Contratti di rete e capitale sociale

    di Questo indirizzo email è protetto dagli spambots. È necessario abilitare JavaScript per vederlo. (Università degli Studi di Milano-Bicocca, Dipartimento di Sociologia e Ricerca Sociale)

    Reti di imprese e contratti di rete

    Il fenomeno delle reti di imprese ha attirato da sempre l'attenzione dei soggetti economici e delle politiche pubbliche, con la conseguenza di essere uno degli oggetti più studiati e indagati dalla sociologia economica, oltre che dalla letteratura economica e giuridica. Disponiamo infatti di numerose ricerche, studi di caso, riflessioni teoriche e analisi comparate sulle più importanti esperienze di collaborazioni tra le imprese, che toccano numerosi aspetti: dalle reti più informali a quelle più istituzionalizzate, dai gruppi aziendali ai consorzi, ai distretti industriali, ai patti di sviluppo territoriale, alle diverse associazioni temporanee di scopo, alle varie operazioni di joint-venture, fusioni e acquisizioni, agli accordi di filiera nella catena della fornitura, meta-distretti, peer production, cluster di ogni tipo e moltissime altre forme di reti orizzontali o gerarchiche, lunghe o corte, dense o ridotte, complementari o indipendenti, temporanee o permanenti.

    La crisi ha spinto ancor più le imprese a mettersi in rete. Soprattutto ha reso più determinate le istituzioni ad attuare politiche di incentivazione a vari livelli: sovranazionale, statale, regionale e locale.

    La Commissione europea, in particolare, in un'importante Comunicazione del 2010(1) ha invitato le regioni ad adottare "strategie intelligenti di specializzazione", riconoscendo che "i cluster e le reti migliorano la concorrenzialità e l'innovazione industriale, riunendo risorse e competenze professionali e migliorando la cooperazione tra le autorità pubbliche e le università [...] Prendendo le mosse dai risultati positivi ottenuti occorre sviluppare cluster e network concorrenziali sul piano mondiale per quanto concerne sia i cluster tradizionali che quelli nel campo delle attività di ricerca e sviluppo e dell'innovazione. Cluster locali interconnessi su scala europea consentiranno di raggiungere una massa critica per la ricerca e sviluppo e l'innovazione, le competenze professionali, i finanziamenti, la fertilizzazione incrociata delle idee e le iniziative imprenditoriali. Le diverse iniziative volte a favorire i cluster vanno tuttavia consolidate e snellite".

    E' interessante osservare come l'ultima frase di questo documento tenda proprio a delineare i caratteri di regolazione snella di uno strumento normativo italiano che può essere considerato l'ultimo nato nella grande famiglia delle aggregazioni di imprese: il "contratto di rete". Per il suo relativo successo, sia sotto il profilo quantitativo che sotto quello qualitativo, tale fenomeno ha meritato l'attenzione degli operatori economici e istituzionali, un po' meno finora di studiosi e ricercatori.

    A valorizzare lo strumento del contratto di rete ha contribuito anche il fatto che la Commissione europea, sulla base delle informazioni ricevute dal governo italiano, relative alla misura di sostegno finanziario, sotto forma di differimento d'imposta, alle imprese che intendono cooperare e costituire una rete, abbia valutato che tale misura non costituisce aiuto di stato. .

     

    Il capitale sociale "relazionale" dei contratti di rete

    Il consenso di cui ha goduto in questi anni il contratto di rete è dovuto soprattutto a quei fattori distintivi che fanno riferimento a "pratiche" di capitale sociale più innovative e diffuse, ma anche più snelle e flessibili, rispetto ad altre e precedenti forme di collaborazioni tra le imprese. Tali pratiche possono contribuire a migliorale la situazione del sistema produttivo italiano, ovvero a ridurre la contrapposizione tra le imprese, a seconda delle ridotte o sviluppate forme di complessità rispetto a: politiche di formazione del personale, attività di innovazione e manageriali, internazionalizzazione, reti di collaborazione.

    Il contratto di di rete può infatti agevolare la ricerca da parte delle imprese, soprattutto di minori dimensioni, di nuove strategie cooperative per essere più innovative e poter far fronte ai più alti livelli di competitività sui mercati e agli stessi effetti della crisi. Per accrescere la propria capacità di innovazione e internazionalizzazione, pur mantenendo la propria autonomia, gli imprenditori devono aderire a questa nuova forma di contratto sociale tra le imprese, che da un lato è reciprocamente più impegnativa, e quindi più dinamica, rispetto ai distretti industriali; e dall'altro lato è più snella e flessibile rispetto ai consorzi e ad altre forme più istituzionalizzate o percepite come più limitative dell'autonomia di impresa. Si tratta quindi di un contratto che se da un lato tende a superare l'informalità che ha caratterizzato molte reti di cooperazione di successo nel nostro paese (in primis, i distretti industriali), dall'altro lato vuole però mantenere, e soprattutto anche rafforzare, i caratteri di "relazionalità" del capitale sociale, ovvero dei rapporti faccia a faccia tra gli attori.

    Nel "processo" di costituzione dei contratti di rete, nei casi osservati è risultato certamente determinante il ruolo delle associazioni imprenditoriali nello stimolare le imprese ad orientarsi verso l'opportunità di sottoscrivere un contratto di rete. Ma questa opportunità è stata poi colta soprattutto dalle imprese che già intrattenevano qualche tipo di rapporto, formale o informale. Ciò significa che i contratti di rete non sono nati per creare "nuovo" capitale sociale, ma si sono anzi originati grazie ad una certa dotazione di capitale sociale già esistente tra le imprese che hanno deciso di formalizzare l'aggregazione. Tale dotazione di capitale sociale "pregresso" si è quindi combinata con l'esistenza di uno specifico obiettivo strategico comune del contratto di rete: un nuovo prodotto (ad esempio, un lampione autopulente a led, per l'illuminazione urbana), la necessità di andare verso nuovi mercati soprattutto a livello internazionale, la possibilità di disporre di nuovi servizi (ad esempio di progettazione e design), di promuovere l'innovazione tecnologica, di avere personale più qualificato, un marchio o un'identità comune, migliore accesso al credito e a finanziamenti pubblici, partecipazione a catene di fornitura e appalti, ecc. Obiettivi che non potevano essere realizzati senza aggregarsi.

    Lo sviluppo dei contratti di rete analizzati consente di fare alcune considerazioni di merito anche sulla loro fase evolutiva. Appare molto evidente la funzione del contratto di rete che nei casi più significativi tende a caratterizzarsi come capitale sociale "rafforzato", grazie ai più intensi rapporti di cooperazione, fiduciari, di scambio delle informazioni, di condivisione degli obiettivi, di controllo del free-riding.

     

    Distretti industriali, catene di fornitura e contratti di rete.

    Al di là dei finanziamenti e del ruolo delle politiche regionali e delle organizzazioni di rappresentanza degli interessi, che hanno senza dubbio pesato in maniera significativa, come peraltro in altre esperienze di aggregazione di imprese, il successo dei contratti di rete non solo o non tanto sotto il profilo quantitativo, pur importante, ma soprattutto sotto il profilo qualitativo sembra derivare essenzialmente da quel loro carattere distintivo di pratiche "costitutive" e flessibili di capitale sociale di reciprocità. La ricerca empirica relativa ai casi ha ampiamente dimostrato che tali pratiche sono state spesso favorite da fiducia e conoscenze già in essere tra gli imprenditori che decidono di formalizzare un progetto di rete. Ma è anche emerso che dall'opportunità di mettersi insieme in modo strumentale, per ottenere un finanziamento, possono sorgere forme di collaborazione meno contingenti e si possono creare ponti tra network che non si conoscono, grazie al ruolo di facilitazione e di mediazione del manager di rete o di qualche leader naturale. Se esiste già una certa dotazione di capitale sociale, il contratto di rete può contribuire poi a rafforzare la fiducia e gli impegni di reciprocità tra i partecipanti. Le forme del contratto di rete sono varie nel loro grado di flessibilità: dalla rete contratto, che lascia ampia autonomia, alla rete soggetto, lungo un continuum con vari stadi di passaggio. Ma resta sempre una rete essenzialmente di tipo "orizzontale", seppure con diversi gradi di istituzionalizzazione, caratterizzata dall'impegno costitutivo alla "reciprocità".

    Per queste ragioni i contratti di rete non devono essere considerati alternativi ad altre forme di aggregazione, quali ad esempio i distretti industriali o le filiere. Anzi, essi possono contribuire a rafforzarne il capitale sociale, come dimostrato dai moltissimi casi dell'Emilia Romagna e del Piemonte, ma anche di altre regioni, in quanto vi possono introdurre pratiche collaborative più intense di reciprocità, e possono contribuire a superarne il localismo, l'eccessiva informalità e/o la dipendenza settoriale.

     

     

     

     

    Nota(1) Commissione europea [2010], Una politica industriale integrata per l'era della globalizzazione. Riconoscere il ruolo centrale di concorrenzialità e sostenibilità, Comunicazione della Commissione al Parlamento europeo, al Consiglio, al Comitato economico e sociale europeo e al Comitato delle Regioni, Bruxelles, COM (2010) 614

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