EDITORIALE N.39 - Disgelo dopo il lungo inverno? L’industria piemontese tra ridimensionamento e prospettive di trasformazione

    di Questo indirizzo email è protetto dagli spambots. È necessario abilitare JavaScript per vederlo. (Ires Piemonte) e Questo indirizzo email è protetto dagli spambots. È necessario abilitare JavaScript per vederlo. (Ires Piemonte)

    Introduzione

    La recessione originatasi dalla crisi finanziaria del 2007-2008 ha avuto drammatici effetti sull'economia reale, ben evidenziati dalle dinamiche negative degli indicatori di performance economica e dal drastico peggioramento dei dati occupazionali a livello globale (con l'eccezione di alcune economie asiatiche). Il Piemonte ha risentito in modo particolare di questa lunga fase negativa, che tuttora perdura.

    Senza azzardare ipotesi sulle cause di questa specifica sensibilità del tessuto produttivo regionale, la criticità della situazione piemontese emerge in maniera evidente dal confronto con le principali performance economiche delle altre aree del Paese(1). Nel periodo tra il 2008 e il 2014, il Piemonte evidenzia preoccupanti segnali sia per quanto riguarda il PIL (-13% in Piemonte, -7,5% nel Nord Ovest, -8% nel Centro Nord(2) e -9% in Italia) sia per il tasso di occupazione (Piemonte -3,8%, Nord Ovest -3,1%, Centro Nord -3,0%, Italia -4,9%) sia, in termini più strutturali, nel saldo tra imprese nate e cessate(3) (il Piemonte passa da -0,6 a -2,2, il Nord Ovest da -0,5 a -1,7, il Centro Nord da -0,6 a -1,5, l'Italia da -0,7 a -1,5).

    A fronte di questo crollo generalizzato, la regione registra invece delle variazioni positive, allineate (quando non nettamente superiori) a quelle delle altre partizioni territoriali considerate, rispetto alla produttività del lavoro nell'industria (Piemonte +6,9%, Nord Ovest +8,1%, Centro Nord +6,3%, Italia +5,3%) e in particolare nell'industria manifatturiera (Piemonte +8,8%, Nord Ovest +8,5%, Centro Nord +5,4%, Italia +5%). Si tratta di risultati indubbiamente interessanti che, sia pur con la dovuta cautela, possono essere intesi come segnali incoraggianti di risposta alla crisi, anche se ancora inseriti in un orizzonte che rimane cupo. Sebbene le semplici evidenze quantitative da sole non bastino a legittimare facili conclusioni, senz'altro autorizzano a concentrare l'attenzione, come si è voluto fare in questo numero di Politiche Piemonte, sulle recenti dinamiche dell'industria piemontese e, in particolare, sui processi di ristrutturazione e riconversione della struttura produttiva regionale ad esse associati.

    I contributi che seguono ne analizzano l'evoluzione recente a partire da alcuni aspetti chiave del settore, quali: le dinamiche demografiche, occupazionali e di impresa, le strategie e i modelli di organizzazione e innovazione, l'apertura internazionale e le condizioni di salute finanziaria.

    Se ne ricava un quadro fatto di luci e di ombre. Il Piemonte si conferma innanzi tutto una regione a forte vocazione manifatturiera. Questo è quanto si evince chiaramente dal contributo di Lombardi e Magliocchi in cui si offre un dettagliato confronto tra i 'vecchi' e 'nuovi' Sistemi Locali del Lavoro (SL). Si evidenzia infatti come in Piemonte circa il 70% dei SL sia manifatturiero e di questi i 2/3 siano caratterizzati dalla grande industria. Sul versante distrettuale, la regione continua ad essere caratterizzata dalla concentrazione di piccole e medie imprese specializzate principalmente nella meccanica. Ma i distretti piemontesi mostrano segnali di debolezza più marcati rispetto al panorama produttivo nazionale.

    Da un'altra prospettiva, l'interessante approfondimento offerto dal contributo di Ferrero, Landini e Scalzotto mostra un Piemonte più solido rispetto alle evidenze risultanti dal contributo precedente. Sulla base dei dati di bilancio delle società di capitali manifatturiere, gli autori propongono una classificazione dei comuni piemontesi in aree a bassa, media e alta salubrità finanziaria, intesa questa come misura della condizione più o meno favorevole per lo sviluppo socioeconomico. Secondo la metodologia adottata nell'analisi, un'area risulta infatti tanto più salubre quanto minore è il numero di imprese per le quali è prevedibile una condizione di squilibrio di bilancio. Dai risultati sembra emergere un Piemonte abbastanza omogeneo e sicuro, situazione che può ragionevolmente essere considerata come solida opportunità per le prospettive di rilancio dell'economia regionale.

    Una panoramica alquanto negativa delle dinamiche strutturali del tessuto produttivo piemontese è invece quella che emerge dall'analisi di Garzolino delle variazioni dei principali indicatori occupazionali a livello provinciale. Con impietosa chiarezza, i trend nel periodo della crisi collocano le province piemontesi, e in particolare il territorio della città metropolitana di Torino, in coda alle graduatorie nazionali. Senza la pretesa di fornire spiegazioni e soluzioni definitive, l'autore avanza comunque l'ipotesi che la situazione fotografata dai dati dipenda anche dal fatto che il Piemonte è entrato nel periodo recessivo partendo da una situazione più compromessa rispetto ad altre aree del paese e che, allora come oggi, avrebbe avuto necessità di più efficaci politiche di sostegno all'innovazione e all'infrastrutturazione.

    Uno sguardo più ampio sulle strategie di impresa viene offerto da Toschi che si interroga sulle ricadute organizzative del lungo periodo di crisi. In particolare, l'autore si concentra sulla variazione del livello di integrazione verticale ovvero di riduzione delle esternalizzazioni dei processi produttivi. Attraverso un'analisi comparata Piemonte-Resto d'Italia, si evidenzia come la crisi non abbia avuto ricadute consistenti su un processo di riorganizzazione produttiva che, da metà anni '90, sembra andare verso una riverticalizzazione, dopo i decenni ('80 e '90) del massiccio ricorso all'outsourcing. Ad un maggior grado di dettaglio settoriale il Piemonte mostra una dinamica più vivace e eterogenea rispetto al resto d'Italia. In linea generale, comunque, la crescente integrazione dei processi che si denota è di natura diversa dal passato in quanto deve necessariamente nutrirsi, in un contesto reso più complesso dalla competitività e incertezza di un'economia globalizzata, della complementarità di risorse immateriali e produttive attraverso la combinazione di saperi e pratiche diverse e innovative.

    Va ad arricchire la riflessione su questi temi il contributo di Rota sulle strategie e i modelli di innovazione delle imprese innovative piemontesi. Dalle molte prospettive di osservazione del fenomeno utilizzate nell'analisi si ricava una sostanziale conferma dei vizi e delle virtù delle piccole e medie imprese italiane. Creatività e competenza nell'innovazione (soprattutto di prodotto) strette tra i vincoli finanziari da una parte e una persistente difficoltà nel proporsi sui mercati internazionali dall'altra, privilegiati contesti, questi ultimi, per la messa a valore dei risultati delle attività innovative.

    Sulle condizioni che possono favorire particolari processi innovativi, legati alle ICT, è infine incentrato l'ultimo contributo che chiude la monografia. Distanziandosi in parte dalle analisi micro e macro delle imprese piemontesi proposte dagli altri autori, Berra e Sciullo restituiscono i risultati di una rassegna di casi studio finalizzati a ricostruire dei processi bottom-up di infrastrutturazione Wi-Fi delle aree marginali della regione. L'esigenza di fronteggiare il divide territoriale nella disponibilità di infrastrutture di banda larga, ha infatti stimolato negli ultimi 10 anni dei processi localizzati e partecipati di sviluppo e messa in opera di tecnologie per la fornitura dei servizi di connessione. Più che sui risultati, comunque positivi, gli autori insistono sull'importanza, in ottica di sviluppo locale, di aver costruito dei modelli organizzativi inclusivi e radicati sul territorio, in cui imprese, cittadini e pubblica amministrazione hanno avviato pratiche di cooperazione favorevoli all'attivazione e alla valorizzazione delle risorse embedded diffuse sul territorio.

    Queste pratiche, come le altre evidenze esposte nei contributi proposti, rappresentano indubbiamente segnali positivi in una regione che può legittimamente impegnarsi nell'opera di trasformazione e miglioramento della propria base economica e, in particolare, di quel sistema manifatturiero che rimane asse portante della sua struttura produttiva e identitaria.

    In questo senso, sul piano delle policy, appare necessaria la predisposizione di un disegno complesso di interventi incentrati sul supporto ai processi innovativi. La necessità è quella di un rilancio qualificato degli investimenti, laddove la qualificazione si specifica in obiettivi mirati: rafforzamento della dotazione infrastrutturale per far recuperare dinamicità al territorio; incentivazione di nuovi consumi sostenibili e smart che costituiscano mercato di sbocco immediato per gli investimenti in innovazione già sostenuti; supporto alla proiezione internazionale delle imprese (in particolare innovative) e, più in generale, alla loro disponibilità ad aprirsi e collaborare con altri soggetti; sostegno all'accesso a nuove soluzioni in materia di finanziamento, trasferimento di tecnologia e vendita; interventi per il rafforzamento e il rinnovamento dell'offerta formativa che possano supportare dinamiche di riorganizzazione aziendale informate ad una rinnovata integrazione di risorse immateriali e processi produttivi.

     

     

     

     

     

    Nota(1) Nostre elaborazioni su dati Istat (Indicatori territoriali per le politiche di sviluppo e Conti Economici Territoriali)

    Nota(2) Con Centro Nord si fa riferimento all'aggregazione delle 12 regioni delle macroaree Centro, Nord Est e Nord Ovest

    Nota(3)  Questo e i successivi indicatori di produttività sono variazioni calcolate al 2013

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