Leggere le trasformazioni dell’artigianato in Piemonte attraverso il lungo periodo : cosa (non) è cambiato dal 1980 al 2012

    di Questo indirizzo email è protetto dagli spambots. È necessario abilitare JavaScript per vederlo. - (R&P sc)

    Introduzione

    È probabile che ognuno abbia una propria idea e definizione di artigiano e lavoro artigianale, naturalmente legate al peso culturale e al valore di un saper fare manuale antico e radicato (cfr. Micelli, 2011). Anche la legislazione italiana, a cominciare dal codice civile, e la burocrazia se ne sono ampiamente occupate nel tempo e questo ha dato origine, come effetto collaterale, a ricche basi di dati. Dalla fonte amministrativa si possono ricavare molte informazioni sulle caratteristiche degli artigiani, nello spazio e nel tempo.

    Ma quello che in questi dati è, o non è, artigiano non è definito dal ricercatore ma dal potere legislativo e dall'amministrazione pubblica: abbandonata ogni idea romantica o filosofica del termine e dell'attività svolta, si adotta una definizione puramente amministrativa del comparto artigiano, tale per cui sono imprese artigiane le sole aziende iscritte all'Albo Artigiani(1) delle Camere di Commercio e sono artigiani tutti e solamente i lavoratori iscritti alla "Gestione speciale per l'assicurazione obbligatoria invalidità, vecchiaia e superstiti degli artigiani" istituita in seno all'Istituto Nazionale della Previdenza Sociale. L'istituzione sia dell'Albo che della gestione speciale INPS risalgono alla fine degli anni '60 e molti interventi normativi si sono succeduti. La definizione amministrativa non è certo la migliore, ma è sostanzialmente ad essa che ci si riferisce quando si prova a misurare la consistenza numerica e ad analizzare il settore.

    La Regione Piemonte ha lavorato per molti anni alla costruzione e al mantenimento di un sistema informativo fondato su basi dati amministrative - sostanzialmente provenienti da Camera di Commercio (Albo Artigiani) e INPS (fondo lavoratori dipendenti e gestione speciale artigiani) - che consente di ripercorrere una lunga storia (oltre 40 anni) dell'artigianato piemontese, con un grado di dettaglio e ricchezza di informazioni via via crescente(2).

    Cosa è successo in Piemonte? Osservando semplicemente i dati si rileva che il numero di iscritti alla gestione pensionistica erano circa 171.000 nel 1981 e sono ancora 171.000 nel 2012. Un caso? È cambiato qualcosa nel tempo? Questa lunga storia può insegnare qualcosa? Un contesto di lungo periodo può aiutare a considerare gli effetti della crisi in una luce diversa?

     

    Effetti dei cambiamenti normativi sulla numerosità degli artigiani

    La prima questione da affrontare è l'effetto indotto delle variazioni normative e amministrative, intese in senso lato, sui dati e sugli archivi.

    La storia giuridica dell'Artigianato inizia sostanzialmente nel dopoguerra. "Fu con il varo della legge n. 860 del 25 luglio 1956 che si produsse una definizione normata di impresa artigiana e si introdussero i famosi Albi provinciali, che divennero condizione necessaria per accedere alle agevolazioni previste dalla legge 949/52" (Tosti, 2004). Seguì, nel 1959, l'istituzione dell'assicurazione obbligatoria invalidità, vecchiaia e superstiti. L'evento più importante fu l'approvazione, nel 1985, della Legge quadro n. 443 che fissò i limiti entro cui l'impresa artigiana poteva muoversi. Nel tempo questi perimetri sono cambiati e trasformati. Negli anni '90 avvenne il riordinamento delle Camere di Commercio (Legge 580/1993), si avviò l'attuazione del Registro delle Imprese, sparirono le "società di fatto" e vennero ammesse, come imprese artigiane, le società in accomandita semplice (1997). Nel 2001 l'ennesimo intervento legislativo allargò ulteriormente la tipologia di imprese iscrivibili all'albo (legge 57/2001 introduce la Società a responsabilità limitata tra più soci).

    Anche il sistema pensionistico venne profondamente rivisto, in particolare negli anni '90 con le Leggi Amato (1992), Dini (1995), che introdusse il sistema contributivo, e Prodi (1997).

    E ancora, non si possono ignorare le riforme in tema di immigrazione, le regolarizzazioni (vedi la legge Martelli del 1990, la Turco-Napolitano del 1998, la Bossi-Fini 2002 e la 'grande regolarizzazione', per citare solo le più importanti) e l'allargamento dell'Europa (in particolare l'ingresso della Romania nel 2007) .

    Tutti gli eventi citati (e altri minori), di natura sostanzialmente non economica, risultano chiaramente visibili nei dati sull'artigianato, sia negli stock che nei flussi, alterandone l'evoluzione storica.

    Per esempio, con le riforme del sistema previdenziale, il numero di donne iscritte scese da 40.000 nel 1991 a 35.000 nel 1994. Negli anni precedenti (dal 1980) e negli anni successivi il loro numero era sempre stato molto vicino a quei valori di riferimento. Anche il numero di uomini si ridusse drasticamente, ma dal 1996 iniziò un ciclo espansivo che continuò per circa un decennio, fino al 2007. Le forti migrazioni di quegli anni contribuirono in maniera determinante all'aumento degli artigiani iscritti nei registri. Fino al 1997 meno di un artigiano su 100 era nato all'estero. Anche tra i nuovi iscritti gli stranieri pesavano ancora pochissimo. Ma dal 1998 almeno 5 nuovi artigiani su 100 hanno origini non italiane e la percentuale è salita oltre il 25% nel 2007. A partire da quell'anno il 25-30% dei flussi in ingresso nell'artigianato piemontese è costituito da stranieri. Oggi ben più di 10 artigiani su 100 sono stranieri e nelle classi giovani (tra i 20 e i 35 anni di età) le percentuali sono doppie. Ma l'attrazione verso l'artigianato di quegli anni, in particolare quello edile, ha avuto , probabilmente e in molti casi, anche un secondo fine: l'ottenimento di un regolare permesso di soggiorno (si veda l'assenza di quote in occasione dell'ingresso della Romania nell'Unione Europea). Ne seguirono una minore stabilità dell'occupazione nel tempo e presumibilmente maggiori uscite negli anni successivi, che per coincidenza si sono sovrapposte a quelle provocate dalla crisi, rendendone più incerti (sovrastimati) gli effetti.

    Il grafico che segue mostra come, senza la componente straniera, il numero di artigiani/e presenti in Piemonte tra il 1980 e il 2012 avrebbe raggiunto il suo picco negli anni '80. Considerando anche gli errori e le imprecisioni delle misure e gli eventi di carattere normativo e amministrativo, il numero di artigiani italiani di genere maschile si è mantenuto costante, intorno al valore di 131.000 unità, con scostamenti massimi generalmente inferiori al 2%.

     

    Figura 1. Numero di artigiani totali in Piemonte del 1980 a 2012

    Fonte: INPS ed elaborazioni su dati Sistema Informativo Regione Piemonte

     

     Effetti dei cambiamenti demografici sulla numerosità degli artigiani

     

    Un altro aspetto da tenere in considerazione è l'evoluzione demografica del Piemonte.

    Anche limitando il periodo a 20 anni (dal 1991 al 2012), la struttura per età della popolazione residente è infatti drammaticamente cambiata. I giovani in età lavorativa (meno di 25 anni) erano quasi 600.000 nel 1991. Nel 2012 sono meno di 380.000. Ma se la consistenza della forza lavoro si riduce, può aumentare il numero di artigiani? Si può pretendere, o augurarsi, di avere ancora 11.500 artigiani attivi come all'inizio degli anni '90? No, ed infatti ad oggi si sono più che dimezzati (meno di 5.000). Il calo è stato persino superiore alla riduzione di popolazione, probabilmente per effetto della diminuzione, nella classe di età dei giovani, dei tassi di attività, che è a sua volta una conseguenza dell'aumento dei tassi di scolarità ed istruzione. Considerando la quota di artigiani sulle forze lavoro, tra il 2000 e il 2012, si osserva una sostanziale stabilità, forse anche un aumento. In altre parole, non è vero che i giovani non vogliono più 'fare' gli artigiani. Quando decidono di entrare nel mondo del lavoro, essi mostrano infatti la stessa propensione all'artigianato delle generazioni più anziane. Piuttosto, il problema risiede nella diminuzione della popolazione nelle fasce di età più giovani.

     

    Tabella 1. Artigiani per classe di età e popolazione nel 1991 e nel 2012

     

     

    1991 

     

     

    2012 

     

    Var 1991 -2012

     

    Popolaz. 

    Artigiani 

    %art 

    Pop. 

    Artig. 

    %art 

    Pop. 

    Artig. 

    Fino a 19 

    276765 

    1187 

    0.4% 

    183769 

    519 

    0.3% 

    -34% 

    -56% 

    Da 20 a 24 

    319386 

    10346

    3.2% 

    195211 

    4424

    2.3% 

    -39% 

    -57% 

    Da 25 a 29 

    337957 

    19903 

    5.9% 

    211748 

    9633 

    4.5% 

    -37% 

    -52% 

    Da 30 a 34 

    306278 

    20997 

    6.9% 

    252649 

    16419 

    6.5% 

    -18% 

    -22% 

    Da 35 a 39 

    292490 

    22133 

    7.6% 

    320550 

    24039 

    7.5% 

    10% 

    9% 

    Da 40 a 44 

    312869 

    24840 

    7.9% 

    353340 

    28212 

    8.0% 

    13% 

    14% 

    Da 45 a 49 

    282025 

    22556 

    8.0% 

    357701 

    27560 

    7.7% 

    27% 

    22% 

    Da 50 a 54 

    314281 

    22887 

    7.3% 

    315953 

    22086 

    7.0% 

    1% 

    -3% 

    Da 55 a 59 

    289660 

    15410 

    5.3% 

    289411 

    17952 

    6.2% 

    0% 

    16% 

    Da 60 a 64 

    281377 

    7740 

    2.8% 

    285155 

    11339 

    4.0% 

    1% 

    46% 

    Fonte: ISTAT (www.demo.istat.it) ed elaborazioni su dati Sistema Informativo Regione Piemonte

     

    Tabella 2. Artigiani e forze lavoro, giovani tra i 15 e i 24 anni

    Popolazione

    Tassi Attività

    Forze Lavoro

    Artigiani

    Art/FL

    2000

    410502

    52.7%

    216335

    7698

    3.6%

    2012

    378980

    34.1%

    129232

    4943

    3.8%

    Fonte: ISTAT ed elaborazioni su dati Sistema Informativo Regione Piemonte

     

    Nelle classi centrali di età il rapporto artigiani/popolazione è variato poco. Per esempio gli artigiani di età compresa tra i 40 e 44 anni sono aumentati da 24.800 a 28.200, una variazione sostanzialmente proporzionale a quella della popolazione. Aumenta invece il numero di artigiani anziani, che supera però la dinamica di invecchiamento. Sembra probabile che questo abbia molto a che fare con l'innalzamento dell'età pensionabile. Nel 1991 gli artigiani under 25 erano 11.000, gli over 60 erano 7.700; nel 2012 i primi sono 5.000 mentre i secondi sono più di 11.000!

    Gli anziani competono con i giovani? Gli anziani che escono creano spazi per i giovani? Nativi e stranieri sono complementari o sostituti? Non si affronta ora il problema, ma i dati velocemente presentati inducono a pensare che la risposta possa non essere scontata, immediata e banale.

    Invece, se si assume come sensato il legame con la popolazione, allora una buona parte dei cambiamenti si spiegano semplicemente con l'evoluzione della struttura demografica. E siccome, a meno di migrazioni impreviste, gli artigiani che lavoreranno tra 10 e anche tra 20 anni sono già nati, è possibile tracciare uno scenario futuro. Se ne deduce che se non cambierà qualcosa nella popolazione o nella predisposizione a lavorare come artigiano, è molto ragionevole pensare che si assisterà ad un inesorabile calo del numero totale di lavoratori e ad un progressivo e marcato aumento del peso degli stranieri. La discesa, dapprima lenta, aumenterebbe di intensità raggiungendo il massimo tra circa 20 anni, quando usciranno dal mercato del lavoro anche gli ultimi baby boomer. Allora, intorno al 2035, gli artigiani non saranno più circa 170.000, ma più o meno 150.000 (pensioni permettendo, ma questo riguarda solo le classi più anziane, mentre le altre classi di età non ne risentirebbero).

     

    Figura 2. Artigiani, proiezione su stime popolazione al 2065 e percentuale di stranieri

    Fonte: ISTAT ed elaborazioni su dati Sistema Informativo Regione Piemonte

     

    Gli effetti della crisi

    Su questo scenario si innesta la crisi. L'effetto della crisi si può valutare, sulla base di questi dati, solo in termini di numero di imprese, imprenditori o lavoro autonomo. Non è una misura particolarmente fine, anzi è in verità piuttosto brutale, perché misura le eventuali chiusure e non una riduzione dell'attività (per esempio un calo di fatturato). Dai dati sul lavoro autonomo INPS si rileva che l'aumento degli addetti fino al 2007/2008 è stato trainato soprattutto da artigiani stranieri, giacchè il numero degli italiani ha iniziato a calare molto prima. In genere si collegano natalità e mortalità di impresa al ciclo economico e in letteratura è ben documentata la relazione tra la congiuntura economica e i tassi di natalità e i saldi netti (es. Contini, 2002). Nel caso di micro imprese e lavoro autonomo però lo stock e flussi possono essere pesantemente influenzati anche da altri fattori, quali la componente demografica della popolazione, e da accadimenti normativi e di altra natura (per esempio migrazioni).

    Oggi, tra gli artigiani, si osserva che non solo la componente italiana fisiologicamente diminuisce, ma anche quella straniera ormai ha smesso di crescere ai ritmi sperimentati negli anni passati. Il fatto che una parte dell'occupazione straniera si stata attratta verso l'artigianato per motivazioni diverse dallo svolgimento di una attività lavorativa (l'ottenimento del permesso di soggiorno), che fosse concentrata in uno dei settori più duramente colpiti (l'edilizia) e fosse strutturalmente debole (lavoro autonomo, ma sovente dipendente 'mascherato') può spiegare in parte il calo che si osserva negli ultimi anni, che non è determinato solo dalla crisi economica in atto: in larga misura esso era comunque destinato a verificarsi.

    Ma questo non consola perché la contrazione in atto supera i valori previsti.

    La conferma, più aggiornata, si ottiene osservando i dati della numerosità delle imprese attive iscritte all'Albo: non si può non constatare la forte diminuzione avvenuta negli ultimi tre anni, contrazione che ha riportato il numero di imprese a quello del 2000.

     

    Figura 3. Andamento del numero di imprese iscritte all'Albo Artigiani

    Fonte: Movimprese, anni vari

     

    Conclusioni

    Ogni analisi condotta sugli artigiani basata sui dati amministrativi deve essere valutata con attenzione. La confrontabilità dei numeri nel tempo è criticabile, perché fondata su una definizione 'amministrativa' di artigianato (legata agli archivi camerali e previdenziali), i cui limiti si sono progressivamente ampliati e la cui natura e struttura si sono modificate negli anni. "Di fatto in quarant'anni si è assistito a una progressiva erosione della nozione più tradizionale di impresa artigiana, andando quasi a comprendere l'intera gamma delle piccole imprese, salvaguardando come irrinunciabile la condizione che il titolare prestasse la propria attività lavorativa all'interno dell'azienda stessa" (Tosti, 2004).

    Osservando questi dati non solo si possono identificare gli interventi normativi, ma si rileva che per oltre 30 anni fattori di natura non economica hanno per lo meno confuso le tendenze in atto. Le dimensioni delle imprese artigiane sono minime, la maggior parte di esse è costituita dal solo titolare. E l'artigianato tende ad essere sempre più il regno della micro impresa e dell'auto-impiego. È pur vero che, per scelta o per necessità, una quota di persone rilevante, e non tanto differente da quanto osservato 30 anni fa, continua a lavorare in questa forma, ma lo scenario drammatico di questo periodo richiede forse anche una riflessione sull'importanza e sul ruolo della micro impresa e sulla fragilità del lavoro autonomo. Non è più tempo di essere lieti per la nascita di una "impresa", specie quando questa è in realtà l'immagine di una singola persona che lavora da sola e poco si sa dei motivi che ne hanno determinato l'iscrizione nell'Albo Artigiani.

    E non è il caso si fermarsi al commento di un singolo dato, per quanto tempestivo esso sia, perché non sempre fornisce una immagine corretta di quanto vorremmo commentare. È chiara l'esigenza di sintetizzare e conoscere tempestivamente gli eventi che accadono, ma è altrettanto importante approfondire ed "essere sempre più precisi nella descrizione dei fenomeni di volta in volta messi sotto osservazione" (Anastasia, 2014), specie quando è possibile farlo in modo ragionevolmente semplice ed economico. "Sul presupposto che i numeri (disponibili) misurino (effettivamente) i problemi e gli avanzamenti (o i regressi) sociali sta in piedi gran parte del discorso pubblico. A quei numeri dobbiamo credere perché è utile farlo: dobbiamo accettare le convenzioni sottostanti, altrimenti sarebbe ancora più difficile discutere e condividere analisi e soluzioni. Tutto ciò non toglie che si debba continuare a criticare e ad affinare le misure, per capire, fino a che punto esse sono precise o se, a causa di convenzioni infelici, dicono troppo poco (se non troppo male) del fenomeno che dovrebbero misurare" (ibidem). Ed è un po' questo che l'Osservatorio della Regione Piemonte ha provato a fare in questi anni.

     

    Bibliografia

    Anastasia B. (2014), L'uso dei per la conoscenza del mercato del lavoro e per il disegno delle politiche, in Barbieri P. e Fullin G., (a cura di), Lavoro, istituzioni, diseguaglianze, pp. 317-341

    Contini B. (a cura di), Osservatorio sulla mobilità del lavoro in Italia, il Mulino, 2002

    Filippi M. (2004), L'artigianato in Piemonte e la regolarizzazione degli stranieri, Regione Piemonte

    Filippi M. (2010), Trenta anni di artigianato e fenomeno migratorio, Regione Piemonte.

    Micelli S. (2011), "Futuro artigiano", Marsilio Editori, Venezia.

    Tosti A. (2004), "Artigianato e piccola impresa nello sviluppo economico del paese dal dopoguerra agli anni '90", Tesi di laurea, Università degli Studi di Milano.

     

     

    Nota(1) Da notare che, tecnicamente, nel 1980 l'Albo Artigiani non esisteva ancora, oggi non esiste più

    Nota(2) Il Sistema Informativo sulle Attività Produttive della Regione Piemonte consente di accedere ai dati relativi all'andamento delle imprese e dell'occupazione (http://www.sistemapiemonte.it/cms/pa/attivita-economico-produttive/servizi/1-aaep-anagrafe-delle-attivita-economiche-produttive)

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