Gli effetti dei processi migratori sui giovani di seconda generazione: una ricerca in Piemonte

    di Questo indirizzo email è protetto dagli spambots. È necessario abilitare JavaScript per vederlo. - Università del Piemonte orientale.

    Introduzione

    Nell'ambito del bando "Scienze umane e sociali" 2008, la Regione Piemonte ha finanziato il progetto "Secondgen" (Second generations: migration processes and mechanisms of integration among foreigners and Italians (1950-2010) sulle carriere scolastiche e occupazionali dei figli degli immigrati.

     

    Un'unità della ricerca ha raccolto oltre 150 interviste in profondità con giovani di origine straniera di 18-30 anni, che hanno svolto una parte significativa della propria scolarità in Italia. Gli intervistati sono membri delle "seconde generazioni" in senso lato: benché solo una minoranza (circa il 10%) sia nata in Italia, hanno tuttavia esperienze e progetti di vita ben distinti da quelli dei giovani immigrati arrivati direttamente per lavoro (la "prima generazione"). Per molti versi, le aspirazioni degli intervistati, come anche le difficoltà sperimentate, sono simili a quelle dei giovani italiani usciti dallo stesso tipo di scuola.

    La ricerca ha un'importante dimensione di confronto storico in quanto sono state studiate (attraverso interviste, dati di archivio e statistiche censuarie) anche le carriere dei figli degli immigrati regionali arrivati in Piemonte attorno agli anni '60. Non si tratta di una semplice curiosità storica: lo scopo è quello di capire meglio i "processi migratori" in sé, indipendentemente dal fatto di essere stranieri. Il dibattito pubblico sull'immigrazione straniera ha spesso concepito le difficoltà connesse alle migrazioni in termini "nazionali" e "culturali", insistendo sui problemi dell'incontro tra "culture" differenti, sulla resistenza dei locali ad altre culture e sulla tendenza dei migranti a "ripiegarsi sulla propria cultura". La ricerca "Secondgen" invece ha voluto sottolineare altre logiche, connesse allo spostamento geografico e ai processi che generano le migrazioni di massa(1).

     

    La centralità della scuola.

    Colpiscono le similarità tra le difficoltà scolastiche dei figli di immigrati stranieri oggi e quelle dei figli di immigrati regionali del passato. Le separazioni e ricongiungimenti familiari, l'adattamento a nuove scuole, i numerosi cambiamenti di casa hanno segnato le storie familiari durante entrambe le ondate migratorie, rendendo particolarmente difficili i percorsi scolastici dei figli arrivati da ragazzi o adolescenti. Similarità di questo tipo permettono di parlare di "processi migratori", associati regolarmente alle migrazioni per lavoro, che creano difficoltà anche ai figli, a scuola e nell'inserimento lavorativo. Infatti l'inserimento dei genitori in "lavori umili" in fondo alla gerarchia del mercato del lavoro, le deboli conoscenze delle scuole e delle future opportunità lavorative, il minore accesso alla casa, tutto ciò ha conseguenze anche per i figli.

    E' chiaro che la scuola gioca un ruolo centrale nei percorsi dei figli degli immigrati, quindi nell' inserimento nella società e nella struttura produttiva piemontese. Questo è stato vero per i figli degli immigrati regionali del passato e rimane vero oggi per i figli degli immigrati internazionali. Mentre oggi alcuni giovani italiani con carriere scolastiche poco brillanti possono beneficiare dei legami dei genitori per trovare un lavoro stabile che offre qualche possibilità di carriera, questa alternativa è meno aperta alle famiglie straniere. Ancor più dei loro figli, i genitori immigrati sono ben consapevoli dell'importanza della scuola. Infatti le loro aspirazioni sono spesso maggiori rispetto a quelle dei genitori italiani dello stesso ceto sociale: colpiscono nelle nostre interviste i genitori che insistono perché il figlio rimanga a scuola, nonostante l'estrema difficoltà della situazione economica familiare (disoccupazione, debiti, sfratto, ecc.). In altre parole, se i figli degli immigrati vanno meno bene a scuola rispetto ai figli degli italiani (come emerge anche dai dati del Ministero dell'istruzione e da numerose ricerche), questo non è la conseguenza di scelte familiari mirate a un precoce inserimento lavorativo dei figli: si tratta invece di una dinamica generata in gran parte all'interno della scuola stessa, di giovani che si scoraggiano e si de-motivano, di scuole che non riescono a recuperare lo svantaggio linguistico originario.

    Nonostante la grande maggioranza dei genitori stranieri attribuisca grande valore alla istruzione, la loro capacità di interagire con la scuola e gli insegnanti è limitata, così come sono assai limitate le conoscenze rispetto alle differenze tra i vari indirizzi scolastici e alle possibilità che questi offrono. Inoltre molti genitori non sono capaci di aiutare i figli a svolgere i compiti, né di intervenire in tempi utili prima che le difficoltà diventino croniche. Sono spesso impacciati nei contatti con gli insegnanti e gli incontri sono spesso poco fruttuosi. Non stupisce quindi che molte scelte siano inappropriate.

    Le interviste confermano i dati del Ministero dell'istruzione, che mostrano percentuali maggiori di ripetizioni, voti inferiori e sottorappresentazione nei licei e negli istituti tecnici. La concentrazione degli stranieri nell'istruzione professionale non sarebbe un problema se portasse ad un inserimento lavorativo soddisfacente. Ma tra gli intervistati formatasi agli istituti professionali ben pochi hanno trovato un lavoro stabile o prospettive di carriera nel settore per cui sono stati formati.

    La concentrazione degli stranieri nell'istruzione professionale è in gran parte l'esito di scelte degli studenti (più che dei loro genitori) e di difficoltà alla scuola media, a volte associate allo scoraggiamento dopo una bocciatura nei primi anni dopo l'arrivo in Italia. Ma è anche il risultato dell'orientamento offerto dalla scuola la quale da una parte tende a non offrire corsi di lingua italiana idonei ad affrontare lo studio, d'altra parte centra l'orientamento sulle competenze linguistiche o sulla presunta e pregiudiziale opportunità di un inserimento rapido di questi giovani nel mondo del lavoro: molti degli intervistati sono stati "orientati verso il basso", sconsigliati ad iscriversi a una scuola "difficile" (tipicamente un liceo) anche quando gli studenti in questione erano motivati e poco adatti a una scuola professionale.

     

    Politiche "per stranieri" o riduzione delle diseguaglianze?

    A volte il termine "seconde generazioni" evoca scenari allarmanti: banlieues in fiamme, "bande" per strada, conflitti a scuola, separatismo identitario, marginalizzazione radicale. Va detto quindi che la ricerca conferma ben poco di tutto ciò. Certo, le interviste forniscono diverse testimonianze di giovani con problemi di alcool e droghe e di altri coinvolti in traffici illegali (la ricerca ha infatti fatto sforzi considerevoli per intervistare anche questo tipo di giovani). Ma questi casi destano preoccupazioni per gli individui in questione, non tanto come fenomeno collettivo o organizzato. Le interviste, nonché la parte etnografica della ricerca condotta da ricercatori del Gruppo Abele hanno trovato giovani che trascorrono molto tempo nei giardini e negli spazi pubblici, ma non bande organizzate né lotte per il territorio.

    In generale, i problemi dei giovani delle seconde generazioni sono simili a quelli dei coetanei italiani dei ceti popolari: chi ha un percorso scolastico accidentato e non trova lavoro è potenzialmente vulnerabile: può passare molto tempo in una situazione sospesa senza reali progetti o attività strutturate. Alcuni intervistati hanno già passato diversi anni tra periodi di disoccupazione, brevi formazioni senza esiti e "lavoretti", e non è chiaro il passaggio a una sistemazione più stabile.

    Va sottolineato che il Piemonte attualmente non ha alcuni dei problemi che sono stati importanti in altri paesi come gli Stati Uniti, l'Inghilterra o la Francia, come la fuga dei ceti medi-superiori dalla scuola pubblica o vasti complessi di edilizia pubblica praticamente isolati dal resto della città. L'importanza di questi punti di forza del contesto locale piemontese va riconosciuta per evitare il loro indebolimento. Più in generale andrebbe riconosciuto che i problemi "di integrazione" dei figli degli immigrati non sono primariamente problemi "culturali", ma problemi di diseguaglianze più generali, che riguardano anche fasce della popolazione italiana. Rispetto alla scuola, il modo migliore di ridurre lo svantaggio degli stranieri sarebbe di ridurre i divari tra i tipi di scuola (licei, istituti professionali, ecc.) e tra le singole scuole (istituti professionali che funzionano molto bene, altri che hanno grossi problemi). Bisogna evitare che si formino scuole e classi dove prevalgono problemi di ordine e dove la trasmissione delle conoscenze si riduce al minimo. Lo stesso principio vale anche per la struttura urbana - è fondamentale evitare aree di degrado urbano - e per l'inserimento nel lavoro..

     


    Nota(1) La pubblicazione del rapporto finale di ricerca è prevista per l'autunno del 2013. I dati raccolti nella ricerca sono già stati oggetto di alcune pubblicazioni parziali: cfr. M. Eve, "Integrating via networks: foreigners and others", Ethnic and Racial Studies, 33, 7, July 2010, pp.1231-1248; M. Eve, M. Perino, "Seconde generazioni: quali categorie di analisi?", Mondi migranti, n. 2, 2011, pp. 175-193; E. Allasino, M. Perino, "I giovani di seconda generazione tra famiglia, scuola e lavoro: reti sociali e processi di selezione", paper per la conferenza Espanet "Risposte alla crisi. Esperienze, proposte e politiche di welfare in Italia e in Europa", Roma, 20 - 22 Settembre 2012; A. Badino, Strade in salita. Figlie e figli dell'immigrazione meridionale al Nord, Roma, Carocci, 2012

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