Crescere da cittadini

    A cura di Questo indirizzo email è protetto dagli spambots. È necessario abilitare JavaScript per vederlo. (ASGI) e Roberta Ricucci (Università di Torino e FIERI)

    Introduzione: la cittadinanza italiana

    L’acquisizione della cittadinanza italiana è insieme meta e punto di partenza dell’integrazione. E’ regolata dalla L. n. 91 del 1992, in cui resta centrale lo ‘jus sanguinis’, cioè il sistema di trasmissione della cittadinanza per paese di nascita dal genitore. È quindi italiano chi nasce da padre o da madre italiana e la cittadinanza italiana si trasmette a tutti i discendenti.

    In applicazione a questo principio sono italiani (e possono ottenere il rilascio del passaporto italiano) i discendenti di cittadini italiani che da più generazioni si trovano all’estero dove nonni e bisnonni emigrarono anche un secolo fa, mentre non acquistano automaticamente la cittadinanza italiana i bambini nati in Italia da genitori stranieri. [1]

     Per ottenere la cittadinanza italiana sono previsti due percorsi principali: il primo è rappresentato dal matrimonio e il secondo è quello della cosiddetta “naturalizzazione”.

    La legge dice, infatti, che può ottenere la cittadinanza italiana il coniuge di cittadino italiano: la domanda può essere presentata dopo due anni dalla celebrazione delle nozze o dopo un anno, nel caso in cui vi siano figli nati dalla coppia, e il matrimonio deve sussistere per tutta la durata del procedimento, fino al conferimento dello status di cittadino. 

    Il percorso della “naturalizzazione” consente invece al cittadino straniero di ottenere la concessione della cittadinanza a seguito di un periodo continuativo e regolare di residenza in Italia che va dai quattro anni richiesti al cittadino comunitario ai dieci anni richiesti a quello non comunitario, passando per i cinque richiesti al titolare di protezione internazionale.

    La procedura per matrimonio e per naturalizzazione hanno una durata stabilita dalla legge. Nell’ambito della richiesta di cittadinanza per naturalizzazione il Ministero dell’Interno è tenuto a valutare tutti gli aspetti della vita del richiedente in Italia dal punto di vista lavorativo, reddituale, familiare. Con il cd “Decreto sicurezza” l’attuale Governo ha portato il termine per la conclusione del procedimento da di due anni a quattro anni anche per i procedimenti in corso, con gravi conseguenze per il richiedente che pur avendo tutti i requisiti non riesce a accedere alla cittadinanza e ai diritti connessi per l’allungamento dei termini amministrativi. Questo ritardo si ripercuote spesso sui figli:  accade con frequenza che il genitore acquisisca la cittadinanza quando i figli sono ormai diventati maggiorenni e quindi non suscettibili di ricevere automaticamente la cittadinanza italiana, con il risultato paradossale di avere famiglie formate da componenti italiani e stranieri.

     

    Ius culturae. Un’occasione mancata

    Lo straniero che nasce in Italia può ottenere la cittadinanza italiana soltanto al compimento del diciottesimo anno di età dimostrando di essere regolarmente residente fin dalla nascita. In questo caso è sufficiente che il richiedente presenti entro un anno dalla maggiore età una dichiarazione all’ufficiale di stato civile con la quale esprime la sua volontà di acquisire la cittadinanza italiana. Il procedimento è stato semplificato nel 2013, consentendo di dare la prova della presenza in Italia anche con altri mezzi diversi dalla cittadinanza (certificati medici o di frequenza scolastica), documenti comunque obbligatori e soggetti a valutazione. Questo evita il caso, piuttosto diffuso, delle presenze di giovani stranieri in Italia fin dalla nascita ma non in grado di dimostrarlo perché non iscritti tempestivamente dai genitori all’anagrafe.

    L‘accesso alla cittadinanza resta comunque escluso ai bambini che non sono nati in Italia sebbene giunti nel nostro paese molto piccoli e qui cresciuti, frequentando la scuola italiana e mantenendo solitamente poche relazioni con il paese di origine.

    La proposta di legge approdata in Parlamento lo scorso anno si poneva l’obiettivo di superare questa disparità di trattamento, attraverso la concessione della cittadinanza italiana tramite il cd. ‘ius culturae’. Avrebbero così potuto ottenere la cittadinanza italiana i minori giunti in Italia prima del dodicesimo anno e che in Italia avessero svolto un percorso scolastico per un periodo minimo di 5 anni. La proposta naufragò al termine della scorsa legislatura lasciando intatte le disposizioni; oggi non vi sono le condizioni affinché possa essere nuovamente presa in considerazione.

     

    I protagonisti, uguali e diversi

    I figli degli immigrati non sono da tempo riconducibili soltanto alla figura dello studente inserito nelle scuole dell’obbligo o nei percorsi di formazione professionale. Bambini, pre-adolescenti, adolescenti e giovani compongono l’articolato universo delle “seconde generazioni”, nate in Italia o ivi giunte entro l’età dell’obbligo scolastico. Rappresentano uno dei tanti sotto-insiemi della popolazione con cittadinanza non italiana, cui si affiancano coloro che – pur avendo le stesse condizioni di partenza (ovvero nati da genitori stranieri) - sono nel contempo diventati italiani. Un tratto che accomuna le biografie di ciascuno di loro.

    Anzitutto per il doversi confrontare con l’immaginario della società, che spesso li considera replicanti dei genitori: nelle posizioni professionali, nello stile di vita, nella relazione con il paese e il sistema socio-culturale di origine. Bisognerebbe invece partire dall’assunto (di Herberg) secondo cui “Ciò che le prime generazioni vogliono ricordare, le seconde cercano di dimenticare. C’è infatti forte consapevolezza di come la condizione di migrante o di straniero sia foriera di malintesi, commenti sgradevoli, episodi spiacevoli che dall’insulto diventano veri e propri atti di discriminazione e di razzismo. Ancora diffusi sono peraltro stereotipi e stigmatizzazioni legati a tratti somatici o fenotipici.

    In secondo luogo, stranieri e figli di stranieri sono la “cartina di tornasole” del successo della decisione di migrare dei genitori. Dalla scuola al tempo libero, alle scelte amicali e affettive, i figli (e soprattutto le figlie) devono realizzare le aspettative di padri e madri. Sogni che sulle spalle dei ragazzi e delle ragazze diventano talora insopportabili. Occorre eccellere a scuola, a volte in percorsi di istruzione superiore e/o terziaria, che i genitori hanno scelto nell’ideale recupero del prestigio sociale e con l’ambizione di realizzare un percorso di mobilità ascendente. Temi che si ripropongono nel passaggio successivo, quello che conduce all’università o all’Istruzione Tecnica Superiore, come pure all’i ingresso nel mercato del lavoro.

    –Sono molte le storie di successo, vicende di ragazzi e ragazze che al di là di passaporto, tratti somatici o colore della pelle, si integrano e possono “passare per italiani”. Sono storie della quotidianità di ogni città o paese, in cui si diventa grandi fra la scuola, la famiglia, il gruppo di amici, lo sport e le attività ludico-espressive, i social network. Non tutti i percorsi sono lineari: arrivo, inserimento scolastico, integrazione nel gruppo dei pari, ricomposizione del rapporto con i genitori, e così via. Ma non è lineare il percorso di crescita, sebbene per gli italiani sia ammessa la possibilità di sbagliare; non così per i giovani immigrati.

     

    Per concludere: la forza dei sistemi locali

    L’immigrazione evidenzia e pone all’ordine del giorno problemi che riguardano i limiti strutturali con cui si confronta la società italiana. Così ad esempio le problematiche sociali urbane di quartieri in cui si sviluppano sub culture giovanili incentrate sul conflitto suscitano forti preoccupazioni per quanto riguarda l’integrazione dei figli degli immigrati, spesso visti come elementi di una gioventù “alienata”. Allo stesso modo, le carenze dei percorsi scolastici nei confronti delle esigenze del mercato del lavoro evocano difficoltà nella riuscita scolastica delle seconde generazioni, con conseguenze sulla disoccupazione giovanile.

    Lo sguardo di studiosi e policy makers dovrebbe quindi essere in grado di cogliere le dinamiche alla base di questi problemi, legate non solo al fenomeno migratorio ma a cause articolate e complesse. Politiche pubbliche di contrasto ai processi di ghettizzazione e a favore di interventi di discriminazione positiva possono migliorare gli esiti dei percorsi di integrazione, come mostrano esperienze in paesi di antica tradizione migratoria. E’ proprio attraverso i giovani immigrati che è possibile leggere i progressi di un percorso di adattamento reciproco tra società ricevente e nuovi residenti di cui va riconosciuto il ruolo di componente importante del capitale umano della società, di oggi e  del futuro.

    Integrare i giovani di seconda generazione non significa trascurare la loro storia familiare e le caratteristiche legate specificamente alla cultura d’origine ed al percorso di arrivo. Esse riflettono i diversi ritmi dei flussi, nonché gli effetti delle catene migratorie: nelle aree caratterizzate da percorsi di arrivo di vecchia data, riequilibrati dal punto di vista del genere e con alti tassi di ricongiungimento, sono più numerosi i minori nati in Italia. Viceversa per gli arrivi più recenti e/o con progetti di inserimento ancora non completamente orientati alla definitiva stabilizzazione, prevalgono i minori nati all’estero e ricongiunti in età adolescenziale.

    A complicare e rendere unica ogni traiettoria migratoria concorrono altre variabili. Alcune attengono alla storia di ogni singolo individuo: tipologia familiare, condizioni socio-economiche, prospettive future, rapporto con la comunità presente in Italia e con quella rimasta in patria. Altre sono invece più generali, e richiamano l’atteggiamento della società di immigrazione nei confronti dei cittadini immigrati e delle loro varie provenienze, il modo in cui si guarda a esse e le immagini/stereotipi che caratterizzato tale sguardo. Il risultato è uno scenario sfaccettato per caratteristiche ed esiti, che si è in grado di comprendere solo volgendo lo sguardo a livello locale, laddove del resto si gioca la vera partita dell’integrazione.

     

     

     

     

    [1] Per approfondimenti dei contenuti di questo articolo (numeri, politiche e bibliografia) si rimanda al volume di Roberta Ricucci, Cittadini senza cittadinanza. Lo questione dello ius soli, Torino, Seb27, 2018.

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