EDITORIALE N.15 - Cultura e società

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    Cultura e società

    La popolazione residente in Italia è sempre più formata da persone di diverse origini e provenienze. La rapida e intensa crescita della popolazione immigrata dall'estero (che costituisce il 6,8% della popolazione al censimento 2011, con punte più elevate in molti comuni), ma anche la presenza di studenti, di turisti, di imprenditori stranieri ha reso più composita la popolazione.

    La crisi economica ha rallentato molto l'immigrazione, ma al contempo ha confermato la stabilizzazione di molte famiglie e dei giovani di seconda generazione, nonché la diffusione dei matrimoni e delle convivenze "miste" e dei figli di queste coppie.

     

    E' opinione diffusa e consolidata, oltre che oggetto di una ormai quasi centenaria tradizione di studi sociologici, che la compresenza di persone di diversa origine nazionale ed etnica ponga particolari sfide alle politiche urbane e di coesione sociale. Sovente declinata nella versione dello scontro, dell'ostilità e della rivolta, la convivenza interetnica viene sempre più vista oggi anche nel suo volto di civile convivenza quotidiana che apre spazi alla creatività, alle relazioni internazionali e alla coscienza globale. Non solo, non sempre un "problema" ma anche una risorsa, una opportunità, per molti versi un futuro ineludibile.

    In questo quadro, la città di Torino ha una storia e una posizione interessanti. A metà degli anni '90 del secolo scorso in alcuni quartieri della città vi furono vivaci proteste dei residenti contro il degrado e la invivibilità di queste aree, attribuite in qualche modo alla presenza di immigrati. Sebbene episodi analoghi accadessero anche in altre città italiane, per qualche tempo Torino fu presentata, sulla stampa nazionale ed estera, come un caso esemplare di quello che poteva essere la conflittualità interetnica in Italia. Le ricerche mostrarono che gli immigrati erano, in realtà, più pretesto che causa delle proteste. In ogni caso, la reazione della amministrazione comunale non fu un semplice inasprimento del controllo, né puntò solo a iniziative interculturali, ma attuò strategie articolate che permisero di contenere il malessere puntando su politiche urbane più efficaci e a tutto campo, rinnovando quartieri degradati, migliorando l'efficienza degli interventi urbanistici, sviluppando un più positivo rapporto tra amministrazione e cittadini(1). Gli stessi comitati di cittadini protagonisti della protesta si rivelarono potenziali strumenti di partecipazione democratica e non semplici portavoce della xenofobia(2). Torino dimostrò ancora una volta di poter essere città laboratorio non solo per sollevare problemi, ma anche per sperimentare soluzioni efficaci e innovative.

    Le ricerche qui presentate, che non vogliono essere un bilancio né una panoramica della situazione attuale, forniscono informazioni puntuali e approfondite su aspetti rilevanti della convivenza interetnica nella sua attuale configurazione.

    Concordia discors. Convivenza e conflitto nei quartieri di immigrazione, qui presentata da Irene Ponzo, affronta direttamente, le relazioni interetniche quotidiane in due quartieri torinesi, e ne trae insegnamenti e indicazioni di politiche per la città.

    La ricerca Second generations: migration processes and mechanisms of integration among foreigners and Italians (1950-2010) (Michael Eve) studia le seconde generazioni di immigrati anche comparando i percorsi dei figli di immigrati meridionali a Torino con quelli dei giovani di origine straniera oggi. Ne emerge un quadro in cui la migrazione come fenomeno in sé aiuta a capire molti percorsi di (scarsa) mobilità sociale in modo più convincente della cultura o dell'etnia utilizzate come spiegazioni generiche dello svantaggio o delle scelte scolastiche e professionali.

    La costruzione o il semplice utilizzo di edifici come sale di preghiera islamiche è quasi sempre un casus belli sul quale volenterosi imprenditori della paura cercano di innescare proteste e conflitti. La vicenda, per ora non conclusa, della moschea di Torino analizzata nell'articolo di Elisa Rebessi è un esempio di come l'amministrazione comunale abbia cercato di seguire procedure trasparenti e giuridicamente corrette per far fronte alle possibili reazioni ostili, per altro non particolarmente vive né radicate fra la popolazione del quartiere interessato. La correttezza procedurale non è gioco formale, ma strumento per un confronto democratico su poste in gioco definite chiaramente.

    Infine l'articolo di Laura Priore sulla macellazione rituale è un esempio di come una questione che potrebbe irrigidire le posizioni su valori contrapposti possa essere governata in modo efficiente e pragmatico, nel rispetto delle norme, conciliando gli interessi dei diversi attori, inclusi quelli economici.

    Da queste ricerche – come da altre analoghe – risulta che la contrapposizione rigida tra valori, identità, culture non è la soluzione, ma il problema per comprendere e contrastare i conflitti, che innegabilmente possono sempre esplodere. Il conflitto non è di per sé negativo: può fare emergere i punti di contrasto, esplicitare i punti negoziabili, portare al confronto sui problemi concreti e misurare l'effettiva rilevanza delle questioni per gli attori. Il confronto politico democratico, anche su temi e con metodi non tradizionali, non può essere declassificato a questione di insicurezza o a minaccia ai valori.

    La società italiana, accanto a gravi fattori di rischio, anzitutto la disoccupazione, la diseguaglianza e la presenza della criminalità organizzata, presenta elementi che possono facilitare la convivenza: la ridotta concentrazione etnica nei quartieri e la diffusione sul territorio, la varietà delle origini e delle situazioni degli immigrati, la frequenza del lavoro in piccole imprese e nelle famiglie, il ruolo centrale della scuola pubblica. Gli episodi accaduti in altri Pesi (rivolte nelle banlieues, scontri etnici, radicalizzazioni ideologiche e religiose....) non sono necessariamente destinati a riproporsi anche in Italia.

    Oggi vi è forse più coscienza che la partita non si gioca solo sul piano della cultura e della socialità, ma soprattutto su quello della lotta alla diseguaglianza, all'esclusione e alla discriminazione. La convivenza - in un senso profondo, come superamento della semplice tolleranza attraverso la ridefinizione delle questioni e la creazione di nuovi, diversi sistemi sociali e culturali - esige un paziente e ininterrotto lavoro quotidiano di composizione e superamento dei conflitti, di presenza sul territorio, di relazione, di promozione di forme di multiculturalismo quotidiano. Ma questo richiede anche la presenza costante e costruttiva dell'autorità e dell'amministrazione pubblica, che non può rendersi latitante, anche a fronte di risorse economiche scarse, neppure con la scusa di lasciar spazio alla azione dal basso o al mercato.

     

     

    Nota(1) E. Allasino, L. Bobbio, S. Neri, Crisi urbane: che cosa succede dopo? Le politiche per la gestione della conflittualità legata ai problemi dell'immigrazione, Working Papers Ires n.135, Torino, maggio 2000

    Nota(2) E. Allasino, M. Belluati, S. Landini, Tra partecipazione, protesta e antipolitica: i comitati spontanei di Torino, Contributi Ires 170, aprile 2003

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