EDITORIALE N.42 - Il contratto di rete: uno strumento per lo sviluppo regionale

    di Questo indirizzo email è protetto dagli spambots. È necessario abilitare JavaScript per vederlo. (Consorzio A.A.Ster srl) e Questo indirizzo email è protetto dagli spambots. È necessario abilitare JavaScript per vederlo. (Università degli Studi di Milano-Bicocca)

     

    Questo numero di Politiche Piemonte si occupa di "contratti di rete". Si tratta di una forma di aggregazione tra le imprese relativamente recente (introdotta dal legislatore nel 2009) e che sta riscuotendo un interessante successo in tutto il Paese, seppure con importanti differenze territoriali. Come si chiarisce nel primo dei capitoli che compongono il numero, il Piemonte si distingue per il ricorso ancora scarso delle sue imprese a questa modalità di collaborazione, che ha mostrato in altre regioni una diffusione sorprendentemente maggiore.

    Lo scopo della nostra riflessione è quindi di offrire qualche dato e qualche strumento per comprendere quali sono le caratteristiche del contratto di rete e le possibili applicazioni per lo sviluppo della nostra regione.

    Il fenomeno dei contratti di rete ha attirato l'attenzione degli operatori economici e istituzionali ai vari livelli, a partire da quello sovranazionale dell'Unione europea a quelli nazionali e regionali, per alcuni rilevanti caratteri innovativi rispetto a precedenti esperienze, oltre che per la sua significativa e rapida crescita in un contesto come quello italiano dove, come noto, prevale una tradizionale diffidenza da parte degli imprenditori, soprattutto nei sistemi di piccola impresa, a condividere con altri strategie e obiettivi innovativi, di produzione e organizzativi.

    A otto anni dall'introduzione dello strumento legislativo, cominciano ad essere disponibili dati relativi non solo alla diffusione delle reti e alle loro forme (reti lunghe o corte, con o senza soggettività giuridica), ma anche alle caratteristiche principali delle imprese che vi aderiscono. Unioncamere è certamente una fonte statistica importante per osservare il fenomeno, soprattutto a partire dal 2013, ovvero da quando si dispone di rilevazioni più estese, significative e attendibili. Analisi molto utili per comprendere l'entità e le caratteristiche principali dei contratti di rete sono anche quelle prodotte periodicamente dalle associazioni di rappresentanza degli interessi imprenditoriali e da alcuni istituti di credito, a dimostrazione di quell'attenzione generale suscitata dal fenomeno di cui si è detto. Quasi assente risulta invece l'indagine empirica, basata sull'osservazione diretta dei processi di costituzione ed evoluzione delle aggregazioni, oltre che di valutazione degli esiti, e soprattutto su specifici e approfonditi studi di caso. Per rispondere a questa carenza, il centro di ricerca Lavoro e Società dell'Università di Milano-Bicocca ha avviato nel 2012 una ricerca empirica che si è concentrata inizialmente sull'analisi delle politiche regionali di supporto al contratto di rete, per proseguire con l'osservazione diretta di alcuni casi ed esempi di aggregazione, ed essere infine arricchita dalle riflessioni teoriche sul significato dei contratti di rete in quanto "pratica" di capitale sociale tra le imprese.

    Lo studio dei contratti di rete si colloca in una tradizione di ricerca e di analisi che ha una lunga storia in Italia, dove la cooperazione tra imprese è da tempo un tema centrale delle riflessioni sui rapporti tra sistemi economici e società locali: in un certo senso è stata proprio la scoperta della rilevanza di schemi cooperativi relativamente orizzontali nella divisione del lavoro, avvenuta in primo luogo all'interno delle regioni dell'Italia centro-settentrionale, a costituire uno degli argomenti fondativi degli studi sullo sviluppo locale, che sulle esperienze dei distretti industriali, e più in generale dei sistemi produttivi locali (comprese esperienze più recenti come quelle dei cluster), ha costruito alcuni dei paradigmi più conosciuti.

    Sul versante delle politiche è stato rilevato, almeno negli ultimi due decenni, un evidente orientamento a predisporre e attrezzare campi favorevoli alla cooperazione tra imprese. Rientrano ad esempio in questa prospettiva – per quanto le finalità delle singole misure siano differenti – la creazione di incubatori d'impresa, parchi e distretti tecnologici, poli dell'innovazione, sostegno ai consorzi, ecc.

    All'interno di questo panorama, il contratto di rete si distingue per alcune specificità: l'aggregazione è focalizzata su un obiettivo (l'obiettivo della rete) sul quale le imprese si impegnano a collaborare; l'autonomia dei singoli membri è assolutamente preservata, così come le attività ordinarie delle varie imprese, che possono procedere in modo più o meno indipendente da quelle della rete; la presenza di un contratto che viene sottoscritto sancisce in qualche modo la collaborazione, rendendo la rete riconoscibile dall'esterno, e consentendole alcune azioni talvolta precluse ai singoli membri (come la partecipazione a certe gare d'appalto).

    Al centro del progetto che dà vita al nuovo strumento legislativo possiamo quindi individuare l'ipotesi che le imprese, in particolare quelle di piccole dimensioni, possano ottenere migliori risultati in termini di competitività, efficienza, capacità di innovazione e accesso ai mercati attraverso accordi espliciti volti a formalizzare impegni reciproci. I contratti di rete costituiscono, infatti, aggregazioni che puntano a stimolare la collaborazione, ovvero a stabilizzare associazioni temporanee, rapporti informali, relazioni consuetudinarie. Obiettivo centrale dei contratti, si potrebbe dire schematizzando un punto di vista condiviso in modo pressoché trasversale da tutti i soggetti interessati, è dare alle imprese le opportunità di «comportarsi da grandi» senza rinunciare all'indipendenza e agli aspetti materiali e simbolici che a questa sono collegati – e che costituiscono un vincolo implicito alla crescita organizzativa, tecnologica, manageriale di moltissime piccole imprese.

    Senza scendere nel dettaglio delle caratteristiche tecniche dei contratti, alcuni aspetti normativi sono di una certa rilevanza per comprendere in significato di uno strumento altamente snello e flessibile: solo per fare qualche esempio, le imprese partecipanti possono costituire o meno un Fondo patrimoniale comune, dotarsi di soggettività giuridica (rete-soggetto) e dunque di un organo comune, oppure restarne prive (rete-contratto), limitandosi a stipulare accordi con effetti obbligatori tra le parti. La disciplina è stata introdotta nel 2009 ed è stata oggetto di vari aggiornamenti: le modifiche introdotte negli anni successivi (sospensione d'imposta per le imprese che conferiscano parte degli utili nel fondo comune, possibilità per i consorzi export di beneficiare di contributi stipulando contratti di rete con piccole imprese, contributi a fondo perduto per progetti pilota nel settore turistico, apertura alle reti delle gare di appalto pubbliche, perfezionamento della norma sul tema della codatorialità) hanno contribuito a rendere appetibile lo strumento presso specifiche popolazioni imprenditoriali, e possono quindi rappresentare alcune delle ragioni che spiegano la crescente diffusione del ricorso a questo strumento.

    I contributi a questo numero vogliono rendere conto di alcuni aspetti utili per contestualizzare il contratto di rete e per metterne in luce le possibilità di sviluppo in Piemonte, dove la diffusione è rimasta sorprendentemente contenuta rispetto a quanto rilevato in altre regioni del nord (ma anche del sud) Italia.

    Il primo intervento (di Salvatore Cominu) illustra proprio la diffusione dei contratti di rete, analizzando le differenze territoriali e le loro possibili cause. All'interno dell'analisi viene collocato il Piemonte, con qualche approfondimento relativo a province, settori, tipi di rete maggiormente rappresentati.

    Nel secondo intervento (di Valentina Pacetti) si presentano tre diversi modelli di rete emersi dalla ricerca sui contratti, illustrando alcuni casi locali e interrogandosi sulle possibilità di applicazione all'interno del tessuto imprenditoriale piemontese.

    Il contributo di Serafino Negrelli, che ha coordinato la ricerca dalla quale sono emersi i risultati dai e le osservazioni brevemente presentate in questo numero, propone alcune delle riflessioni teoriche scaturite dallo studio delle reti: il ruolo del capitale sociale e le implicazioni delle diverse forme di aggregazione per la produzione di nuove relazioni e di fiducia tra gli imprenditori.

    L'intervento di Diego Coletto si concentra sul ruolo delle banche e del sistema del credito per la diffusione dei contratti di rete e di altre forme di aggregazione tra imprese.

    Il contributo di Alberta Andreotti, infine, apre l'analisi ad una prospettiva comparativa, illustrando le politiche a sostegno dei contratti di rete messe in atto in Veneto e in Emilia-Romagna. Si tratta di due casi emblematici, che illustrano gli effetti delle scelte di intervento locale sulla diffusione e sull'impatto di queste forme di aggregazione nei diversi sistemi produttivi locali.

    Le argomentazioni proposte nelle pagine che seguono sono state originate da una ricerca comparativa alla quale hanno preso parte gli autori dei diversi contributi. I risultati della ricerca e delle riflessioni che l'hanno accompagnata sono stati raccolti in un volume curato da Serafino Negrelli e Valentina Pacetti dal titolo I contratti di rete. Pratiche di capitale sociale tra le imprese italiane, in corso di stampa per i tipi del Mulino, al quale si rimanda per approfondimenti.

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