Editoriale n.25 - Rinnovamento industriale e ripresa in Piemonte

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    La crisi da cui la regione sta faticosamente uscendo ha evidenziato un'accentuata e rapida erosione della base industriale della sua economia. Non è un fenomeno solo piemontese, tantomeno italiano, ma nella nostra realtà sta assumendo contorni di particolare gravità e preoccupazione per le ipoteche che può determinare sulle sorti dello sviluppo prospettico economico e sociale. Soprattutto se ci si confronta con tendenze in atto che attribuiscono al settore industriale un ruolo rilevante nella ripresa in atto, anche nei paesi avanzati, con fenomeni nuovi e interessanti di 'reindustrializzazione' nelle economie sviluppate, che fanno da contraltare alla 'terziarizzazione' che ha rappresentato la cifra dello sviluppo economico per le economie avanzate nel quadro della globalizzazione dell'ultimo ventennio.

    Le ragioni che inducono a spiegare quella che sembra una tendenza, appena abbozzata e ancora poco decifrabile nei suoi effettivi sviluppi, ma verificabile nella ripresa in atto, rappresentano altrettanti segnali deboli delle trasformazioni dei sistemi produttivi in seguito alla crisi globale: richiamano cambiamenti di contesto legati alla creazione di catene del valore a scala internazionale attraverso la frammentazione di cicli produttivi, la creazione di capacità di spesa per consumi evoluti e di qualità in ampie nicchie globali, la crescente personalizzazione delle produzioni, la indispensabile innovatività, anche tecnologica, dei prodotti, la diffusione delle tecnologie ICT nei prodotti e processi produttivi, la rilevanza del fattore organizzativo in un quadro di maggior complessità nella sfera della produzione di beni e servizi.

    Rispetto al 2007 il Piemonte, oggi, registra una perdita di valore aggiunto industriale, in termini reali, di circa il 15%: un significativo arretramento della produzione regionale avvenuta nel corso della crisi che si aggiunge alla performance non favorevole riscontrata nella prima parte degli anni 2000, quando aveva comunque manifestato un profilo calante, con una variazione media annua prossima al -0,5% fra il 2000 ed il 2007. Un problema, dunque, che ha origini ben antecedenti alla crisi, riconducibile alle diverse debolezze strutturali del sistema produttivo regionale, che hanno determinato indicatori di crescita dell'economia alquanto deboli, in assoluto e nel confronto europeo.

    Si tratta di un problema legato alla debole crescita della produttività, che può essere attribuita alla presenza di specializzazioni tradizionali che devono rinnovarsi, ad una ancora limitata innovazione nei modelli di business, non sufficientemente attenti alle funzioni non strettamente manifatturiere ma cruciali per il successo sui mercati (progettazione dei prodotti, commercializzazione, servizi post vendita, contenuti immateriali), ad un sistema caratterizzato da una crescente presenza di PMI, con difficoltà ad affrontare innovazioni "radicali" e a sfruttare le opportunità dell'internazionalizzazione.

    A livello europeo sta consolidandosi un orientamento verso un rafforzamento dell'industria nell'economia del continente, come strategia che possa andare oltre alle politiche di consolidamento fiscale - che sempre più si rivelano un blocco alla ripresa e un grave ostacolo al superamento delle divergenze nello sviluppo economico ed occupazionale nell'area- rilanciando la competitività dell'industria europea nel nuovo contesto globale. Un Industrial compact per offrire un'uscita dalle ristrettezze del Fiscal compact.

    Vi sono ragioni obiettive che supportano l'importanza del mantenimento di una forte base industriale, rinnovata ed integrata con l'economia dei servizi, come presupposto di uno sviluppo sostenibile che garantisca il tenore di vita delle nostre società: per il ruolo moltiplicativo nei confronti degli altri settori economici, come potente veicolo di innovazione, forte propulsore di ricerca e sviluppo, fattore determinante per garantire l'accesso a risorse necessarie mantenendo in equilibrio la bilancia dei pagamenti.

    Si pensa ad un'industria per molti aspetti molto diversa da quella del passato, i cui tratti sono esemplificati dal concetto di 'fabbrica intelligente', che costituisce punto di riferimento per le politiche industriali future.

    Un processo che richiede, accanto all'innovazione dei prodotti e dei processi con gli ingredienti tradizionali della tecnologia e degli investimenti in macchinari innovativi - pur affiancati da maggior attenzione alla concezione dei prodotti, ai contenuti di creatività e personalizzazione e nei servizi ad essi collegati- soprattutto forti immissione di nuove competenze e un recupero del carattere 'artigiano' nella produzione industriale.

    I ritardi sopra evidenziati del nostro apparato produttivo e queste nuove direzioni sulle quali occorre investire risorse, in termini economici e di socialità, aprono il terreno per una riflessione meno stereotipa ('ideologica') sulle politiche industriali.

    Spesso evocate, queste ultime, come soluzione generica in risposta alla presa di coscienza delle obiettive difficoltà (se non obsolescenza) di una parte non indifferente dell'apparato produttivo, spesso non vengono definite o sono oggetto di soluzioni discutibili o minimaliste rispetto ai problemi sopra evidenziati (come, ad esempio, il recupero della competitività attraverso il tasso di cambio o con riduzioni, non decisive, in taluni costi di produzione). Talvolta ritenute per lo più non necessarie, se non dannose, dimenticando, in realtà, la loro effettiva esiguità nel nostro paese a confronto con le economie concorrenti.

    Risulteranno invece necessarie per superare i fallimenti del mercato, di informazione e di coordinamento fra i soggetti economici, che rallentano o impediscono le trasformazioni radicali che la situazione richiede, seppure in una logica di scoperta delle soluzioni più adatte ai singoli contesti, non misure universalmente replicabili.

    I contributi che vengono presentati in questo numero, pur molto diversi fra loro, sono stati pensati in questo schema di riflessione.

    Il contributo di Foresti sull'andamento dei distretti in Piemonte mette in evidenza, attraverso un'analisi dei flussi di esportazione, punti di forza e debolezza, in un quadro che denota, accanto ad una ritrovata competitività di numerose specializzazioni regionali, alcune situazioni di maggior criticità: in generale, tuttavia, i profondi processi di ristrutturazione intervenute nelle aree distrettuali, anche nelle situazioni più promettenti, non sono sufficienti a garantire ricadute occupazionali soddisfacenti.

    Il contributo di Calabrese ed Enrietti sulle trasformazioni nel settore dei componenti per auto evidenzia come il processo di selezione, particolarmente intenso nella crisi, che ha visto l'espulsione di oltre un quinto delle piccole imprese di subfornitura, si sia accompagnato al consolidamento industriale e finanziario di talune realtà imprenditoriali medie e grandi; per altro verso, sottolinea l'importanza della diversificazione ma anche il ruolo che le agglomerazioni produttive hanno avuto, nel caso piemontese, nel determinare una maggior tenuta del comparto. Suggerisce anche l'urgenza, per queste ultime, di dotarsi di più solidi strumenti di politica industriale che ne supportino una strategia a scala distrettuale per affrontare l'inevitabile transizione a seguito delle profonde modificazioni che il comparto auto sta vivendo in Piemonte.

    La rilevanza dei temi dell'organizzazione e della formazione emergono con particolare evidenza nel contributo di Magone sull'adozione di forme di produzione snella, nello specifico nel settore automotive torinese, finalizzato all'individuazione dei fabbisogni formativi delle imprese che intraprendono tali processi di innovazione organizzativa. Sottolinea come ingrediente fondamentale per il successo della trasformazione l'integrazione fra le diverse aree aziendali da coinvolgere nel processo di cambiamento e nelle relazioni fra imprese della filiera. Emergono spunti interessanti sul piano del ruolo della formazione e delle politiche pubbliche in questo ambito: la necessità di superare la tradizionale distinzione tra formazione generale e formazione specifica e l'affievolirsi del ruolo specialistico e separato del formatore che fa ritenere utile la proposta di un' "agenzia per l'innovazione" per promuove forme di interazione cooperativa fra imprese, enti di ricerca e parti sociali in grado di isolare e diffondere approcci innovativi.

    La desiderabilità di approcci non convenzionali alla formazione emergono anche nel contributo di Armano e Migliore sui processi di innovazione ed apprendimento nell'artigianato edile green, dove si argomenta, attraverso un caso di studio di tipo etnografico, la rilevanza degli aspetti motivazionali nel consolidamento delle competenze tecniche degli artigiani e nell'indirizzare le loro strategie d'impresa: vi è, dunque, la possibilità di immaginare interventi a supporto degli artigiani di tipo nuovo, che si estendano al di fuori delle aule di formazione, o trascendano le stesse, per formare comunità di pratiche in cui si scambiano e si elaborano le esperienze, coinvolgendo anche le altre figure professionali che gravitano intorno ai progetti in cui gli artigiani edili operano.

    Il contributo sull'artigianato nella filiera dell'edilizia eco-compatibile di Ferrero e Pollo mette in evidenza i limiti che sono frapposti allo sviluppo e alla qualificazione di questo nuovo cruciale ambito dell'economia dovuti ai problemi di coordinamento e informazione fra i diversi soggetti che compongono una filiera complessa. Suggerisce un ruolo per le politiche pubbliche, per contemperare la prosecuzione, talvolta il recupero, della tradizione con le ragioni portate dalla modernizzazione (industrializzazione) degli interventi in nuova edilizia e sul costruito.

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