L’evoluzione delle formule organizzative delle imprese manifatturiere italiane dopo la crisi

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    Introduzione

    Una delle scelte strategiche più rilevanti che influisce sulla formula organizzativa di un'impresa è quella che riguarda quale parte delle catena del valore debba essere inclusa all'interno dei propri confini organizzativi e quale, invece, lasciata ad altre imprese. Le decisioni che determinano le attività da svolgere internamente e quelle da esternalizzare influenzano il livello di integrazione verticale di una impresa e dipendono anche da una serie di fattori che modellano l'ambiente in cui le imprese operano (ad esempio il tipo di domanda, il grado di stabilità macro-economica, il livello di concorrenza, le tecnologie produttive...).

    Dal dopoguerra ad oggi le imprese italiane hanno risposto ai mutamenti dei contesti in cui agiscono anche attraverso la revisione delle proprie architetture organizzative. Alla luce degli importanti mutamenti avvenuti sia in campo economico che sociale in seguito alla crisi dei mercati mondiali dopo il 2007 è interessante verificare se e come le strategie organizzative delle imprese italiane e di quelle dei principali settori manifatturieri del Piemonte siano cambiate.

     

    Una (breve) storia dell'evoluzione dei percorsi di sviluppo dimensionale/organizzativo delle imprese manifatturiere italiane

    Nell'evoluzione dei percorsi di sviluppo dimensionale e organizzativo delle imprese manifatturiere che segue la seconda guerra mondiale è possibile riconoscere tre macro-periodi . Il primo, che grosso modo copre gli anni che vanno dal dopoguerra alla fine degli anni '60, si caratterizza per una forte presenza di imprese di grandi dimensioni. Da un punto di vista organizzativo le imprese scelsero strutture con un elevato livello di verticalizzazione produttiva in modo da accrescere il controllo diretto su un maggior numero di fasi. Queste strategie erano conseguenza anche di un lungo periodo caratterizzato da crescite elevate sia del prodotto interno lordo sia dei livelli di produzione industriale. Allargando l'orizzonte, tutte le economie dei paesi sviluppati vissero, in quegli anni, una fase di espansione straordinaria (definita Golden Age) che beneficiò, a livello macroeconomico, della stabilità dei cambi e dei tassi di interesse e che si caratterizzava per una domanda sostenuta e in crescita nel tempo. In un contesto come quello tratteggiato la preoccupazione delle imprese era quella di minimizzare il rischio legato all'accesso ai canali di approvvigionamento e la risposta, da un punto di vista organizzativo, fu l'integrazione verticale.

    Il primo momento di discontinuità avvenne tra la fine degli anni '60 e la metà degli anni '70. Gli elementi che concorsero a determinarlo furono molteplici ma possono essere riassunti in un'unica parola: incertezza. In quegli anni cominciò a mutare la domanda spostandosi verso prodotti sempre meno standardizzati. Un cambiamento che ridusse la prevedibilità della domanda stessa e determinò una graduale riduzione dei vantaggi garantiti dalla grande scala produttiva. La crescita del commercio internazionale aumentò la concorrenza e spinse le imprese ad adottare modelli caratterizzati da una maggiore efficienza anche attraverso l'abbandono del controllo diretto di alcune attività. A questo va aggiunto che la diffusione di alcune nuove tecnologie di processo aumentarono l'efficienza e la flessibilità anche di piccole strutture produttive. Infine, a livello macroeconomico gli shock petroliferi e la fine dell'esperienza di Bretton Woods determinarono una maggiore instabilità del sistema economico. Negli anni '80 e '90 il livello di integrazione verticale delle imprese si ridusse sensibilmente in Italia, Giappone e Francia (quasi impercettibile, invece la riduzione nel Regno Unito e negli Stati Uniti) favorendo una spezzettamento delle attività delle imprese per fase o raggruppamenti di fasi di produzione. Negli stessi anni in Italia, ma anche in altri paesi industrializzati, si assistette a una contemporanea nascita e diffusione di piccole e medie imprese soprattutto nei settori più sensibili all'instabilità della domanda e meno soggetti a economie di scala (sistema moda, parte della meccanica e sistema casa). Le nuove formule organizzative si orientarono verso un minor livello di integrazione verticale rispondendo alla necessità di minimizzare i rischi derivanti dall'incertezza. Ridimensionare o esternalizzare alcune fasi di produzione permetteva, infatti, di ridurre il rischio di sottoutilizzazione della capacità produttiva e di sfruttare le economie di specializzazione. Il paradigma della specializzazione flessibile, che mescola outsourcing, economie di specializzazione e poliarchia venne messo in discussione a partire dalla seconda metà degli anni '90 quando le imprese cominciarono a ridimensionare il ricorso al mercato e, in alcuni casi, tornarono a ri-verticalizzare la propria struttura produttiva. In questo periodo si affermarono le «medie imprese» e forme di controllo «quasi-gerarchiche» come i gruppi di società. Il motore del nuovo cambiamento fu la globalizzazione e l'affermarsi di un sistema di produzione globale e policentrico che aumenta la concorrenza e richiede alle imprese strategie di differenziazione continua dei prodotti.

    Nell'attuale paradigma della manifattura globale tali strategie richiedono alle imprese uno stretto controllo sia sui processi immateriali (progettazione ma anche assistenza post-vendita) che su quelli produttivi e in alcuni casi spingono verso un ritorno a forme organizzative che prevedono il controllo diretto di fasi che in precedenza erano state esternalizzate. Va sottolineato che il nuovo paradigma si identifica con una grande ricchezza di formule organizzative e di sistemi di coordinamento degli attori su scala globale (si pensi all'espansione delle catene globali del valore) e questo rende molto più complessa la definizione dei fenomeni in atto.

     

    Integrazione verticale: la crisi post 2007 ha modificato le strategie organizzative delle imprese?

    L'indice di Adelman consente di misurare la variazione del grado di integrazione verticale nei processi produttivi delle imprese. Il confronto tra il valore mediano dell'indice di Adelman calcolato sui bilanci delle 3.610 imprese italiane selezionate non evidenzia alcuna variazione sostanziale tra il 2005 e il 2014. La crisi intervenuta dopo il 2007 non sembra quindi aver modificato nella sostanza le strategie che riguardano il livello di integrazione verticale delle imprese manifatturiere italiane.

    Un approfondimento condotto sulle imprese piemontesi dettagliato per settori produttivi consente di evidenziare alcune differenze rispetto al resto d'Italia (Figura 1).

    Le variazioni settoriali dell'integrazione verticale nel periodo considerato mostrano nella regione andamenti più contrastanti rispetto al resto del paese. L'industria alimentare piemontese ha sperimentato, nel decennio analizzato, un aumento del livello di integrazione verticale raggiungendo i livelli nazionali. Le imprese del settore gomma plastica si caratterizzano per un livello di integrazione verticale stabile che rimane però più elevato rispetto a quello delle imprese del resto d'Italia. Il settore dei macchinari e delle apparecchiature vede ridursi l'indice di integrazione verticale e, grazie al contemporaneo aumento delle altre imprese italiane, si allinea sui livelli nazionali. Il settore degli autoveicoli non sembra subire variazioni sostanziali né in Piemonte né nel resto d'Italia ma nella regione il livello di integrazione verticale rimane decisamente più elevato rispetto a quanto avviene nelle altre aree. Sostanzialmente stabile è infine l'indice di Adelman nei prodotti in metallo, in controtendenza rispetto a un settore che a livello nazionale sta sperimentando un importante percorso di integrazione verticale. Il periodo di crisi intervenuto a partire dal 2007 non sembra, quindi, aver intaccato il paradigma della manifattura globale che si è affermato a partire dagli anni '90 e che vede nella globalizzazione e nella strategie di differenziazione continua dei prodotti le sue linee essenziali.

    Grafico 1. Indice di Adelman 2005-2014, Piemonte e altre regioni italiane per settore (valori mediani).

    Fonte: ns. elaborazioni su dati Aida BVD

     

    Conclusioni

    Il periodo di crisi intervenuto dopo il 2007 non sembra aver modificato, nella sostanza, le strategie che riguardano il livello di integrazione verticale delle imprese manifatturiere italiane anche se si denota una lieve tendenza all'aumento. Il Piemonte per parte sua evidenzia una dinamica un pò più vivace ed eterogenea.

    In linea generale, la forte complementarietà tra processi immateriali e produttivi che caratterizzano il paradigma della manifattura globale richiede capitale umano capace di combinare saperi diversi, esperienze pratiche e esperienze tecnologiche, il tutto in un contesto reso più complesso sia dall' esposizione ai mercati internazionali, sia dalla propria instabilità. In questo contesto si aprono spazi per interventi innovativi portati avanti da attori sia pubblici che privati. Le PA, anche a livello regionale, giocano un ruolo rilevante nella fornitura di quelle risorse immateriali che rappresentano oggi uno dei fattori competitivi più importanti per le imprese manifatturiere in particolare attraverso politiche orientate al rinnovamento e al rafforzamento dell'offerta formativa. Per le imprese la sfida è invece rappresentata dalla capacità di costruire organizzazioni che riescano a sfruttare al massimo le complementarietà di cui si è detto in precedenza valorizzando l'interazione tra risorse diverse, le informazioni decentrate, la capacità di giudizio e il coinvolgimento di tutti gli attori, il tutto in strutture caratterizzate da un maggior livello di integrazione verticale.

     

    Bibliografia

    Adelman M.A. (1955). Concept And Statistical Measurement Of Vertical Integration in Business Concentration and Price Policy, Princeton University Press.

    Arrighetti, A., & Ninni, A. (2014). Cambiamento dei sistemi manifatturieri e percorsi evolutivi delle imprese italiane. La trasformazione 'silenziosa'. Cambiamento strutturale e strategie d'impresa nell'industria italiana, Dipartimento di Economia Università di Parma, Collana di Economia Industriale e Applicata.

    Arrighetti, A., & Traù, F. (2006). Struttura industriale e architetture organizzative: ipotesi sul "ritorno" della gerarchia? Economia e Politica industriale, 1, 43-71.

    Toschi, G. (2013). L'evoluzione della struttura dimensionale delle imprese nei discorsi dei Presidenti di Confindustria, in F. Gambarotto e M.A. Cortelazzo (a cura di) Parole, Economia, Storia. I Discorsi dei Presidenti di Confindustria dal 1945 ad Oggi, Venezia, Marsilio, pp.116-135.

    Traù, F. (2001). La discontinuità del pattern di sviluppo dimensionale delle imprese nei paesi industriali: fattori endogeni ed esogeni di mutamento dell' "ambiente competitivo". L'industria, 22(1), 173-204.

     

     

     

    Nota(1) Per un approfondimento sulle dinamiche illustrate nel paragrafo si rimanda, tra gli altri, a: Arrighetti e Ninni, 2014; Arrighetti e Traù, 2006; Toschi, 2013; Traù, 2001

    Nota(2) Calcolato come rapporto tra valore aggiunto e ricavi in un esercizio di bilancio, l'indice di Adelman (1955) è ampiamente riconosciuto in letteratura come misura del grado di integrazione verticale di un'impresa. All'aumentare della quota di processi esternalizzati (ovvero di produzioni acquistate) il valore aggiunto dell'impresa e, di conseguenza, l'indice di Adelman diminuiscono. A valori superiori dell'indice corrispondono quindi livelli più elevati di integrazione verticale

    Nota(3)   Sono stati presi in considerazione i codici Ateco 2007 a due cifre

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