi percepire in modo ufficiale. La costruzione di luoghi di culto in Italia è regolamentata da norme statali, regionali e pattizie (Concordato con la Chiesa Cattolica e intese con le altre confessioni religiose, in cui l'Islam non rientra) e spetta ai Comuni, nella cornice delle norme regionali, individuare nei piani urbanistici aree da destinare ad edifici di culto ed attrezzature per servizi religiosi sulla base delle esigenze della popolazione locale e delle istanze delle comunità religiose.

     

    Benché poter usufruire di luoghi di culto sia un elemento essenziale della libertà religiosa, riconosciuto dalla Costituzione e benché la presenza immigrata musulmana rappresenti oltre il 30% della popolazione straniera, in Italia esistono solo tre moschee vere e proprie e i fedeli musulmani si ritrovano per pregare in sale ricavate in appartamenti privati, magazzini e capannoni industriali in spazi sovente non adeguati. Tentativi di avviare la costruzione di moschee e di centri culturali islamici hanno costituito occasione di accesi dibattiti e talora di forte conflittualità in diverse città italiane (Milano, Lodi, Vercelli, Genova, Bologna, Colle Val d'Elsa...), al punto da poter essere analizzati come casi di N.I.M.B.Y (Not in my Back Yard), ovvero di conflitti che hanno per oggetto un uso pubblico di spazi ritenuto indesiderabile da parte di coloro che li abitano. L'Amministrazione Comunale di Torino, prima in Italia, ha accompagnato l'associazione "La Palma ONLUS" nell'identificazione delle procedure corrette per ristrutturare e gestire un immobile di circa 1200 metri quadrati situato in un quartiere dell'area nord della città da adibire a luogo di culto in modo trasparente e rispettoso delle leggi. Per gestire il progetto di realizzazione della moschea, inattaccabile sotto un profilo amministrativo e tuttavia al momento fermo a causa del mancato conseguimento di parte dei finanziamenti preventivati dall'associazione interessata, l'Amministrazione Comunale non ha fatto ricorso a percorsi partecipativi o di consultazione della popolazione residente nel quartiere. Si ritiene, a maggior ragione nel momento in cui la discussione sulla realizzazione delle moschee ha trovato piena cittadinanza nei media e nel dibattito pubblico nazionale, che favorire il ricorso ad eventuali processi partecipativi-consultivi potrebbe essere utile a trattare eventuali conflitti e potrebbe inoltre costituire una preziosa opportunità di conoscenza e di integrazione delle comunità musulmane.

     

    Il percorso e il progetto

    Il percorso che si conclude con il progetto di realizzazione della moschea di via Urbino comincia nel 2007, quando il centro islamico "Moschea della Pace", collocato in Corso Giulio Cesare 6, nel cuore del quartiere di Porta Palazzo, uno dei più multietnici della città di Torino, individua la necessità di cambiare sede. La Moschea della Pace è punto di riferimento di una parte consistente di fedeli marocchini ed è collocata in un basso fabbricato interno a un cortile in un condominio ad alto tasso di conflittualità e degrado delle parti comuni. La ristrettezza del locale (circa 100 mq) impedisce di contenere fisicamente i fedeli (circa 500), che nella preghiera del venerdì utilizzano tutti gli spazi condominiali (compreso il cortile).

    Il centro islamico, costituita l'associazione nazionale U.M.I. (Unione Musulmani d'Italia), comincia un percorso di accreditamento con le istituzioni nazionali e locali, collabora con la CO.RE.IS (Comunità Religiosa Islamica Italiana), promuovendo iniziative di formazione e riflessione, in particolare organizzando corsi di formazione per gli imam e, anche con il supporto del Ministro per gli Affari Religiosi Islamici del Regno del Marocco, che garantisce una donazione cospicua, decide di acquistare da un privato una ex fabbrica di tessuti di circa 1200 metri quadrati situata in via Urbino 5. Parallelamente avvia una "trattativa" con l'Assessorato alle politiche di integrazione e rigenerazione urbana per identificare le procedure corrette per ristrutturare e gestire il centro come luogo di culto in modo trasparente e rispettoso delle leggi. Si tratta nello specifico di un progetto di manutenzione straordinaria di interni (il progetto non prevede la costruzione di un minareto) che, in base all'art. 32 comma 4 della legge 383/2000 ("Disciplina delle associazioni di promozione sociale"), prevede che "la sede delle associazioni di promozione sociale ed i locali nei quali si svolgono le relative attività sono compatibili con tutte le destinazioni d'uso omogenee, indipendentemente dalla destinazione urbanistica". Il 30 dicembre 2010 il centro islamico ottiene il via libera dagli uffici dell'urbanistica del Comune per cominciare i lavori di ristrutturazione. Il 28 febbraio 2011, il partito della Lega Nord deposita un ricorso al Tribunale Amministrativo Regionale del Piemonte contro le procedure che hanno portato a dare il via libera alla realizzazione della moschea; tale ricorso nell'ottobre del 2011 viene respinto.

    Il tema della costruzione della moschea entra nell'agenda dei media sostanzialmente in tre momenti:

    • quando trapela per la prima volta la notizia del progetto e di un finanziamento proveniente dal Regno del Marocco (aprile 2009);
    • quando gli uffici dell'urbanistica del Comune autorizzano l'avvio dei lavori di ristrutturazione dello stabile di via Urbino e il partito della Lega Nord annuncia che ricorrerà al TAR per bloccare i lavori (gennaio 2011);
    • durante la campagna elettorale per le elezioni amministrative del maggio 2011, quando il partito della Lega Nord apre un comitato elettorale in via Urbino, proprio di fronte alla sede della futura moschea.

     

    Gli elementi che sono alla base di un potenziale conflitto nel quartiere legato alla costruzione della moschea sono:

    benefici diffusi

    costi concentrati

    ristrutturazione di un immobile abbandonato;

    chiusura di una “moschea-garage” e  realizzazione di un centro culturale aperto alla  cittadinanza;

    valorizzazione di una comunità, nell'ambito del cosiddetto “arcipelago islamico”,

    ritenuta moderata, matura, dialogante

    deprezzamento degli immobili dell'area circostante via

    Urbino;

    maggiore flusso di traffico in occasione della

    preghiera del venerdì;

    problema dei parcheggi;

    percezione di rischi legati alla sicurezza  personale

    (“aumenterà la microcriminalità”)

       

    La base materiale del conflitto è forte soprattutto per quanto riguarda la percezione dei rischi legati alla sicurezza personale. Non sembra che gli abitanti del quartiere abbiano una percezione realistica del flusso di persone che frequenterà la moschea. Esso viene per lo più sopravvalutato, quando non del tutto ingigantito. Molti abitanti sostanzialmente ignorano cosa sia una moschea. La realizzazione del luogo di culto viene inoltre associata alla possibilità che aumentino fenomeni di microcriminalità. La base ideologica del conflitto sembra piuttosto debole presso gli abitanti del quartiere e forte presso l'unico attore che ha cercato di farsi "imprenditore del conflitto": il partito della Lega Nord, che si oppone al modello di integrazione portato avanti dall'amministrazione comunale e considera i luoghi di culto musulmani una minaccia all'identità e alla cultura italiane. Anche in altre città d'Italia, a fronte di casi simili (es. Genova, Colle Val d'Elsa, Bologna) il partito della Lega Nord si è opposto ed ha proceduto a raccolte di firme, ha cercato di bloccare il progetto per vie legali (ricorrendo al TAR), si è appellato alla necessità di svolgere un referendum presso gli abitanti del quartiere.

    In ogni caso, con riferimento al progetto di realizzazione della moschea di via Urbino, sembra di poter affermare che un conflitto presso gli abitanti del quartiere non sia ad oggi scoppiato, o che, al massimo, esso sia risultato piuttosto contenuto. E' plausibile che l'eredità di un insieme di politiche di mediazione e di gestione della conflittualità legate all'immigrazione, messe in atto sin dall'epoca delle crisi urbane (Allasino, Bobbio, Neri, 2000), abbia svolto un ruolo importante in tal senso. Il riferimento è in particolare alle politiche integrate di rigenerazione urbana attuate a partire dalla metà degli anni Novanta in risposta ad una forte domanda di sicurezza, che hanno compreso l'attivazione di progetti sociali, la riqualificazione di spazi pubblici e di quartieri (dal progetto The Gate a Porta Palazzo agli interventi a San Salvario).

     

    Considerazioni conclusive e proposte per le politiche

    Si è detto di come l'Amministrazione Comunale non abbia fatto ricorso a percorsi partecipativi per gestire il progetto della realizzazione della moschea di via Urbino. Essa ha adottato piuttosto un approccio top-down, avviando una trattativa con un interlocutore privilegiato e dando ex post comunicazione pubblica delle proprie decisioni, in totale trasparenza, avviando, di fatto, una sperimentazione nell'ambito di un quadro normativo incerto a livello nazionale e di una realtà in cui progetti simili finiscono quasi ovunque per naufragare.

    Rispetto all'opportunità di mettere in campo processi partecipativi, il fatto che il conflitto per la realizzazione della moschea sia stato contenuto e che il voto in occasione delle elezioni amministrative non abbia premiato nel quartiere i soggetti politici che si erano maggiormente opposti alla realizzazione della moschea potrebbero far ritenere che, tutto sommato, di tali processi l'amministrazione non abbia bisogno.

    E' probabile che soprattutto l'eredità delle politiche di gestione della conflittualità legata all'immigrazione, già avviata dalle precedenti amministrazioni, abbia avuto un ruolo positivo nel disinnescare un conflitto che in altre città si è manifestato in modo più accentuato. E' bene tuttavia notare come la mancata espressione del conflitto nel quartiere non necessariamente coincide con una situazione di consenso e, soprattutto, di comprensione del progetto di realizzazione della moschea, né di volontà di interazione con la comunità islamica da parte degli abitanti. Benché la base "ideologica" del conflitto resti minoritaria o sopita (appannaggio del solo partito politico della Lega Nord), gli elementi che rappresentano la base materiale del conflitto (percezione del rischio e paure in primis) hanno trovato scarsi ascolto e possibilità di esprimersi. Il rischio è che tali elementi possano causare una minore integrazione, a scapito degli obiettivi che la stessa amministrazione comunale ha dimostrato di voler porre, con le proprie scelte, al primo posto. In un tale contesto, il ricorso ad eventuali processi di tipo partecipativo o, a decisioni già prese, di tipo informativo-consultivo, può rivelarsi utile, oltre che a trattare un eventuale conflitto, a favorire dinamiche di integrazione positiva.

     

    Bibliografia

    Allasino E., Bobbio L., Neri S. (2000), Crisi urbane: che cosa succede dopo? Le politiche per la gestione della conflittualità legata all'immigrazione, in "Polis", n.3, pp. 431-449

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