Concordia Discors: l’integrazione discordante nei quartieri di immigrazione

    di Questo indirizzo email è protetto dagli spambots. È necessario abilitare JavaScript per vederlo. - FIERI (Forum Internazionale ed Europeo di Ricerca sull'Immigrazione).

    L'integrazione in "Concordia Discors"

    Obiettivo del progetto è produrre, accanto a una conoscenza più prettamente scientifica, una conoscenza utile alle politiche di integrazione degli immigrati. In questa prospettiva, l'individuazione di dinamiche ricorrenti orientata a fornire strumenti di previsione e gestione dei processi di integrazione, è stata accompagnata dalla valutazione attenta del ruolo dei contesti locali in tali dinamiche, per evitare processi di apprendimento e trasferimento di pratiche superficiali e controproducenti.

     

    Questa attenzione per il contesto si rispecchia nei presupposti su cui il progetto si fonda.

    • Il primo di tali presupposti è che la struttura urbana, la composizione sociale, la memoria e l'identità dei quartieri esercitano una loro specifica influenza sulle dinamiche di integrazione, distinta da quella prodotta dal livello cittadino. Quartieri operai di diverse città europee finiscono così per assomigliarsi tra loro di più di quanto somiglino ai quartieri centrali del loisir o ai centri finanziari della medesima città. Partendo da questa idea, il progetto ha assunto la forma di una ricerca comparata tra quartieri europei.
    • La seconda ipotesi su cui il progetto si fonda è che le società contemporanee urbane possano essere definite società di migrazioni. Diviene dunque sempre più importante guardare alle migrazioni all'interno di un quadro complesso, in cui i gruppi si strutturano lungo linee differenti e dove l'origine geografica può essere oscurata o intersecata dall'appartenenza generazionale, lo status socio-economico, l'anzianità di residenza in un territorio e così via. I confini che strutturano i gruppi sociali e le relazioni non possono quindi essere definiti a priori dalla ricerca (e, in parte, dalle politiche), ma devono essere un oggetto di indagine.
    • La terza idea di fondo - suggerita dal titolo del progetto, mutuato da un'espressione del poeta latino Orazio riferita alla natura - è che l'integrazione non sia un prodotto statico, ma un processo dinamico e possa essere concepita come uno stato di armonia discordante dove il conflitto ha un suo spazio e una sua funzione. Il conflitto può talvolta rappresentare un'occasione per superare l'indifferenza, conoscere l'altro e mettere in discussione i confini tra gruppi e la distinzione netta tra un "loro" immigrati e un "noi" autoctoni.

    Il progetto, coordinato da FIERI e finanziato dallo European Integration Fund e dalla Compagnia di San Paolo, ha coinvolto le città di Barcellona, Londra, Norimberga e Budapest. In Italia, il progetto si è concentrato sulle tre città del vecchio triangolo industriale, Milano, Genova e Torino. Qui ci concentreremo sul capoluogo piemontese, dove abbiamo indagato i quartieri di San Paolo e Barriera di Milano, illustrando solo alcuni dei risultati emersi dalla ricerca. Per ulteriori approfondimenti su Torino e sulla altre città rimandiamo al sito web (www.concordiadiscors.eu) e al volume "Concordia Discors. Convivenza e conflitto nei quartieri di immigrazione", a cura di Ferruccio Pastore e Irene Ponzo (Carocci 2012).

     

    Gli spazi urbani, armi a doppio taglio dell'integrazione

    L'attenzione per il contesto si è anche tradotta in attenzione per i luoghi in cui l'integrazione si costruisce quotidianamente. Su questo fronte, i principali risultati delle ricerca possono essere riassunti nei seguenti punti.

    • Relazioni positive e cooperative sono decisamente prevalenti nei luoghi dove gli individui condividono attività e obiettivi comuni, come nei Bagni pubblici di via Agliè a Barriera di Milano o al Laboratorio territoriale di Borgo San Paolo. Tuttavia, la "portabilità" dell'integrazione prodotta in questi luoghi, ossia la possibilità di trasferirla da un luogo di interazione all'altro, appare tutt'altro che scontata. Può infatti avvenire che famiglie di diversa origine cooperino nell'ambito della scuola e confliggano all'interno dei condomini, che adolescenti con diverso background migratorio interagiscano al Laboratorio territoriale e restino divisi in gruppi accomunati dall'origine geografica ai giardini pubblici. È dunque importante che le politiche ottimizzino le capacità integrative di questi luoghi di cooperazione, monitorando e accompagnando i processi di integrazione che da essi si possono irradiare.
    • La popolazione che utilizza quotidianamente gli spazi pubblici dei quartieri studiati non rispecchia il composito universo degli abitanti. Nei giardini pubblici, nelle piazze, nei mercati troviamo infatti quasi esclusivamente anziani, mamme con bambini, adolescenti e immigrati. Si tratta dei gruppi che dispongono di "risorse di mobilità" limitate, spesso a causa di una dotazione ridotta di capitale economico, umano e sociale, e che rimangono perciò intrappolati nel quartiere. Il risultato è che sono in genere i soggetti meno attrezzati dal punto di vista economico ed educativo a dover affrontare le "sfide di convivenza" più difficili. In una prospettiva di policy, progettare spazi pubblici avendone chiaramente in mente i potenziali fruitori può certo aiutare a farne luoghi di socializzazione, anziché di disintegrazione.
    • Trovare un accordo su come utilizzare gli spazi è particolarmente difficile in un luogo pubblico, frequentato da persone che cambiano nell'arco della giornata e verso cui le sanzioni formali e informali comminabili in caso di trasgressioni sono limitate. Paiono però esserci alcune condizioni facilitanti, che concorrono alla definizione di regole condivise di utilizzo, limitando e prevenendo dinamiche disgreganti. In primo luogo, le modalità di organizzazione e attrezzatura degli spazi possono aiutare a rendere palese e quindi meno conteso il loro utilizzo. Per esempio, ai giardini Spa di Borgo San Paolo la suddivisione netta tra campi sportivi per gli adolescenti, giochi per bambini, panchine e tavoli per gli anziani sembra contribuire a prevenire i conflitti – ma anche a limitare le interazioni, sollevando dubbi sull'efficacia di tale soluzione in termini di integrazione. Un secondo dispositivo efficace pare essere quello della mediazione formale o informale da parte di soggetti terzi, come accade nel caso delle associazioni di commercianti nei mercati di piazza Foroni o di corso Racconigi a Torino. In sintesi, è importante che la definizione delle regole di utilizzo degli spazi non sia delegata completamente ai fruitori.

     

    L'autonomia narrativa dei quartieri come elemento di integrazione

    Un secondo gruppo di risultati riguarda quelle che abbiamo definito policy community di quartiere, composte da tutti quegli attori che partecipano alla realizzazione di interventi rilevanti in termini di integrazione, indipendente dal loro status giuridico o dal ruolo formalmente attribuito loro in tali processi. Sono quindi comprese le associazioni culturali e ricreative, i servizi pubblici e non, le circoscrizioni, le Caritas, i centri sociali, ecc. La capacità di questi soggetti di produrre narrazioni coerenti sul quartiere è emerso come un fattore cruciale di integrazione.

    • L'elaborazione e l'inclusione nella memoria collettiva e nell'identità di quartiere dalla passata esperienza di migrazione interna può offrire un substrato favorevole all'integrazione dei nuovi immigrati dall'estero, come accade a San Paolo. Al contrario, dove la vecchia immigrazione interna non è oggetto del discorso pubblico e politico, come a Barriera di Milano, essa non viene vissuta come esperienza collettiva, bensì individuale, con il rischio di incorrere in derive rivendicative dei vecchi immigrati verso i nuovi.
    • La capacità da parte delle policy community di quartiere di produrre autorappresentazioni condivise appare decisiva al fine di contrastare "infiltrazioni narrative" di stampo xenofobo da parte dei media e di movimenti sociali e politici esterni al quartiere. Borgo San Paolo rappresenta un caso esemplare di questa "autonomia narrativa", poiché la sua policy community condivide un'auto-rappresentazione di quartiere operaio solidale e aperto verso i nuovi arrivati, che consente non solo di disinnescare possibili escalation conflittuali su base nazionale, culturale o confessionale, ma anche di influenzare le narrazioni di soggetti esterni al quartiere, compresi i media locali.

     

    Conclusioni

    Come si è visto, le politiche hanno a disposizione diversi strumenti per gestire i processi di integrazione, ma si tratta di armi a doppio taglio. Gli spazi pubblici possono di certo rappresentare luoghi di incontro importanti e meno selettivi degli spazi privati e di lavoro. Ma se la gestione viene delegata ai fruitori senza alcun supporto, rischiano di divenire elementi disgreganti. E, anche quando l'integrazione in questi luoghi ha successo, la sua diffusione nel dintorno cittadino non può essere data per scontata. Allo stesso modo, la memoria collettiva e le narrazioni, nell'attuale società della comunicazione, possono rappresentare un potente mezzo di integrazione ma, se non costruite e gestite con attenzione, rischiano di divenire fonte di stigmatizzazione, delusione e tensione sociale.

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