Domande di conoscenza dal territorio nella transizione verso la knowledge economy in Piemonte

    Di Questo indirizzo email è protetto dagli spambots. È necessario abilitare JavaScript per vederlo. e Questo indirizzo email è protetto dagli spambots. È necessario abilitare JavaScript per vederlo. - Dipartimento Interateneo Territorio (DITER) Università e Politecnico di Torino

    I territori e la sfida della conoscenza

    A tutte le scale geografiche, da quella internazionale sino al livello locale, lo sviluppo di un'economia ad elevato contenuto di conoscenza è ormai pienamente riconosciuta come una linea strategica fondamentale per affrontare la crisi e transitare verso un sistema economico più maturo.

     

    Spesso, tuttavia, la definizione di economia della conoscenza rimane ambigua. Ad uno sguardo superficiale, infatti, essa può apparire caratterizzata non solo da una elevata immaterialità, ma anche da un legame debole con i territori, concepiti semplicemente nei termini di un contenitore materiale che può contribuire od ostacolare lo sviluppo dei processi economici, ma che non ha il potere di indirizzarli né tanto meno caratterizzarli in modo decisivo. In questa accezione, l'economia della conoscenza viene concepita o come sola innovazione tecnologica (ad esempio nel settore delle ICT – Innovation and Communication Technologies), oppure nei termini di un'affermazione, piuttosto generica, del settore dei servizi avanzati a discapito del settore produttivo o ancora, infine, come generale riqualificazione della forza lavoro verso un più elevato livello di formazione. In ognuna di queste prospettive, tuttavia, l'incremento di conoscenza potrebbe potenzialmente avvenire ovunque vi siano le risorse economiche e finanziarie per investire in ricerca, sviluppo e formazione. Certo, potrebbe essere più semplice svilupparla laddove vi siano imprese che già investono in tali campi, o dove la forza lavoro si presenta maggiormente qualificata. Tuttavia, si tratta di una concezione molto astratta di knowledge economy, in cui il territorio, inteso come sistema locale di relazioni tra attori sociali e risorse (materiali e immateriali) orientate a perseguire determinati obiettivi e strategie, ha ben poco da dire.

     

    Le riflessioni che presentiamo di seguito sono tratte da una più ampia ricerca volta ad analizzare i fondamenti istituzionali, sociali e culturali alla base dello sviluppo dell'economia della conoscenza sul territorio piemontese. L'ipotesi di questo scritto è che quest'ultima sia fortemente legata alle specifiche caratteristiche dei territori, in molteplici modi: prima di tutto, ogni sistema locale presenta proprie vocazioni sedimentatesi nel tempo e che hanno dato origine a forme di conoscenza (talvolta di tipo tacito) che possono influenzare in modo decisivo le traiettorie di sviluppo; di conseguenza, diversi territori presentano domande di conoscenza differenti, alle quali è necessario rispondere con interventi e politiche mirate; infine, i sistemi locali sono in grado di esprimere strategie di sviluppo relativamente autonome (anche nel ramo della conoscenza) che sono loro specifiche e che derivano dalla sinergia tra gli attori che operano sul territorio e che, pertanto, si differenziano da altre forme e declinazioni territoriali della knowledge economy. A partire da questi presupposti, l'analisi del DITER ha approfondito le diverse geografie dell'economia della conoscenza emergenti dalle politiche pubbliche, dalle progettualità pubbliche-private e dalla rappresentazione degli attori sociali coinvolti in Piemonte e in particolare nelle province di Alessandria e Cuneo.

    Politiche territoriali e knowledge economy.

    Se l'economia della conoscenza assume caratteristiche specifiche e peculiari in funzione delle differenze tra i luoghi, allora può essere fatta oggetto di politiche territoriali dedicate e diversificate a seconda del contesto territoriale su cui intendono agire. Questa esigenza appare colta nei documenti di programmazione, pianificazione e indirizzo della Regione (si vedano, per esempio, il Piano Territoriale Regionale o il Documento Unitario di Programmazione), da cui si evince una certa consapevolezza del carattere diffuso e territorialmente diversificato della conoscenza. Si apprezza lo sforzo di intercettarne e territorializzarne i temi, rilevando le esigenze specifiche dei singoli sistemi locali e delineando strategie ad hoc. In particolare i PTI (Programmi Territoriali Integrati) hanno rappresentato il tentativo più esplicito di raccordo delle diverse politiche settoriali e di territorializzazione delle politiche di sviluppo. Al di là delle controversie sull'efficacia di questo strumento, su cui non interveniamo in questa sede, dal nostro punto di vista i PTI hanno rappresentato un momento particolarmente interessante di osservazione dell'emergenza di una domanda di conoscenza espressa dai territori, delle consapevolezze e auto rappresentazioni con cui essi si sono rapportati alla prospettive di una transizione verso una knowledge economy. I PTI costituiscono vere e proprie strategie di valorizzazione del territorio esito di una progettazione "dal basso", tra attori pubblici e privati alla scala di sistema territoriale, con la finalità di individuare specifiche vocazioni e traiettorie di sviluppo. Attraverso simili strumenti è possibile ricostruire una geografia di scala sub-regionale, fondata sull'attitudine degli attori a cooperare e a progettare insieme (fig. 1), che definisce in modo originale le strategie di sviluppo e, di riflesso, la domanda di conoscenza necessaria per realizzarle.

    Lo sviluppo di piattaforme agroalimentari per la valorizzazione della filiera agricola e il sostegno allo sviluppo rurale nel Cuneese, piuttosto che la promozione di poli logistici e distretti innovativi nel ramo ambientale e delle fonti rinnovabili nell'Alessandrino sono alcuni esempi di iniziative progettuali emergenti nel quadro della programmazione negoziata e che ben rappresentano le diverse modalità locali di declinare e definire pratiche territoriali innovative. Ciascuna di queste forme necessita di un supporto, in termini di conoscenza, che spazia dalla formazione del capitale umano e delle professionalità, alla ricerca per l'innovazione tecnologica, all'assistenza tecnica sino a servizi solo in apparenza meno complessi quali servizi e istituzioni per la cooperazione, lo scambio di informazioni e competenze, la promozione e il marketing, la formazione dedicata, ...

    I casi di Cuneo e Alessandria

    Tali evidenze sono emerse anche nell'ambito di un approfondimento empirico realizzato dal DITER nelle province di Cuneo e Alessandria, attraverso un'indagine qualitativa fondata su questionari inviati alle imprese e su una campagna di interviste ai principali stakeholders pubblici e privati dei due territori .

    Nel caso del Cuneese, ad esempio, i principali limiti rilevati nella diffusione della conoscenza sembrano essere rappresentati dalla parcellizzazione in piccole strutture d'impresa, estremamente diversificate sul territorio. Queste, da un lato, hanno consentito di attraversare la crisi economica con ricadute meno importanti che altrove ma, dall'altro lato, limitano fortemente la capacità da parte del sistema di investire massicciamente nella formazione e tanto più nella ricerca. Le esigenze espresse dal territorio si rivolgono allora verso il sostegno alle forme di cooperazione e la capacità di programmare interventi e servizi (ad esempio nel campo della formazione e dei servizi alle imprese) allo stesso tempo collettivi e diversificati, accanto alla promozione di forme di accorpamento imprenditoriale. Non a caso, viene sottolineato il ruolo cruciale esercitato dalle unioni camerali nel farsi interpreti di un sistema frammentato.

    Nel caso Alessandrino, è ancora una volta di più la scarsa capacità di "fare sistema" (rivitalizzando la struttura multi-distrettuale parzialmente in crisi) ad essere percepita come il principale ostacolo alla conoscenza, accanto ad un ruolo del pubblico considerato debole e non capace di comunicare e interagire con l'impresa (al punto che pubblico e privato sembrano parlare "linguaggi diversi"). Nonostante un profilo formativo mediamente più elevato rispetto al Cuneese, la sfida per la provincia sembra proprio quella di costruire reti nel settore della formazione rivolta direttamente alle imprese, campo in cui gli "attori forti" presenti sul territorio (in primis il Consorzio Proplast) sembrano già essersi diretti ma che richiederebbe sforzi ulteriori anche da parte del pubblico nel costruire reti tra le imprese.

    Quali insegnamenti per le politiche?

    Nel porsi come obiettivo la transizione verso la knowledge economy, non si possono trascurare le domande espresse dal territorio, ripiegando su una definizione generale e astratta di conoscenza e, di conseguenza, su strumenti e interventi scarsamente territorializzati. Dalle nostre indagini di domanda di conoscenza dei territori, colta attraverso la risposta alle politiche (come nei PTI) e un approfondimento qualitativo sulle Provincia di Alessandria e Cuneo, emerge infatti una domanda diversificata, strettamente legata alle specificità territoriali. Le politiche regionali e sovra-locali più in generale sono chiamate ad esprimere una sensibilità rispetto alle specifiche domande ed esigenze di conoscenza emergenti dal territorio: un'offerta di conoscenza diversificata in funzione di una domanda altrettanto eterogenea. Una strada per individuare e intercettare tale molteplicità di domande è offerta dall'analisi delle progettualità locali e bottom-up, come espressione di specifici sentieri di sviluppo che poggiano su e fanno richiesta di forme specifiche di conoscenza per superare i problemi del territorio e perseguire nuove strategie.

     

    Nota 1: Il contributo si colloca nel più ampio progetto di ricerca E.R.I.C.A. – Enriching Regional Innovation CApabilities in the service economy. The institutional and cultural roots of development in a knowledge-based society. Si tratta di una ricerca pluriennale finanziata e patrocinata dalla Regione Piemonte tramite il Bando in Scienze Umane e Sociali 2008 e che vede il coinvolgimento di numerosi soggetti: il Dipartimento di Scienze Sociali dell'Università di Torino (ente capofila), l'Ires Piemonte, il Dipartimento Interateneo Territorio del Politecnico e dell'Università di Torino (DITER), la Fondazione Fitzcarraldo e il Corep.

    Nota 2: La campagna di interviste ha selezionato quattordici testimoni privilegiati nei due contesti di analisi, tra i quali esponenti della pubblica amministrazione provinciale, delle unioni camerali, delle principali imprese, poli di innovazione e agenzie formative.

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