EDITORIALE N.34 - Artigianato, artigianalità e neo-artigiani

    di Questo indirizzo email è protetto dagli spambots. È necessario abilitare JavaScript per vederlo. (Sistema Informativo delle Attività Produttive della Regione Piemonte) e Questo indirizzo email è protetto dagli spambots. È necessario abilitare JavaScript per vederlo. (Ricercatore)

     

    L'artigianato occupa uno spazio importante nel sistema produttivo regionale: a fine 2013 le aziende artigiane "ufficiali", in Piemonte, erano circa 129.500, pari ad un terzo circa del totale delle imprese regionali, e impiegavano oltre 278.000 occupati, tra indipendenti (169.000) e dipendenti (109.000), corrispondenti al 15,4% dell'occupazione complessiva e a quasi il 21% di quella del settore privato (esclusa agricoltura). Questo numero di Politiche Piemonte si focalizza dunque su una componente significativa dell'economia regionale, cui è necessario dedicare particolare attenzione a partire dagli effetti generati dalla crisi in cui siamo tuttora immersi.

    Dal 2008 a oggi, periodo convenzionalmente associato alla "grande crisi", infatti, il mondo dell'artigianato e della piccola impresa in generale ha risentito sensibilmente degli effetti del calo della domanda, della contrazione degli investimenti e dei consumi: si è ulteriormente fragilizzato un tessuto di attività in sé disperso e frammentato.

    Questo numero di Politiche Piemonte comprende una anticipazione per cenni delle riflessioni sviluppate ampiamente in una analisi di prossima pubblicazione: "Mutamenti della composizione dell'artigianato. Forme, processi sociali e rappresentazioni", il volume collettaneo promosso dalla Regione Piemonte – Sistema Informativo Attività Produttive e dall'IRES Piemonte.L'analisi fa il punto sulle lente trasformazioni che negli ultimi decenni hanno investito il tessuto della micro e piccola impresa e dell'artigianato e riporta contributi e analisi sulle politiche pubbliche a essi rivolte.

    Per comprendere le trasformazioni socio-economiche dell'artigianato e della piccola impresa è necessario ricordare le chiavi interpretative con le quali esse vengono lette e alcune domande di fondo. Attraverso quali approcci vengono studiati l'artigianato e più in generale la micro e la piccola impresa? Con quali implicazioni? Quali sono le trasformazioni più rilevanti che si sono date nella sua composizione? E quali suggerimenti è possibile ricavare per le politiche pubbliche?

    Al fine di chiarire l'oggetto di questo numero è tuttavia necessario fornire alcune avvertenze preliminari e, soprattutto, scongiurare una possibile ambiguità sull'uso del termine artigiano. Occorre infatti distinguere tra una nozione "storica" di "artigianalità", di lavoro artigiano contrapposto a lavoro "industriale" che richiama dunque l'unità tra abilità esecutive e sapere applicato, e la definizione "amministrativa" di artigianato, cui prevalentemente si riferiscono i contributi qui introdotti. Per quanto tra i due campi vi siano sovrapposizioni, sottolineare tale distinguo ha la funzione di evitare fraintendimenti. Non tutte le attività formalmente artigiane presentano requisiti di artigianalità (spesso non è affatto così) e per converso molta nuova "artigianalità" prende forma al di fuori del perimetro amministrativo dell'artigianato.

    Non si tratta di un'avvertenza retorica. Assistiamo in questi anni ad un "ritorno dell'artigianalità", prospettiva spesso evocata come leva del rilancio oltre la crisi dei nostri esausti sistemi produttivi. Questo ritorno discorsivo contiene tre promesse. Primo, dopo decenni di "astrazione" finanziaria, l'artigianalità incorpora la promessa di un ritorno alle basi "sostanziali del valore", fondato su economie e lavori concreti. Secondo, evoca la promessa di una ricomposizione della frattura tra "manuale" e "intellettuale" che aveva raggiunto espressione compiuta nei modelli industrial-fordisti. Terzo, le pratiche della nuova artigianalità digitale ed ecosostenibile contengono la promessa di un rilancio, ma anche una "ri-significazione", del made in Italy nella geografia globale del valore.

    E' su questo humus che trova radici anche la proposta di Sennett dell'uomo artigiano come artefice di un nuovo "saper fare", che nella realizzazione dell'opera recupera senso e significati del produrre. Una proposta che non può non riecheggiare l'idea di "capitalismo dal volto umano" di Becattini, di cui parziale concretizzazione è stata ricercata, da un'intera generazione di studiosi, nell'idealtipo del distretto marshalliano di seconda generazione. Le stesse immagini si ritrovano, in fondo, anche nell'approccio adottato da quella minoranza economisti che, anziché aderire alla polemica mainstream sui limiti dimensionali delle imprese, hanno inteso ricercare semi di futuro in una artigianalità rinnovata e capace d'integrare i mezzi digitali e le tecnologie additive. Da qui, un "futuro artigiano" basato sulla qualità delle produzioni ma anche sulla prospettiva di una "modernità sostenibile" ove piegare le forze astratte della tecnica, della finanza, della statualità, ai bisogni umani.

    Richiamati in sintesi le coordinate del dibattito sulla nuova artigianalità, è nondimeno da sottolineare che in questa sede l'artigianato sarà prevalentemente trattato a partire dalla sua determinazione amministrativa; questa acquisisce tuttavia senso se posta in tensione con il frame concettuale brevemente richiamato.

    Il numero della rivista è strutturato in due parti. Nella prima, troviamo analisi riguardanti le trasformazioni nella composizione imprenditoriale dell'artigianato, da una parte con uno sguardo rivolto ai trend e alle evoluzioni di lungo periodo, dall'altra focalizzando l'attenzione sulla realtà del lavoro autonomo – la maggioranza numerica delle attività artigiane.

    Nella seconda parte, lo sguardo si sposta sull'analisi delle politiche pubbliche in materia. Si parte dal contesto delle misure possibili a livello europeo e nazionale per collocare le politiche regionali per poi passare alla valutazione e alle proposte di politica regionale. L'obiettivo è di creare una raccolta di contributi significativi sullo stato delle politiche, nell'intento di fornire uno strumento di comprensione efficace delle policies messe in campo e fornire degli elementi per aggiornarle.

    Ci si addentra nella realtà dell'artigianato piemontese con il contributo di Michelangelo Filippi che, attraverso l'approfondita analisi di archivi statistici, si sofferma sulle trasformazioni di lungo periodo nella composizione imprenditoriale e merceologica dell'artigianato. L'autore, in particolare, propone una lettura contro intuitiva delle trasformazioni intervenute nello stock e nella composizione imprenditoriale dell'artigianato, assai più determinata da fattori non economici (regolativi e amministrativi) che dall'andamento dei mercati. Di particolare importanza in questa proposta, che non nega ovviamente l'impatto della crisi sull'occupazione e sulla struttura dimensionale delle imprese, sono le dinamiche demografiche e delle migrazioni, ritenute "spiegazioni" assai più rilevanti nel determinare numero e composizione della attività rientranti in questo campo.

    L'articolo di Salvatore Cominu si incentra su di una componente specifica dell'artigianato in Piemonte: le ditte individuali senza dipendenti (che impiegano il solo titolare) o più propriamente i lavoratori autonomi. Spesso le analisi sull'artigianato tendono a rimuovere il fatto che la forma modale dell'impresa artigiana è l'auto-imprenditoria, priva delle risorse tipiche dell'impresa e che, nella visione che l'autore riprende da altri studiosi, andrebbe dunque trattata non come un'impresa "mediocre" o che non cresce, ma come una "specie con genus differente". A partire da ciò, si sollecita una riflessione sulla necessità di elaborare politiche (sia di incentivazione economica sia nel campo delle tutele sociali) appropriate a un profilo che di fatto ne risulta escluso.

    Procedendo, si trova l'articolo di Giorgio Gosetti che indaga la cultura del lavoro di cui effettivamente sono portatori i lavoratori dipendenti delle imprese artigiane e quali sono le valutazioni che essi operano a proposito della loro condizione lavorativa. Per fare ciò riporta e discute i risultati di una originale ricerca empirica quantitativa condotta in Trentino su di un ampio campione rappresentativo, composto da ben 680 lavoratori dipendenti, stratificato per settori di attività, ambiti territoriali e classe dimensionale delle imprese di appartenenza. Questa ricerca empirica rappresenta un' esperienza che andrebbe estesa per rendere possibili dei confronti tra i territori regionali.

    A questi contributi che sollevano questioni di ampio respiro, segue uno scritto di Massimo Tamiatti di taglio specifico che indaga le linee di evoluzione dell'artigianato e fuoriuscita dalla crisi soffermandosi sul mondo dell'artigianato che ereditiamo dal passato mondo fordista; lo sguardo di tipo retrospettivo è rivolto agli antichi mestieri che hanno caratterizzato quell'epoca e che sembrano scomparire. L'autore, attraverso una rivisitazione della letteratura secondaria, cerca dapprima di capire che cosa rimanga di prezioso di quel mondo che sta scomparendo e si (e ci) interroga sul modo in cui tali attività e mestieri possano essere salvati, mantenuti, rivitalizzati, ricombinandoli in nuovi contesti e funzioni produttive e sociali.

    Il numero prosegue proponendo una discussione sulle politiche pubbliche e aperta dal saggio di Aurelio Bruzzo e Lorenzo Sedezzari i quali, attraverso una rassegna critico storica ragionata, ricostruiscono il complesso panorama delle numerose iniziative di policies assunte dall'UE per le MPMI, tipologia alla quale sono riconducibili in qualche misura le imprese artigiane italiane, e si soffermano sui risultati dei nuovi programmi europei per le PMI in materia di ricerca e innovazione

    Si tratta di un insieme di provvedimenti non esclusivamente rivolti alle imprese artigiane ma piuttosto destinati alle PMI e all'universo polveroso e vasto dei piccoli attori economici di cui fruiscono anche le imprese artigiane. L'esistenza di tale insieme di misure dimostra, da un lato, il riconoscimento da parte della Commissione europea del rilevante ruolo svolto dalle MPMI nei paesi europei e, dall'altro, la forte preoccupazione nutrita nei confronti dei problemi incontrati dalle imprese di piccola e piccolissima dimensione, problemi che ovviamente si sono accentuati in seguito alla crisi intervenuta tra il 2008 e il 2013.

    Di particolare interesse è l'articolo di Aurelio Bruzzo che si incentra sulle recenti misure di politica economica a favore delle piccole imprese italiane fino a arrivare a descrivere le misure inerenti il territorio regionale piemontese.

    Conclude questo numero dedicato all'artigianato l'articolo di Davide Tabor che ricostruisce con una accurata ricerca su fonti d'archivio storico il ruolo delle Associazioni di categoria nello sviluppo locale prestando particolare attenzione al territorio piemontese. Il periodo indagato è quello dal 1970 ad oggi nel quale l'autore ripercorre le varie fasi che hanno permesso la costituzione del Comitato di Coordinamento delle Confederazioni Artigiane del Piemonte. L'approccio interpretativo territorialista prescelto dall'autore tende a valorizzare il ruolo svolto dalla piccola e media impresa nel tessuto produttivo piemontese e a sottolineare l'importanza delle realtà associative.

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