EDITORIALE N.32 - Welfare e non profit

    di Questo indirizzo email è protetto dagli spambots. È necessario abilitare JavaScript per vederlo. (Fondazione Rosselli)

    Il welfare contraddistingue il tessuto culturale e l'architettura istituzionale dell'Europa e, oltre a rappresentare un modello di convivenza sociale basato sulla solidarietà, ha contribuito negli anni allo sviluppo dell'economia europea, garantendo più elevati livelli di benessere, una più equa ripartizione della ricchezza e la formazione di una solida classe media.

    Un dato rappresenta bene il legame tra welfare ed Europa: il welfare europeo vale il 58% del welfare mondiale, nonostante gli europei siano solo l'8% della popolazione mondiale. Tale sproporzione è inoltre destinata a crescere: nel 2050, secondo le previsione demografiche, la popolazione europea costituirà solo il 4% di quella mondiale. In questo scenario, è ancora possibile sostenere il sistema di welfare?

    In Europa si possono classificare diversi modelli di welfare: quello "socialdemocratico" dei Paesi scandinavi, quello "selettivo" di stampo anglosassone, quello "corporativo" tipico dell'Europa centrale, quello "mediterraneo" con carattere paternalista. Ognuno di questi modelli è stato concepito nel secolo scorso, in uno scenario socio-economico del tutto diverso rispetto ai rapidi mutamenti che stiamo vivendo: l'incremento esponenziale della popolazione mondiale e il suo invecchiamento, la globalizzazione, la diffusione delle nuove tecnologie, la crescita delle disuguaglianze, la disaggregazione della famiglia tradizionale, la crisi finanziaria e l'insostenibilità dei debiti pubblici, la precarietà nei rapporti di lavoro, l'emergere di nuove tensioni sociali...

    Uno dei fattori ad aver reso così compromessi gli equilibri del passato è senza dubbio l'invecchiamento demografico: dal 2001 al 2012 l'età media degli uomini in Italia è passata da 77,2 anni a 79,8; in sostanza, ogni 5 anni l'età media aumenta di 1 anno (in Europa ogni 5 anni aumenta di 1,5 anni). Questo dato impatta in maniera evidente su molti aspetti del sistema di welfare: in ambito sanitario, previdenziale, assistenziale.

    L'incidenza della spesa sanitaria sul prodotto interno lordo si è quasi triplicata negli ultimi 50 anni in Europa, portandosi vicino alla soglia del 9% del PIL.

    Per ciò che riguarda la previdenza, in dieci anni, dal 2003 al 2012, il sistema pensionistico ha visto aumentare la spesa dello Stato del 25%, arrivando ad assorbire il 16,6% del PIL. Si aggiunga inoltre che in Italia il rapporto tra soggetti in età lavorativa e individui over 65 si attestava nel 2010 poco sopra il 50%, mentre nel 2060 la previsione è che tale rapporto superi l'80%; di fatto vorrebbe dire che ogni lavoratore in media dovrebbe contribuire mensilmente al pagamento di quasi un'intera pensione.

    L'articolo di Nicola Salerno "Scenari futuri del Welfare in Italia" mostra in maniera molto efficace gli allarmanti scenari futuri.

    La crisi finanziaria e la situazione molto critica dei conti pubblici hanno costretto tutti i Paesi europei ad una contrazione della spesa, che ha inciso pesantemente su queste poste di bilancio. In Italia la riduzione dei fondi dedicati alle politiche sociali è stata drastica, passando da uno stanziamento complessivo di 2,5 miliardi di euro nel 2008 a 767 milioni nel 2013 e comportando, tra gli altri, l'azzeramento di alcuni fondi, tra cui quello di assistenza all'infanzia e quello dedicato alle persone non autosufficienti.

    Un ulteriore aspetto negativo, se possibile il più critico, è la sottrazione di risorse operata a danno delle Regioni e degli enti locali, i quali hanno assunto il ruolo di soggetti attuatori delle politiche sociali. Il quasi azzeramento del Fondo per le politiche sociali (43 milioni nel 2014, contro i 929 nel 2008), la riduzione dei trasferimenti dello Stato alle Regioni per le politiche sociali (-90% dal 2000 ad oggi), la riduzione altrettanto drastica ai Comuni (fatto 100 il contributo statale 2008 ai Comuni per le politiche sociali, esso si è ridotto al 58% nel 2010 e all'8% nel 2013), oltre al pesante quadro debitorio degli enti, rendono ancora più ardua la realizzazione di misure che sappiano dare risposte al crescente bisogno di coesione sociale. L'articolo di Luca Bisio e Daniele Valerio "I servizi sociali tra domanda crescente e risorse scarse: un nuovo ruolo per la finanza locale" mette in luce la necessità di una chiara ridefinizione del sistema dei vincoli della finanza locale.

    Tuttavia è mal posta la questione della riforma del welfare se ci si limita a evocare gli aspetti di sostenibilità finanziaria.

    Il sistema di welfare odierno si caratterizza infatti principalmente per due fattori critici: la sua insostenibilità, in particolare sotto l'aspetto economico-finanziario, e la sua inadeguatezza, per la mancanza di capacità di rispondere alle nuove tensioni sociali, quali ad esempio: i processi di impoverimento delle famiglie (la percentuale di famiglie italiane richiedenti assistenza è passata dal 16,9% degli anni '80 al 29,9% del 2012), la precarizzazione del lavoro e i crescenti tassi di disoccupazione, la polarizzazione nella distribuzione del reddito, la progressione delle disabilità (le stime del Censis parlano di 4,8 milioni di disabili in Italia nel 2020 e 6,7 milioni nel 2040, mentre nel 2010 erano 4,1 milioni).

    Il sistema di welfare poggia su un patto di solidarietà tra le varie categorie economiche, tra le diverse realtà territoriali, tra le generazioni presenti e quelle future. Al fine di salvaguardare tale patto, al sistema è imposto di adeguarsi alle trasformazioni dell'economia e della società, pena il venir meno della sua funzione originaria: il sostegno a chi si trova davvero in una situazione di bisogno(1). E' necessaria pertanto una profonda e radicale riflessione culturale sul modello di welfare, che porti dal concetto di Welfare State a quello di Welfare Society e al conseguente principio di sussidiarietà circolare.

    Un contributo fondamentale deve venire dal settore nonprofit (cui è dedicato l'articolo "La mappatura delle Organizzazioni Non Profit in Piemonte" a cura di IRES Piemonte, ISFOL e Regione Piemonte), che sempre più dovrà trasformarsi da erogatore di servizi a partner con ruolo attivo nella progettazione.

    Diverse sperimentazioni sono già in corso, grazie anche al contributo che attori e risorse non pubbliche possono fornire. L'articolo di Franca Maino "Il Piemonte: laboratorio di innovazione sociale per contrastare la crisi del welfare" propone una rassegna di progetti volti a sperimentare pratiche di secondo welfare e caratterizzati da un significativo grado di innovazione sociale.

    Il contributo dei soggetti privati è certamente uno degli aspetti su cui investire, ma porta con sé anche diverse criticità che vanno considerate. Lo sviluppo del welfare aziendale, ad esempio, accentua un problema di natura distributiva: per sua natura tende infatti ad accentuare il divario tra occupati e disoccupati e tra occupati di "serie A" e occupati di "serie B". Come scrive Ferrera(2), già mezzo secolo fa i padri nobili dello Stato sociale europeo misero in guardia contro questo rischio, suggerendo di contenere entro limiti ragionevoli sia il welfare fiscale (esenzioni, deduzioni, detrazioni) sia quello, appunto, occupazionale.

    Uno dei temi trasversali di prioritaria importanza è il monitoraggio e la misurazione dell'impatto sociale dei servizi, al fine di poter individuare linee di valutazione efficaci per il miglioramento degli stessi. L'assenza di adeguate forme di valutazione e rendicontazione dei servizi e delle politiche può infatti impedire la diffusione di buone pratiche, aumentare il costo dell'innovazione, ostacolare gli investimenti in innovazione sociale.

    Su questo tema, gli articoli di Barbara Basacco e Laura Sacco "Rendicontare il valore sociale ed economico delle imprese sociali: la sperimentazione delle RSET" e di Laura Corazza "Un esempio di valutazione di impatto sociale in Piemonte. Il caso Università degli Studi di Torino e il processo di rendicontazione sociale" propongono le interessanti esperienze dell'Osservatorio sull'Economia Civile della Camera di Commercio di Torino e dell'Università degli Studi di Torino.

       

     

     

    Nota(1) A. Monorchio, Alcune considerazioni in merito ai punti di forza e di debolezza del sistema europeo di welfare, in "Finanza pubblica e welfare: strumenti finanziari innovativi e sostenibilità", (a cura di) M. Nicolai e M. Riva, Fondazione Rosselli, 2015

    Nota(2)Maurizio Ferrera, Secondo welfare: perché?, in "Primo Rapporto sul Secondo Welfare in Italia", 2013

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