L’andamento occupazionale nelle aree provinciali del Piemonte durante la crisi

    di Questo indirizzo email è protetto dagli spambots. È necessario abilitare JavaScript per vederlo. (Membro dell'AISRe, Associazione italiana di scienze regionali, e responsabile studi e statistica della Provincia di Vercelli)

    Introduzione

    L'utilizzo dei risultati dell'indagine ISTAT sulle forze di lavoro, disponibili su base provinciale in forma di media annua, consente un'osservazione sistematica degli effetti della crisi iniziata nell'autunno 2008 sulla situazione occupazionale dei territori locali. Come è noto, si tratta di dati stimati, ricavati da un'indagine campionaria, più precisi per le aree con maggiore popolazione, meno per quelle di più ridotta dimensione demografica. Le differenze tra i dati indicano la direzione degli andamenti verificatisi e la loro intensità e queste risultano tanto più attendibili quanto più la variazione assume un'entità consistente.

    L'attenzione è stata prevalentemente concentrata sull'intensità delle variazioni nel tempo delle variabili osservate, a prescindere dai livelli quantitativi di partenza, che ovviamente sono diversi a seconda delle aree prese in esame. L'osservazione è circoscritta ad una serie di indicatori fondamentali: il tasso di occupazione, il tasso di disoccupazione totale, il tasso di disoccupazione giovanile 15-29 anni, il tasso di mancata partecipazione al lavoro , la distribuzione degli occupati per settore economico, la consistenza in valore assoluto degli occupati e dei disoccupati.

    In un precedente lavoro di analisi, erano state prese in considerazione le tendenze riscontrabili in tutte le aree provinciali del Nord-Ovest, mentre qui si intende focalizzare lo sguardo sulle province piemontesi all'interno del contesto nordoccidentale. Per inciso va detto che, in confronto alle altre macroaree (Nord-Est, Centro e Mezzogiorno) la performance del Nord-Ovest, dal 2007 al 2014, si attesta su livelli del tutto intermedi: i risultati che si osservano non sono mai i migliori e mai i peggiori. Un dato particolarmente negativo è però rappresentato dall'aumento nella numerosità dei disoccupati, ben il 158,8% in più: il più alto tra le quattro macroaree.

     

    L'occupazione nelle province piemontesi negli anni della crisi

    La tabella 1 presenta una sintesi dei risultati osservati per le singole province piemontesi all'interno della cornice del Nord-Ovest in termini di differenza in punti percentuali riscontrata nel 2014 in rapporto al 2007. Solo per quanto concerne la variazione della quota di occupati per settore si fa riferimento ad una periodizzazione diversa (2008-2014). In quasi tutti i casi, le aree prese in esame sono 23, poiché per la città metropolitana di Milano e la provincia di Monza e della Brianza non è stato possibile disporre dei dati antecedenti al 2010 . All'interno della tabella, per tutti gli indicatori presentati, sono stati riportati in grassetto e sottolineati i valori di posizionamento delle province che si trovano sotto il valore mediano delle graduatorie delle aree provinciali nordoccidentali, graduatorie che hanno tutte verso positivo (ai valori di posizionamento più bassi corrisponde un risultato migliore).

    Tabella 1. Posizione in graduatoria delle province piemontesi su alcuni principali indicatori

     

    (a) Posizione in graduatoria sulle 23 (24 per le variazioni delle quote degli occupati) aree provinciali del Nord-Ovest

    (b) Area provinciale

    (c) Variazione 2007-2014 in punti percentuali

    Fonte: Elaborazione su dati ISTAT, Indagine sulle forze di lavoro, I.Stat

     

    Per quanto riguarda il tasso di occupazione, la variazione 2007-2014 in punti percentuali messa in mostra dalle province piemontesi è in diminuzione in tutti i casi. Per cinque province su otto, la variazione è di gravità maggiore rispetto al valore posizionale mediano della graduatoria delle province nordoccidentali. Novara, Vercelli e Torino si collocano in posizioni particolarmente basse.

    Ovviamente, il tasso di disoccupazione è in crescita ovunque, ma Cuneo si distingue per essere la provincia con il più basso aumento in tutto il Nord-Ovest, ed anche il Verbano-Cusio-Ossola dimostra un risultato relativamente tra i meno gravi. Al contrario, sempre a proposito della variazione del tasso di disoccupazione, sei province su otto (tutte le restanti) sono sotto il valore mediano: in particolare Alessandria, Torino, Asti e Vercelli si ritrovano al fondo della graduatoria. Tale situazione si ripete, con qualche modifica, anche per quanto riguarda il tasso di mancata partecipazione al lavoro e il tasso di disoccupazione giovanile, la qual cosa mette plasticamente in evidenza la condizione di più accentuata difficoltà del Piemonte nel quadro del Nord-Ovest. Infatti, se ci si riferisce al tasso di mancata partecipazione al lavoro, si osserva che sei province sono al di sotto del valore mediano, mentre Cuneo appare tra le meno penalizzate nel Nord-Ovest e il Verbano-Cusio-Ossola rimane comunque sopra il valore mediano. Per questo tipo di indicatore, Torino risulta l'area provinciale con il peggior risultato dell'intero Nord-Ovest. Le variazioni 2007-2014 nel tasso di disoccupazione tra i 15 e i 29 anni hanno ovunque visto aumenti molto consistenti, in parecchi casi oltre dieci punti percentuali, con punte di venti e oltre. Anche qui, per sei province piemontesi su otto il piazzamento è al di sotto del valore mediano, con Torino, Asti, Alessandria e Novara ad occupare posti molto in basso nella graduatoria. E anche per questo indicatore Torino si rivela l'area provinciale con il risultato più negativo di tutto il Nord-Ovest, con ben 23,2 punti percentuali in più.

    Le variazioni in punti percentuali nelle quote di occupati per settore (agricoltura, industria, servizi) sono riferite al periodo 2008-2014 e nell'elenco dei territori locali compare anche l'aggregazione tra Milano e Monza-Brianza, per i quali dal 2010 in poi è stato possibile operare una sommatoria. Vercelli, Novara e Asti (realtà in cui il settore primario ha tradizionalmente ricoperto un ruolo rilevante) sono fra le province per le quali si osserva un'accentuata diminuzione di peso dell'occupazione agricola. In ambito industriale, Biella risulta la provincia in cui la quota di occupati nell'industria è scesa maggiormente ed anche Novara vede l'occupazione industriale assottigliarsi sensibilmente. Viceversa, Asti e Verbano-Cusio-Ossola mostrano un accrescimento apprezzabile nella rispettiva quota di occupati nell'industria. Vale la pena notare che quello riferito alla variazione delle quote di occupazione industriale è l'unico caso in cui il Piemonte piazza più aree provinciali al di sopra del valore mediano. La tendenza rinvenibile per il settore terziario è sostanzialmente speculare alle variazioni in campo industriale: Novara è la provincia del Nord-Ovest con la più elevata crescita della quota di occupazione terziaria, seguita ad un passo da Biella, mentre Verbano-Cusio-Ossola, Asti, Cuneo ed Alessandria vedono diminuire la loro quota relativa di occupati nei servizi.

    Per semplificare la comprensione delle dinamiche occupazionali che hanno interessato i territori provinciali piemontesi nel corso della crisi, si propone la tabella 2, che fa riferimento non più alle sole variazioni inter-temporali dei diversi tassi, ma alle effettive variazioni quantitative stimate per gli occupati e i disoccupati. Nelle diverse analisi che hanno per oggetto valutazioni o commenti sulla crisi, le reali dimensioni del peggioramento della situazione occupazionale non sono richiamate così frequentemente come ci si aspetterebbe. Per contro, uno sguardo ai semplici e tutto sommato elementari dati differenziali ricavabili dalle stime delle forze di lavoro tra il 2007 e il 2014 permette un'immediata comprensione di quello che difficilmente potrebbe non essere definito un profondo deterioramento delle condizioni del mondo del lavoro nel nostro paese, cui la realtà piemontese non è sfuggita.

     

    Tabella 2. Occupati e disoccupati nelle aree provinciali piemontesi, 2007-2014 

    Le cifre in valore assoluto, essendo stime, sono approssimate alle centinaia. Le differenze riportate nella quarta colonna possono non corrispondere esattamente

    La graduatoria delle aree provinciali del Nord-Ovest comprende 24 posizioni, essendo in questo caso inclusa l'area aggregata Milano-Monza e Brianza

    Fonte: Elaborazione su dati ISTAT, Indagine sulle forze di lavoro, I.Stat

     

    La provincia di Biella risulta quella che, nell'ambito del Nord-Ovest, ha visto diminuire maggiormente (quasi il 7% in meno) il numero degli occupati nel corso del periodo 2007-2014. Anche Vercelli mostra una flessione particolarmente accentuata (-5%), cui si aggiungono Torino, Verbano-Cusio-Ossola e Novara, che si collocano fra le posizioni più penalizzate della graduatoria. Se si tiene conto che Biella e, in misura minore, Vercelli scontano nello stesso periodo un calo demografico, il dato sembra più grave per Torino e per Novara, che al contrario vedono un incremento della loro popolazione residente. La città metropolitana torinese, soprattutto, denuncia la perdita di circa 40.200 occupati, un risultato pesantemente negativo se si pensa che l'altra grande area nordoccidentale di tipo metropolitano, in questo caso formata da Milano e Monza-Brianza, guadagna nel frattempo 14.300 occupati.

    Come si constata dalle cifre riportate nella tabella, non si può fare a meno di definire impressionanti i dati relativi alla crescita delle sacche di disoccupazione. Asti e Alessandria risultano le due province con il più elevato aumento del numero dei disoccupati nella macroarea nordoccidentale. Torino appare anch'essa tra i territori in cui la disoccupazione è cresciuta di più, con un aumento in valore assoluto di ben 87.700 unità circa: proseguendo nel paragone con l'area milanese-brianzola, quest'ultima mostra un aumento pressoché di pari entità (88.600 unità circa), pur essendo di dimensioni demografiche molto superiori.

     

    Un quadro d'assieme

    Al di là degli aspetti di dettaglio che si è cercato di sintetizzare, la performance occupazionale delle province piemontesi durante il periodo della crisi appare più efficacemente descritta dalla tabella 3. Sempre con riferimento al Nord-Ovest, sono stati considerati i valori di posizionamento delle diverse aree provinciali in ordine ai quattro indicatori ritenuti più significativi: tasso di occupazione, tasso di disoccupazione, tasso di mancata partecipazione al lavoro e tasso di disoccupazione giovanile 15-29 anni. A tali valori di posizionamento è stato attribuito un peso equivalente. La scelta della composizione dell'insieme dei quattro indicatori è apparsa giustificata dalla convinzione che per valutare l'evoluzione occupazionale in una congiuntura sfavorevole (e forse anche in assoluto) siano più rilevanti le componenti legate all'aspetto "disoccupazione" (in questo caso, tre su quattro) che quelle legate al livello di occupazione. Nel quadro d'assieme che ne deriva, sembrano emergere chiaramente due elementi. In primo luogo, l'evoluzione occupazionale del Piemonte nel periodo della crisi appare polarizzato in modo netto tra due territori che mostrano risultati tra i meno negativi di tutto il Nord-Ovest (Cuneo e Verbano-Cusio-Ossola) e i restanti sei (Torino, Asti, Novara, Vercelli, Alessandria e Biella), che si trovano tutti nettamente al di sotto del valore mediano della graduatoria nordoccidentale e che pertanto sono caratterizzati da risultati di maggiore gravità. Per inciso, particolarmente preoccupante appare la performance dell'area torinese, che mette in evidenza il posizionamento più negativo di tutta la regione e per di più risulta la peggiore di tutto il Nord-Ovest ad eccezione di Imperia. In secondo luogo, a fronte del prolungato periodo di recessione, gran parte del versante occidentale della macroarea del Nord-Ovest – il Piemonte e in misura meno intensa la Liguria – presenta un'evoluzione occupazionale tendenzialmente peggiore rispetto al versante orientale, quello lombardo.

    Tabella 3. Quadro d'assieme: - Graduatoria di performance occupazionale (*)

    (*) Graduatoria di sintesi costruita sommando i valori ordinali di posizionamento relativi a 4 indicatori: tasso di occupazione, tasso di disoccupazione, tasso di mancata partecipazione al lavoro e tasso di disoccupazione giovanile

    La graduatoria di sintesi delle aree provinciali del Nord-Ovest è composta da 23 posizioni

    Fonte: Elaborazione su dati ISTAT, I.Stat

     

    I territori più "virtuosi" appaiono all'estremo nord e all'estremo sud del Piemonte. In mezzo troviamo, come si è detto, Torino, Asti, Novara e Vercelli, che popolano il settore in assoluto più basso della graduatoria di sintesi del Nord-Ovest (la parte più bassa tra le due situate sotto il valore mediano della macroarea). Se si considera che Biella e Alessandria (che pure in graduatoria si trovano nella parte più alta tra le due situate sotto il valore mediano) sono appena due gradini più in su rispetto al quartetto dei "peggiori", ci si rende conto che la grande maggioranza del territorio regionale, vista all'interno del contesto interregionale preso in esame, si trova in una condizione di accentuato malessere in relazione all'evoluzione della situazione occupazionale durante la crisi.

     

    Quali interpretazioni dare ai risultati emersi

    A dispetto dell'estrema semplicità con cui è stato possibile costruire i raffronti tra i diversi territori tra la situazione occupazionale esistente appena prima e quella in atto durante la crisi, la nettezza dei risultati osservabili pone di fronte a non pochi interrogativi e a complessi problemi di interpretazione. Per quali ragioni i dati sono per il Piemonte così negativi? In realtà, la descrizione fornita mette in luce una forte necessità di approfondimento delle dinamiche economiche e occupazionali sia su base interregionale che in riferimento alle differenziazioni tra le aree provinciali piemontesi. Formulare giudizi su problematiche complesse senza avere acquisito adeguati elementi documentali può facilmente portare a conclusioni fuorvianti, ed è un esercizio da evitare. Ad esempio, occorrerebbe approfondire ulteriormente i motivi per cui sono Cuneo e Verbano-Cusio-Ossola, due territori per diversi aspetti così "decentrati" nella geografia regionale, ad evidenziare i risultati meno penalizzanti.

    Questi deludenti risultati arrivano dopo un decennio in cui in Piemonte, e in special modo nell'area di Torino, sono state condotte politiche per lo sviluppo giudicate di buon livello qualitativo. Sarebbe fuori luogo attribuire troppo affrettatamente i risultati negativi ad un preteso fallimento delle politiche di sviluppo poste in atto. Non ci vuol molto a comprendere come tutto il quadro programmatico e progettuale sia stato sconvolto da una crisi economica profonda e di portata generale, abbattutasi sul Piemonte così come su tutta l'Italia e larga parte d'Europa. Le politiche di sviluppo della scorsa decade, sia a livello metropolitano che nel resto della regione, molto difficilmente avrebbero potuto porsi alla base di una più efficace difesa dei livelli occupazionali in una situazione talmente abnorme come quella creatasi. Non si può neppure escludere che non aver attuato tali politiche avrebbe portato a esiti anche peggiori.

    Almeno in parte, lo svantaggio piemontese può trovare spiegazione nello stato di cose immediatamente precedente alla crisi, in cui il Piemonte già faceva riscontrare risultati meno favorevoli rispetto a diverse regioni dell'Italia del Nord sia sotto il profilo economico-produttivo che sotto quello occupazionale, come ripetutamente messo in rilievo dalle analisi dell'IRES (Buran, 2008 e Ferrero, 2008). Altre regioni, durante la crisi, hanno arginato meglio il deterioramento occupazionale partendo da condizioni più solide, mentre molto probabilmente le maggiori penalizzazioni subite dal Piemonte sono collegabili al ritardo già esistente nel ritmo di sviluppo. Per resistere più efficacemente ai contraccolpi della crisi sul mondo del lavoro, il Piemonte avrebbe forse avuto necessità, in misura maggiore di regioni rivelatesi economicamente più dinamiche, di politiche infrastrutturali e per l'innovazione più di intense di quelle, per certi versi apprezzabili, che è stato possibile attuare. Ma è stato proprio questo tipo di politiche ad essere stato in gran parte inibito da due delle più rilevanti conseguenze della crisi stessa: il forte restringimento delle risorse disponibili per le politiche pubbliche e il massiccio disinvestimento infrastrutturale verificatosi in tutto il paese (Camagni, 2015 e Gori et al., 2015). Tuttora, a crisi attenuatasi ma non certo lasciata completamente alle spalle, rimane stridente la contraddizione tra la politica di contenimento della spesa pubblica, sul cui effetto essenzialmente pro-ciclico durante la recessione dovrebbero ormai esserci pochi dubbi, e l'ipotesi di un rilancio qualificato degli investimenti, che nella loro componente pubblica potrebbero rafforzare la dotazione infrastrutturale in grado di aiutare il Piemonte a recuperare il suo deficit di dinamicità, e nella loro componente privata incentivare nuovi consumi sostenibili e smart idonei a far fruttare più efficacemente gli investimenti in innovazione già fatti (Cappellin et al., 2014 e Baravelli et al., 2015).

    I dati esposti aprono inoltre ampi spazi di riflessione e di approfondimento in merito agli indirizzi delle politiche pubbliche sotto il profilo territoriale. Parallelamente ai risultati meno negativi dell'area cuneese e del VCO, si rileva una sorta di cedimento occupazionale lungo il vecchio asse industriale pedemontano Torino-Biella-Vercelli-Novara, esteso a Varese, appena al di là dei limiti regionali, con l'aggiunta di un'evoluzione comunque non positiva ad Asti e ad Alessandria. In particolare, come si è detto, è Torino a presentare il deterioramento più grave. Considerando le politiche regionali attraverso l'obiettivo di massimizzare l'occupazione, ridurre la disoccupazione ed attenuare il disagio sociale, potrebbe essere opportuno ripensare criticamente la gerarchia dei territori piemontesi ritenuti potenzialmente trainanti ai fini dello sviluppo, tornando a soppesare i vantaggi di un'impostazione policentrica-reticolare in grado di tenere conto in termini più equilibrati e realistici degli effettivi punti di forza che il territorio esprime (Camagni, 2014).

     

    Bibliografia

    Baravelli M., Bellandi M., Camagni R., Cappellin R., Ciciotti E., Marelli E. (2015), Investimenti, innovazione e città. Una nuova politica industriale per la crescita. Milano: Egea.

    Buran P., In mare aperto. Le rotte del Piemonte attraverso le nuove crisi. In: IRES Piemonte, Irescenari. Terzo rapporto triennale sugli scenari evolutivi del Piemonte (2008). Torino: IRES Piemonte.

    Camagni, R. (2014), Towards Renewed Regional Policies: Why and How. Comunicazione al Policy Workshop "Crescita, investimenti e territorio: dalle idee ai progetti", XXXV Conferenza italiana di scienze regionali, Padova: settembre.

    Camagni, R. (2015), Idee per un rilancio degli investimenti pubblici locali. Comunicazione al Policy Workshop del Gruppo di discussione "Crescita, investimenti e territorio" La ripresa economica e la politica industriale e regionale: dalla strategia ai progetti, Milano: 20 marzo 2015.

    Cappellin R., Marelli E., Rullani E., Sterlacchini A. (2014), Crescita, investimenti, territorio: il ruolo delle politiche industriali e regionali. E-book, website "Scienze Regionali" (www.rivistasr.it).

    Ferrero V., Le tendenze dell'economia e dei settori produttivi. In: IRES Piemonte, Irescenari. Terzo rapporto triennale sugli scenari evolutivi del Piemonte (2008). Torino: IRES Piemonte.

    G. Gori e P. Lattarulo (2015), Finanza pubblica e investimenti locali durante la crisi, IRPET Toscana, Osservatorio regionale sul federalismo fiscale, www.irpet.it/index.php?page=osservatoriofedfisc_note., 3-2015.




     

     

     

    Nota(1) Queste note si richiamano al seguente lavoro: G. Garzolino, Ripercussioni della crisi sul tessuto occupazionale del Nord-Ovest italiano, paper alla XXXVI Conferenza italiana di scienze regionali, Arcavacata di Rende, 14-16 settembre 2015. Testo integrale e presentazione del contributo disponibili al sito http://www.aisre.it/2014-07-04-13-37-28/archivio-abstracts#. Tale comunicazione prendeva in esame le dinamiche occupazionali del Nord-Ovest italiano (Piemonte, Valle d'Aosta, Liguria e Lombardia) e di tutte le aree provinciali ad esso appartenenti tra il 2007, l'ultimo anno precedente alla crisi, e il 2014, i cui dati sono i più recenti tra quelli esaminati

    Nota(2) Percentuale dei disoccupati di 15-74 anni, più parte delle forze di lavoro potenziali di 15-74 anni (inattivi che non cercano lavoro nelle quattro settimane ma disponibili a lavorare) sul totale delle forze di lavoro 15-74 anni, più parte delle forze di lavoro potenziali 15-74 anni (inattivi che non cercano lavoro nelle quattro settimane ma disponibili a lavorare): questa è la definizione che ne danno CNEL e ISTAT nel sito www.misuredelbenessere.it. Può essere definito un tasso di disoccupazione "allargato" e la sua significatività sta nel fatto di tenere conto anche dell'area dei disoccupati "scoraggiati", ovvero di coloro che non stanno cercando attivamente un'occupazione a causa delle difficoltà che tale ricerca comporta, ma sarebbero disposti a svolgere un'attività lavorativa

    Nota(3)   Si tenga presente che queste due aree, sia aggregate che considerate separatamente, appaiono esprimere valori che in generale le collocano in posizioni alte o medio-alte nelle graduatorie qui esaminate

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