Il lavoro autonomo nell’artigianato piemontese

    di Questo indirizzo email è protetto dagli spambots. È necessario abilitare JavaScript per vederlo. (Ricercatore)

    Introduzione

    Delimitare lo spazio di pertinenza dell'artigianato, alla luce dei mutamenti regolativi intervenuti dai provvedimenti istitutivi di questa fattispecie giuridica e delle profonde trasformazioni (tecniche, dei prodotti e dei mercati) dell'assemblaggio produttivo dei paesi a capitalismo maturo, è divenuto problematico. Altrettanto lo è qualificare come imprese tutte le unità economiche di questo campo amministrativo. A fine 2013 il 62 per cento delle imprese artigiane piemontesi era composto da ditte individuali senza dipendenti.

    Numero che andrebbe sempre considerato nella comunicazione dei dati strutturali e congiunturali sul sistema produttivo. Quando ad esempio si scrive che "nel 2013 in Italia hanno chiuso i battenti 300.000 imprese", occorrerebbe aggiungere che in larga maggioranza si tratta di ditte individuali senza dipendenti e che questo numero non è affatto anomalo (prima del 2008 le cessazioni si attestavano su livelli analoghi o appena inferiori). Le riflessioni che seguono intendono fornire alcuni spunti e qualche base empirica a sostegno dell'argomento della non assimilabilità dei self-employed allo status di piccola impresa.

    L'elevata diffusione di self-employed, come è noto, è una specificità italiana: nel confronto europeo il nostro paese si distingue infatti proprio per l'incidenza elevata di imprese "di una persona", senza dipendenti (16,1% dell'occupazione complessiva, contro una media "UE a 15" del 9,8%),(1) particolarmente concentrate nei settori del commercio (che ne raggruppa il 30% complessivo), delle attività professionali (22%), delle costruzioni (13%). Più in specifico, il 48,5 per cento rientra nei gruppi professionali superiori (i primi tre della classificazione ISCO),(2) che per comodità possono essere definiti, con una certa approssimazione, lavoratori autonomi della conoscenza (con una prevalenza di liberi professionisti); il resto è costituito dalle tradizionali figure del lavoro autonomo del commercio, dell'agricoltura, dell'artigianato (manifattura, costruzioni, riparazioni, trasporti, lavanderie, parrucchieri e altri ecc.).

    Il Piemonte non si scosta dal quadro nazionale, anche se si osserva una lievemente inferiore incidenza dei self-employed sull'occupazione complessiva nel settore privato (14,2% anziché 15,1%) e – nella distribuzione settoriale – una presenza superiore nell'edilizia e più contenuta nelle attività professionali.(3) Nell'artigianato piemontese circa sei imprese ogni dieci sono di "single" e ventinove occupati ogni cento sono self-employed. Tra il 1999 e il 2013,(4) le "single" sono aumentate in numero (anche se nel 2013 si è registrata una sensibile riduzione rispetto all'anno precedente) e per incidenza sul totale degli operatori e degli occupati: nel 2013 erano ufficialmente quasi 81.000, nel 1999 72.100 (Tabella 1). In nessun settore economico le imprese con un solo addetto sono meno del 40 per cento dello stock; in alcuni, come le costruzioni, i trasporti e i servizi alle imprese, oscillano intorno al 70 per cento. Niente affatto marginale, inoltre, la quota di "autonomi" sul totale delle aziende manifatturiere (nel ramo metalmeccanico sfiorano la metà del totale). I self-employed, inoltre, rappresentano il 29 per cento dell'occupazione complessiva dell'artigianato. Il "peso" effettivo è in realtà inferiore, poiché una parte di queste aziende, come rivela il confronto tra la base statistica di fonte camerale e l'archivio Istat delle imprese attive, è formalmente in attività ma non emette in realtà alcun segnale di vita.

    Nel periodo convenzionalmente associato alla grande crisi, a fronte di una riduzione complessiva del numero d'imprese registrate, quelle composte dal solo titolare sono state in aumento fino al 2011 e in calo evidente solo tra il 2011 e il 2013 (riduzione tuttavia analoga a quella registrata dalle imprese totali). Per quanto attiene all'incidenza occupazionale dei self-employed nei settori, si osserva una crescita marcata, tra il 2008 e il 2013, nelle costruzioni, nei servizi alle imprese e anche nella manifattura. Accanto ai dati di stock e di flusso è utile richiamare alcune caratteristiche qualitative dei self-employed artigiani. In base alle informazioni ricavabili dalla serie delle indagini congiunturali realizzate dal Sistema Informativo dell'Artigianato della Regione Piemonte fino al 2012, sappiamo che nell'85 per cento dei casi sono di sesso maschile (percentuale che scende al 70-75 per cento nelle classi dimensionali superiori), che sono più anziani della media (solo uno su tre ha meno di 40 anni) e che sono nel complesso un po' meno scolarizzati dei titolari delle imprese più strutturate (il 61 per cento possiede un titolo elementare o di secondaria inferiore). Sempre più frequentemente, infine, sono stranieri: nel 1999 erano 2.300, nel 2013 17.000 (il 13 per cento del totale, ma tra gli under 40 la quota sale al 30 per cento).

    Per venire al tema, i self-employed sono "imprese molto piccole" o sono da considerare in modo distinto dal mondo delle PMI cui (nelle statistiche, nelle policy e nel discorso pubblico) sono quasi sempre associati? Non è un problema nominale. Come è stato osservato, entità in cui le figure del proprietario, del manager e del salariato si presentano accorpate in un'unica persona dovrebbero essere considerate una specie con genus differente dall'impresa capitalistica (Bologna, 2007). Anche se la coincidenza tra proprietà e gestione, generalmente ricondotte nella sfera della famiglia "impresizzata", costituisce forma modale della piccola e spesso anche media impresa italiana, una qualche separazione tra la proprietà delle "condizioni oggettive" della produzione e i salariati – reali o di fatto che siano – appare tuttora necessaria per qualificare l'impresa capitalistica. E' possibile obiettare che il concetto d'impresa è definito in primis dall'orientamento all'accumulazione e all'incremento della produttività dei fattori (mezzi e lavoro). Anche una ditta senza dipendenti può agire secondo questa logica. Seguendo questo filo, tuttavia, il self-employment dovrebbe essere considerato una condizione di passaggio verso forme organizzative più complesse, oppure un'impresa che non cresce. E perlopiù così le aziende di un solo uomo sono descritte: come imprese mediocri, che non sanno crescere.

    Senza pretendere di esaurire il dibattito per approfondire la questione è utile fornire qualche elemento empirico che contribuisca ad arricchirne la base informativa. Il confronto tra gli assetti competitivi e le performance dei self-employed e delle imprese più strutturate, nell'artigianato piemontese, evidenzia anzitutto una frattura.(5) Le imprese di "single", ad esempio, hanno reti di mercato cortissime: il 34% non esce dai confini comunali e solo una su cinque va oltre provincia (questa percentuale cresce sensibilmente nelle classi dimensionali immediatamente superiori). Quasi la metà aveva nel 2012 un fatturato inferiore ai 26.000 euro annui e solo un'esigua minoranza (intorno al 5 per cento) superava i 150.000 Euro (nella classe 4-5 addetti sono quasi due su tre a situarsi oltre questa soglia). Solo una percentuale sensibilmente inferiore a quella rilevata tra le altre imprese, inoltre, effettua investimenti (Figura 1). Tutti gli approfondimenti qualitativi effettuati sul mondo dell'artigianato piemontese (aventi per oggetto di volta in volta i temi dell'innovazione, della formazione, l'orientamento alle tematiche ambientali, la diffusione di nuove tecnologie, la propensione a cooperare, ecc.), hanno regolarmente rilevato l'esistenza di cleavage dimensionali, di cui quello che separa le imprese con un addetto dalle classi superiori è il più profondo.(6)

    Infine, il self-employement è davvero una condizione temporanea? Al fine di suffragare con elementi empirici, ad un livello almeno esplorativo, l'ipotesi per cui quella di lavoratore autonomo costituisce una "carriera" distinguibile da quella dell'imprenditore, si è proceduto ad un esercizio, basato sull'osservazione del pattern successivo all'iscrizione delle imprese artigiane costituitesi in un dato anno. Allo scopo di osservarne l'evoluzione per un tempo sufficientemente ampio, si è scelto di analizzare le imprese iscritte all'Albo nel 2000, anno in cui si erano iscritte 10.516 nuove attività artigiane. Di queste, tre su quattro impiegavano all'atto della nascita un solo addetto (il titolare), il 21 per cento tra i due e i quattro addetti, le restanti almeno cinque. Il 40 per cento circa dei titolari o soci delle nuove imprese aveva una precedente esperienza nell'artigianato (dato che conferma come ingressi e uscite in questo campo siano porte girevoli). A distanza di undici anni, solo il 40 per cento di queste aziende era ancora in attività; tra quelle nate "single", la percentuale era ancora inferiore (38 per cento, contro il 45 per cento di quelle nate con più di un addetto). Infine, è il dato che qui più interessa, delle sopravvissute al 2011, il 79 per cento delle "single" alla nascita si trovava nella stessa condizione di partenza (Tabella 2).

    Riepilogando, i risultati delle analisi suesposte evidenziano che: i) larga parte delle imprese artigiane è alla nascita un'attività di lavoro autonomo; ii) le imprese di "single" esprimono nel complesso performance peggiori del resto delle aziende; iii) i self-employed investono meno, evidenziando un minore orientamento allo sviluppo dell'attività; iv) nel medio periodo, la probabilità di cessare è superiore a quella di sopravvivere, e d'altra parte la frequenza delle cessazioni è il rovescio della frequenza delle nascite; v) la larga maggioranza di chi nasce "single", se non cessa l'attività, rimane tale, dando vita a carriere di self-employment.

    Le variabili osservabili dalle statistiche demografiche e dalle indagini campionarie citate, in sé, non sono ovviamente sufficienti a sciogliere il nodo (i self-employed sono imprese?) e l'analisi dovrebbe dunque contemplare aspetti soggettivi, orientamenti personali, modi di percepirsi. Le ricerche empiriche con questo obiettivo, rare e quasi sempre parziali, si sono generalmente orientate, negli ultimi anni, a popolazioni di lavoratori autonomi sostanzialmente altre da quelle più diffuse nell'artigianato (riguardano infatti free lance e professionisti con partita iva delle attività intellettuali). Le indagini a disposizione e la letteratura sul tema suggeriscono tuttavia la compresenza, all'interno del mondo dei self-employed, di profili diversi, per atteggiamento verso il mercato e "posizione strutturale" (grado di autonomia, posizione nella divisione del lavoro, ecc.). Esiste una componente di proto-imprenditori, che si comporta effettivamente come un'impresa in nuce (investe, amplia il mercato, è orientata a crescere); una di autonomi sans phrase, divenuti tali per le ragioni più svariate (emanciparsi dalla condizione di salariati, svolgere attività più gratificanti, assenza di alternative, ecc.) e che non persegue l'obiettivo di divenire una "vera impresa"; una componente di nuovi proletaroidi, soggetti giuridicamente autonomi ma di fatto subordinati (ai committenti, ai logistic integrator, ai general contractor delle costruzioni, ecc.).

    L'impatto della crisi sulla realtà dei self-employed artigiani, per chiudere questa rassegna, è solo in minima parte deducibile dal movimento delle cessazioni. Il saldo nascite-decessi, nell'artigianato, è divenuto negativo da qualche anno, in virtù soprattutto del rarefarsi delle iscrizioni. Il fatto che molti self-employed non chiudano l'attività significa tuttavia poco: chiudere per fare cosa? Aumentano infatti le aziende in stato "vegetativo". Lo scostamento tra le registrate alle CCIAA e quelle presenti nell'archivio ASIA dell'Istat (che considera solo le aziende in effettiva attività), è cresciuto da 18.400 (2007) a 23.000 unità (2012). Oltre nove su dieci, tra quelle presenti nei registri camerali ma non in ASIA, impiegano un solo addetto. Certamente rilevante è stato l'impatto sui redditi. Le statistiche fiscali ci dicono di un vistoso calo dei redditi medi da lavoro autonomo (-16,4% dal 2008 al 2012 in Italia, -11,4% in Piemonte, ma in alcuni settori tipicamente "artigiani" - manifattura, costruzioni, riparazioni - la contrazione media è stata del 20%).(7)

     

    Conclusioni

    Per concludere, anche se questa riflessione richiederebbe altro spazio, è cambiata la "rappresentazione" sociale dei lavoratori autonomi. Fino agli anni Settanta la "piccola borghesia autonoma" era descritta prevalentemente come ceto "residuale" e "periferico", e la sua ampia diffusione come esito dell'arretratezza del capitalismo italiano (Sylos Labini, 1974) o come effetto intenzionale di politiche volte a incentivare una mobilitazione individualistica all'interno dei ceti popolari (Pizzorno, 1974). Per converso, negli anni Ottanta, mentre alcune analisi ponevano l'accento sul nuovo lavoro autonomo "di seconda generazione" (Bologna-Fumagalli, 1997) come esito, da una parte, dell'espansione dei rapporti di mercato a nuovi ambiti (welfare, industrie creative, ICT) e dall'altra del sistematico ricorso all'outsourcing delle imprese maggiori, altre parlavano di egemonia culturale del "capitalismo molecolare" (Bonomi, 1997) o del nuovo "capitalismo personale" (Bonomi-Rullani, 2005). Rappresentazioni che hanno perso efficacia, a fronte dell'emergere del lavoro autonomo come volto sofferente della crisi, compreso tra gli stereotipi del free lance 2.0 e del "forcone". Il patto implicito che regolava le relazioni tra Stato e piccola borghesia indipendente nella "prima repubblica", basato su un premio previdenziale (pensioni contenute ma superiori al valore dei contributi versati) e su disattenzioni benevole in materia fiscale (Ranci, 2012), appare definitivamente superato. Contrariamente a quanto avveniva in passato, è infatti da osservare che una parte consistente dei lavoratori autonomi (artigiani e non) sperimenta oggi una condizione di relativo svantaggio, sia nella sfera distributiva sia nella ridistribuzione operata attraverso il welfare. Sul versante degli interventi pro crescita, sfera di pertinenza delle Regioni, l'assimilazione giuridica alla piccola impresa ne esclude di fatto (anche se non formalmente) la larga maggioranza dall'accesso alle risorse pubbliche destinate a investimenti, innovazione, formazione. Di ciò, si trova traccia anche nelle analisi di valutazione delle politiche pubbliche per l'artigianato in Piemonte. Nel periodo 2008-2010, per esemplificare, tali analisi hanno evidenziato come siano state le imprese più grandi a richiedere (ed ottenere) la quota maggiore di finanziamenti. In secondo luogo, nel triennio considerato, il 30 per cento delle imprese con più di 10 addetti e il 21 per cento delle imprese con 5-10 addetti ha ricevuto almeno una agevolazione, quota che scende al 9 per cento tra quelle con 2-4 addetti e al 2,5 per cento, appunto, tra quelle composte dal solo titolare (i nostri self-employed).(8)

     

    Riferimenti bibliografici

    Bologna S. (2007), Ceti medi senza futuro?, Scritti, appunti sul lavoro e altro, Derive Approdi, Roma.

    Bologna S. e Fumagalli A. (a cura di) (1997), I lavoratori autonomi di seconda generazione, Scenari del postfordismo in Italia, Feltrinelli, Milano

    Bonomi A. (1997), Il capitalismo molecolare. La società al lavoro nel Nord Italia, Einaudi, Torino.

    Bonomi A. e Rullani E. (2005), Il capitalismo personale. Vite al lavoro, Einaudi, Torino.

    Pizzorno A. (1974), I ceti medi nel meccanismo del consenso, in AA.VV., Il caso italiano, Garzanti, Milano.

    Ranci C. (a cura di) (2012), Partite Iva. Il lavoro autonomo nella crisi italiana, Il Mulino, Bologna.

    Sylos Labini P. (1974), Saggio sulle classi sociali, Laterza, Bari-Roma.

     

     Tabelle e figure 

    Tabella 1. Numero e incidenza imprese con un addetto su totale artigiane in Piemonte (1999-2011)

    Settore
    economico

    1999

    2008

    2011

    2013

    % su tot

    %

    % su tot

    %

    % su tot

    %

    % su tot

    %

    Metalmeccanica

    7.985

    44,4

    11,1

    7.524

    45,6

    9,4

    7.801

    49,5

    9,2

    7.069

    48,9

    8,7

    Manifatt. leggere

    5.336

    41,6

    7,4

    4.782

    39,6

    6,0

    5.065

    41,3

    6,0

    4.790

    40,3

    5,9

    Altre Manifatture

    3.751

    45,4

    5,2

    3.427

    45,2

    4,3

    3.463

    48,4

    4,1

    3.189

    48,1

    3,9

    Costruzioni

    28.030

    64,9

    38,9

    40.650

    67,1

    50,6

    44.169

    72,4

    51,9

    41.712

    72,9

    51,6

    Riparazioni

    5.680

    50,2

    7,9

    4.244

    47,5

    5,3

    4.356

    48,8

    5,1

    4.323

    49,1

    5,3

    Trasporti

    8.293

    74,5

    11,5

    6.400

    69,3

    8,0

    5.672

    69,5

    6,7

    5.409

    70,0

    6,7

    Servizi imprese

    4.171

    61,7

    5,8

    5.121

    63,8

    6,4

    6.106

    68,9

    7,2

    6.156

    67,5

    10,2

    Servizi persona

    8.862

    64,8

    12,3

    8.112

    59,5

    10,1

    8.448

    60,6

    9,9

    8.245

    60,3

    7,6

    Totale

    72.108

    57,6

    100,0

    80.260

    58,8

    100,0

    85.080

    62,5

    100,0

    80.893

    62,5

    100,0

     

    Figura 1. Percentuale di imprese artigiane che hanno effettuato investimenti (2005-2012)

    Fonte: Indagine Congiunturale dell'Artigianato piemontese

     

    Tabella 2. Cessazione e sopravvivenza delle imprese artigiane nate nel 2000 (periodo 2000-2011)

     

    Classe addetti

    al 2000

    Classe addetti al 2011 

    Iscritte

    Nel 2000

    Cessate nel periodo

    1

    2-4

    5-10

    11-20

    >20

    Totale

    1 addetto

    2.343

    551

    80

    8

    0

    2.982

    7.846 

    4.864 

    > 1 addetto

    247

    662

    228

    76

    7

    1.220

    2.670 

    1.450 

    Totale

    2.590

    1.213

    308

    84

    7

    4.202

    10.516

    6.314








    1 addetto

    78,6

    18,5

    2,7

    0,3

    0,0

    100,0

    61,99 

    > 1 addetto

    20,2

    54,3

    18,7

    6,2

    0,6

    100,0

    54,31 

    Totale

    61,6

    28,9

    7,3

    2,0

    0,2

    100,0

    60,04

     

     

     

     

     

    Nota(1) Eurostat, LFS

    Nota(2) In altre parole, i) manager o imprenditori, ii) professionisti ad alta specializzazione e iii) tecnici qualificati

    Nota(3)   Elaborazione su ASIA Imprese Piemonte, Istat, 2012

    Nota(4) Il periodo è relativo alla disponibilità dei dati derivanti dall'integrazione tra fonti statistiche Inps e delle CCIAA, avviato dal Sistema Informativo dell'Artigianato della Regione Piemonte nel 1999 e aggiornato fino al 2013

    Nota(5)  Le informazioni riportate sono ricavate dalla serie delle Indagini Congiunturali sull'Artigianato piemontese, realizzate nel periodo 1999-2012 dal Sistema Informativo dell'Artigianato della Regione Piemonte

    Nota(6)  Per approfondimenti consultare le ricerche sul sito www.regione.piemonte.it/artigianato/pubblicazioni.htm#ricerche

    Nota(7) MEF, Dipartimento delle Finanze, Dati e statistiche fiscali

    Nota(8) Regione Piemonte, Sistema Informativo, Valutazione delle politiche pubbliche per l'artigianato, 2011


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