Uno sguardo oltre il Piemonte: cosa insegnano le esperienze di Emilia-Romagna e Veneto

    di Questo indirizzo email è protetto dagli spambots. È necessario abilitare JavaScript per vederlo.i (Università degli Studi di Milano-Bicocca, Dipartimento di Sociologia e Ricerca Sociale)

    Introduzione

    Emilia Romagna e Veneto sono due tra le regioni italiane tradizionalmente più ricche di distretti industriali e presentano una struttura produttiva basata sulle PMI, parzialmente in contrasto con il Piemonte. In entrambe le regioni il settore manufatturiero è cruciale per l'economia locale ed è alto il grado di internazionalizzazione delle aziende, tipico dei contesti distrettuali. Entrambe le regioni hanno sofferto pesantemente la crisi economica con una riduzione del numero di imprese e di addetti, ma sono tornate a crescere nel 2014 più della media nazionale. Le due regioni, simili dal punto di vista della struttura produttiva, hanno adottato politiche parzialmente differenti per lo sviluppo economico territoriale e nella fattispecie per lo strumento del contratto di rete e soprattutto modelli differenti di governance.

    L'Emilia Romagna ha implementato un complesso e articolato sistema per l'innovazione, mentre il Veneto, pur nella ricchezza di iniziative e finanziamenti, resta piuttosto frammentato. In questo contributo, dopo un breve inquadramento delle politiche di sviluppo territoriale, guarderemo alla diffusione dei contratti di rete e al modello di governance adottato.

     

    I contratti di rete elle politiche per le imprese in Veneto ed Emilia-Romagna

    L'Emilia Romagna è l'unica regione italiana a non aver riconosciuto giuridicamente i distretti industriali, adottando un modello di contaminazione incrociata e varietà più simile al cluster regionale . Le connessioni tra attori di diversa natura (imprese, attori della formazione, università e centri di ricerca) sono gli elementi fondanti l'architettura per le politiche di sviluppo dell'Emilia Romagna già dall'inizio del nuovo Millennio, quando viene istituita la rete dell'Alta Tecnologia. Questa si è sviluppata a partire dalla LR 7 del 2002 e vede al centro i tecnopoli, strutture fisiche con il compito di organizzare, promuovere, diffondere attività e servizi per la ricerca industriale, lo sviluppo sperimentale e il trasferimento tecnologico. I tecnopoli ospitano al loro interno laboratori di ricerca, centri per l'innovazione, incubatori per le imprese e imprese. Si tratta di uno spazio fisico, presente anche su piattaforme digitali, in cui collaborano i diversi attori del territorio. La prossimità fisica dei soggetti è considerata un valore aggiunto. Per l'implementazione operativa e il coordinamento della rete di Alta Tecnologia è stata creata una società consortile per azioni, Aster, partecipata da Regione Emilia Romagna, università del territorio, Cnr, Enea, associazioni di categoria e Unioncamere Emilia Romagna. La realizzazione della rete dell'Alta Tecnologia è avvenuta sfruttando fondi comunitari e regionali, in particolare i fondi di programmazione 2007-13. E' all'interno di tale sistema che i contratti di rete sono stati applicati e incentivati dalla Regione soprattutto attraverso il bando "Dai distretti produttivi ai distretti tecnologici 2". Tale bando prevedeva che ciascuna impresa firmataria di un contratto di rete dovesse assumere un giovane laureato, creando cosi nuova occupazione qualificata, i costi di tale assunzione venivano assunti dalla Regione per la durata del progetto.

    Fino al 2010 gran parte delle politiche di sviluppo della Regione Veneto erano centrate sul modello dei distretti industriali. Nel 2005, i distretti riconosciuti in Veneto erano 46, con oltre 8mila imprese aderenti (più di 200mila addetti), e nel 2010 oltre ai distretti si contavano 13 metadistretti. La Legge Regionale 13/2014 riorganizza le modalità aggregrative distinguendone tre forme: distretto industriale, reti innovative regionali e aggregazione di imprese. Ogni forma aggregativa è caratterizzata da specifici elementi che riguardano la dimensione territoriale e le caratteristiche degli attori coinvolti. Il contratto di rete è riconosciuto all'interno di tutte e tre queste forme, nelle prime due è necessaria la soggettività giuridica, nel terzo caso non è previsto alcun vincolo. A sostegno di questa legge, la Regione ha investito 6.150.000 euro della precedente programmazione (2007-2013) e lo strumento scelto è stato quello del bando "a sportello". L'allocazione dei nuovi fondi di programmazione regionale (POR FESR 2014-2020) conferma il forte sostegno a ricerca, sviluppo tecnologico e innovazione (asse 1 e 3) con 120 milioni dedicati specificamente a progetti riguardanti le aggregazioni. Dunque, la Regione Veneto ha deciso un investimento cospicuo sulle forme di aggregazione di imprese, anche nell'ottica della fertilizzazione incrociata: le aggreazioni (con l'eccezione dei distretti indutriali classici) sono tanto più incentivate tanto più includono attori di diversa natura e settore, la varietà è intesa come un volano per lo sviluppo territoriale [Ramella, 2013]. Non sembra tuttavia delinearsi la creazione di un sistema integrato e coordinato dell'innovazione così come avvenuto in Emilia Romagna.

     

    Diffusione dei contratti e partner strategici

    L'Emilia Romagna è nel 2015 la seconda regione, dopo la Lombardia, in quanto a numero di contratti di rete sottoscritti (412) e di soggetti aderenti (1.230), la prima regione se si considerano i contratti di rete siglati sul numero di aziende presenti sul territorio. Il Veneto si colloca in quarta posizione rispetto alle altre regioni italiane, dunque dietro a Lombardia ed Emilia Romagna, ma davanti al Piemonte. In Emilia Romagna i dati evidenziano due periodi nella diffusione del contratto di rete: il primo periodo dal 2009 al 2013 in cui si nota un entusiasmo per questo strumento da parte della Regione e di quasi tutti gli attori del territorio con un'ampia diffusione; il secondo periodo, dal 2013 al 2016, registra una fase di "normalizzazione" dello strumento. Queste due fasi coincidono in realtà con l'apertura e la chiusura del bando "Dai distretti produttivi ai distretti tecnologici 2". In Veneto invece il numero di contratti sottoscritti e il numero di imprese coinvolte è aumentato sensibilmente dal 2012 al 2015, segnalando un trend sempre crescente anche se altalenante, in assenza di bandi direttamente rivolti ai soli contratti di rete.

    Modena è la provincia in Emilia Romagna con il maggior numero di contratti di rete siglati (che coinvolgono 281 imprese), seguita a brevissima distanza da Bologna (274 imprese), Reggio Emilia si colloca al terzo posto (131 imprese). La altre province sono sensibilmente staccate in graduatoria. In Veneto, la provincia con il maggior numero di contratti e imprese coinvolte è Verona con 246 imprese, corrispondenti al 28% dei soggetti che hanno aderito a un contratto di rete nella regione; a seguire Venezia e Treviso, ciascuna con 158 imprese coinvolte, e Padova con 153. In coda alla classifica, con numeri molto distanti dalle precedenti, restano Belluno e Rovigo rispettivamente con 19 e 17 imprese coinvolte. In particolare si segnala Belluno che, pur essendo sede del distretto industriale classico dell'occhialeria, non ha nemmeno un contratto di rete siglato in quell'area distrettuale. Dunque, il contratto di rete riguarda ancora una parte piuttosto piccola del mondo imprenditoriale, con discrete potenzialità di ulteriore crescita.

    Anche se spesso i contratti di rete tendono a coinvolgere imprese appartenenti ad una stessa regione, nei casi più interessanti, essi superano i confini regionali, facendo emergere collaborazione trans-regionali. E' interessante allora guardare dove si collocano geograficamente le imprese facenti parte dei contratti di rete stipulati nelle due Regioni in esame, poichè ciò fornisce qualche indicazione sui partner strategici delle imprese venete ed emiliano-romagnole. La Lombardia risulta essere il partner privilegiato in entrambi i casi, vale a dire sia per le imprese venete sia per quelle emiliano-romagnole. Segue a distanza l'Emilia Romagna per il Veneto e viceversa. Sensibilmente distanziate vi sono Lazio e Piemonte in entrambi i casi. Emerge dunque una collaborazione forte tra le imprese lungo un territorio economicamente rilevante, peraltro già evidenziata in altre ricerche [Perulli 2012], che corre lungo la direttrice della via Emilia e del litorale veneto-romagnolo, cosi come lungo la direttrice della A4 – Milano -Venezia. Torino e il Piemonte sembrano però restare partner relativamente secondari per le imprese venete ed emiliano-romagnole.

    Vi è un altro dato interessante riguardo le imprese firmatarie di contratti rete nelle due regioni. La rete sembra attrarre imprese più performanti della media, che vedono in questa modalità di aggregazione proprio la possibilità di migliorare ulteriormente la propria performance e non tanto un modo per condividere i propri problemi [Unioncamere 2015].

     

    Il modello di governance

    Nel modello di regolazione che emerge dall'implementazione della rete dell'Alta Tecnologia e del bando "Dai distretti produttivi ai distretti tecnologici 2" in Emilia Romagna, il ruolo di regolatore è affidato agli attori politici e ai governi locali, che sono in grado di accordarsi con le associazioni di categoria per definire un progetto comune. L'agenzia partecipata Aster è il pivot del sistema e coordina tutti gli altri attori del territorio. Essa può essere considerata il braccio operativo della Regione. Il ruolo di indirizzo e guida è indubbiamente assunto dall'attore pubblico regionale. Compito esplicito della Regione è stimolare, regolare e governare il dialogo tra imprese e mondo della ricerca, e più in generale la Regione deve regolare il mercato. Il ruolo del pubblico non si limita a creare le condizioni affinché il mercato funzioni e si auto-regoli, non svolge "solo una funzione abilitante", ma è il perno che orienta il mercato (e le imprese) in direzioni decise dalla politica, ossia dalla giunta regionale che promuove i bandi. Tutti gli attori locali confermano che il bando (e lo strumento dei contratti di rete) è stato un successo non tanto per la bontà dello strumento in sé, quanto piuttosto per "tutto il contesto attorno". Vale a dire per il coinvolgimento delle imprese nella progettazione del bando, l'inserimento di nuova forza lavoro, il tutor scientifico-accademico che affianca il giovane laureato, il manager di rete che ha lavorato a stretto contatto con le associazioni di categoria e, a monte di tutto, il finanziamento regionale, con tempistiche e regole certe che sono le condizioni principali per il successo dell'implementazione dell'esperienza. E' proprio grazie a questo sistema e ai soggetti che ne fanno parte che i contratti di rete sono definiti un successo dagli operatori di questa regione, ma le aziende che si sono impegnate nel contratto di rete, secondo gli attori locali, si sarebbero impegnate, a parità di condizioni, anche in un consorzio o in un'Ati.

    In Veneto, invece gli attori locali, nonostante gli sforzi della Regione e delle singole istituzioni, segnalano la persistenza di una frammentazione del tessuto produttivo, associativo e accademico per cui il risultato che si ottiene è ancora troppo simile alla somma delle parti, piuttosto che a un sistema integrato. In più occasioni, è stata lamentata l'assenza di un attore istituzionale capace di svolgere la funzione di pivot, promotore e coordinatore delle inziative cosi come Aster svolge in Emilia Romagna. Le diverse agenzie di sviluppo e innovazione (Veneto Sviluppo e Veneto Innovazione), che potenzialmente potrebbero svolgere questa funzione, sembrano marginali e comunque non godono della legittimità necessaria per tale ruolo. Ciò che sembra mancare maggiormente, pur nelle molte iniziative presenti, è il coordinamento e un attore pubblico e/o privato che svolga tale ruolo. Come sottolineano ampiamente Casavola e Trigilia [2012] per sostenere la competitività occorrono coordinamento, beni e servizi per la collaborazione oltre che formazione, sviluppo di infrastrutture digitali, strategie politiche territoriali,... Molti di questi beni locali che migliorano la competitività sono nell'agenda della Regione, anche sotto il forte impulso delle direttive europee e dei finanziamenti europei (agenda digitale, infrastrutture digitali...), altri sembrano invece totalmente assenti.

     

    Per concludere

    In entrambe le Regioni il contratto di rete è stato interpretato come una strategia per uscire dalla frammentazione delle piccole e piccolissime imprese del territorio, nelle parole degli attori locali poteva diventare "un contratto prematrimoniale" per traghettare le imprese verso forme più stringenti di cooperazione (fusioni), aumentando così il numero delle medie imprese. Tale obiettivo era particolarmente forte nelle intenzioni di alcuni attori dell'Emilia Romagna, molto meno in quelle degli attori locali veneti. Se questo obiettivo ambizioso è andato, almeno fino a questo momento, in larga parte frustrato, la capacità di mettersi in rete, di condividere un progetto di sviluppo produttivo da parte dei piccoli imprenditori e artigiani sembra però sempre più diffusa, anche a prescindere dai finanziamenti. Paradossalmente però ciò sembra più vero in Veneto che in Emilia Romagna. Infatti, l'assenza di finanziamenti dedicati ai contratti di rete in Veneto ha reso la motivazione strumentale importante ma non prevalente, cosi come sembra accadere in Piemonte, altra regione nella quale le politiche di incentivo ai contratti di rete non possono certo essere considerate determinanti. Al contrario, in Emilia Romagna le imprese hanno siglato il contratto di rete perché fortemente incentivate dai finanziamenti che ne potevano conseguire, e dalla infrastruttura messa in atto dalla Regione per seguire le imprese, dunque per finalità strumentali e oggi diversi contratti di rete benché formalmente ancora attivi sono in realtà esauriti perché gli obiettivi sono stati raggiunti. Queste stesse imprese però stanno valutando altre forme di aggregazione sul territorio, puntando a obiettivi più ambiziosi, anche se non di fusione, hanno creato o rinsaldato fiducia reciproca, cooperazione, capitale sociale che sono in grado di mobilitare a diversi livelli in altre occasioni.

     

    Riferimenti bibliografici

    Casavola, P. e Trigilia, C. (2012) La nuova occasione: città e valorizzazione delle risorse locali, Roma, Donzelli.Perulli, P. (2012) Nord. Una città-regione globale, Bologna, Il Mulino.

    Ramella, F.(2013) Sociologia dell'innovazione, Bologna, Il Mulino

    Unioncamere (2015) I contratti di rete. Rassegna dei principali dati quantitativi (Elaborazioni Unioncamere su dati Infocamere, aggiornamento al 1° marzo 2015), Roma, Unioncamere.

     

     

     

    Nota(1) Si definisce clauster "concentrazione geografica di imprese interconnesse, fornitori specializzati, erogatori di servizi, imprese in settori collegati e le relative istituzioni (per esempio università, agenzia di standard, associazioni commerciali) che competono e allo stesso tempo cooperano" (Porter, 1998: 197)

    Nota(2) Legge Regionale 14 maggio 2002, n. 7 - Promozione del sistema regionale delle attività di ricerca industriale, innovazione e trasferimento tecnologico

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