Il radicamento territoriale delle multinazionali estere

    Di Questo indirizzo email è protetto dagli spambots. È necessario abilitare JavaScript per vederlo., DITer (EU-POLIS), Politecnico e Università di Torino.

    Il contributo sintetizza la ricerca svolta presso il Dipartimento Interateneo Territorio (Diter) sul tema 'Multianzioneli: reti e radicamento' i cui risultati sono contenuti nell'articolo "The territorial embedment of foreign multinational companies. Conceptual framework and empirical evidence", presentato in occasione della XXXII Conferenza scientifica annuale AISRe (Torino, 15-17 settembre 2011). Obiettivo dell'articolo è ripensare il nesso tra impresa e territorio e, in particolare, la relazione tra le imprese multinazionali e gli ambiti esteri di destinazione dei loro investimenti, avvalendosi dei concetti di ancoraggio e radicamento territoriale.

     

    La prima parte dell'articolo è indirizzata a approfondire caratteristiche e dinamiche del legame tra le imprese e i loro territori, così come è stato trattato nella letteratura (tra gli altri: Dicken e Malmberg 2001). In seguito, si approfondisce il concetto di radicamento, inizialmente introdotto per spiegare la partecipazione delle imprese entro circuiti di tipo non economico, ossia sociali, culturali, istituzionali e regionali. La seconda parte dell'articolo analizza il caso di sei sussidiarie estere localizzate nella provincia di Torino. L'ipotesi è che sia possibile (e utile) distinguere tra ancoraggio e radicamento, in quanto si tratta di condizioni che presuppongo livelli diversi di integrazione nel sistema locale, che generano ricadute diverse sui territori.

    Radicamento territoriale o ancoraggio? Un'analisi di sei sussidiare in Provincia di Torino

    Nell'attuale crisi economica mondiale è importante per città e regioni mantenere sul proprio territorio non solo le risorse endogene, sviluppatesi localmente, ma anche quelle esogene, provenienti da altri contesti più o meno remoti.

    È questo il caso, ad esempio delle multinazionali estere, la cui presenza entro un dato sistema territoriale può determinare un più facile accesso a reti e flussi di scala globale e la generazione di ricchezza, occupazione e conoscenza. Nello stesso tempo però, la loro presenza può anche determinare effetti negativi. In particolare, un effetto peculiare delle multinazionali estere consiste nella rapidità con cui assumono le decisioni di riorganizzazione funzionale e territoriale. Questo determina un rischio notevole per i territori, poiché limitano la possibilità delle comunità locali di contrattare le decisioni prese e di predisporre le misure necessarie per limitarne le ricadute negative.

    Un modo per evitare questi rischi consiste nell'intervenire sui legami che legano le imprese ai territori. L'impresa non è infatti un'entità isolata e chiusa in se stessa: nel realizzare le proprie funzioni essa deve necessariamente intrattenere delle relazioni con enti e soggetti ad essa esterni. Le relazioni più frequenti sono quelle economiche, formalizzate attraverso contratti di fornitura di beni o servizi. Ma non sono le uniche (Grabher, 1993): ogni impresa è inserita entro reticoli di relazioni non economiche che, favorite dal verificarsi di una condizione di prossimità (funzionale, tecnologica, culturale o geografica) con altri soggetti, ne influenzano le decisioni.

    L'articolo propone allora di distinguere livelli diversi di integrazione tra impresa e territorio, riportabili a tre condizioni ideali:

    - Ancoraggio. Identifica la condizione di appartenenza di un'impresa a un dato sistema territoriale che si crea come conseguenza di un processo di localizzazione industriale (o decisione di investimento diretto estero). In generale, l'ancoraggio è caratterizzato da legami deboli o temporanei tra l'impresa e il sistema territoriale;

    - Radicamento territoriale. Identifica una condizione di intensa interazione reciproca e massima integrazione tra l'impresa e tutte le diverse dimensioni del sistema territoriale (economica, sociale, istituzionale, culturale e politica). È il risultato di un processo di territorializzazione che può prodursi in modo spontaneo o programmato;

    - Radicamento 'semplice'. Vi rientra una casistica piuttosto varia di situazioni intermedie, comprese tra la condizione di ancoraggio e quella di radicamento territoriale. Le imprese che ricadono in questa situazione sono radicate localmente, ma con riferimento a solo alcune delle dimensioni che caratterizzano il territorio. In altre parole, è l'esito di un processo parziale di territorializzazione.

    Mentre l'ancoraggio 'semplice' e il radicamento costituiscono delle condizioni reversibili, il radicamento territoriale, in virtù della forza e pervasività dei legami materiali e immateriali che si creano con l'ambiente circostante, costituisce una condizione non reversibile. Dal punto di vista dello sviluppo territoriale, questo significa che, al modificarsi delle condizioni che hanno determinato inizialmente l'investimento, l'impresa radicata tenderà a mantenere la propria localizzazione o, comunque, a lasciare sul territorio un'eredità materiale e immateriale duratura.

    A questo riguardo, la seconda parte dell'articolo analizza sei sussidiarie che hanno realizzato una presenza stabile e prolungata nella provincia di Torino. In particolare, tre di queste (SKF, General Motors, Eutelsat) sono imprese che, al momento dell'analisi, confermano e rafforzano il loro investimento e sono state quindi assunte come esempi di imprese radicate; le altre tre (Embraco, Michelin, Motorola) hanno invece manifestato la decisione di lasciare, in modo totale o parziale, il sistema torinese e sono quindi esempi di imprese sradicate.

    Attraverso il ricorso a interviste con rappresentanti e esperti (CEIPiemonte, Finpiemonte, ecc.) dei casi selezionati e l'analisi di materiali aggiuntivi (articoli, rapporti, contenuti di siti web), si è provato a verificare in che modo queste imprese abbiano contribuito a formare il territorio in cui si sono trovate a operare, distinguendo tra diversi tipi di apporto, relativi alle nove componenti del capitale territoriale (Camagni, 2008): beni e risorse pubbliche (infrastrutture, risorse naturali e culturali di proprietà dello Stato, ecc.); beni materiali a rivalità intermedia (reti proprietarie nei trasporti, comunicazioni ed energia, beni pubblici soggetti a congestione e beni collettivi a carattere sistemico); capitale fisso privato e beni tariffabili (beni capitali sofisticati o beni intermedi specifici prodotti in ambito locale); capitale sociale (reti sociali, associazioni, interazioni fra attori sociali e relazioni individuali personali); capitale relazionale (rapporti bilaterali/multilaterali resi possibili da un'atmosfera di facile interazione e fiducia, condivisione di modelli di comportamento e di valori); capitale umano (competenze, conoscenza, creatività, capacità imprenditoriale, ecc.); economie di agglomerazione, connettività e ricettività (vantaggi economici legati a una condizione di agglomerazione, specializzazione, prossimità e accessibilità alla conoscenza); reti di cooperazione (accordi di cooperazione, alleanze strategiche, forme di governance nella pianificazione territoriale e urbanistica); servizi privati relazionali (servizi di consulenza nel trasferimento tecnologico, nella ricerca di partner, fornitori o personale qualificato).

    Risultati e conclusioni

    Per quanto esplorativi, i risultati dell'analisi offrono informazioni utili a sostenere che:

    - Tanto le multinazionali che si connotano per una qualche forma di radicamento (sociale, istituzionale, culturale, ecc.) quanto quelle sradicate (o semplicemente ancorate) contribuiscono alla costruzione del capitale territoriale locale, attraverso la produzione di beni e risorse pubbliche, capitale fisso privato e beni tariffabili, servizi privati relazionali, capitale umano e reti di cooperazione;

    - Tuttavia, vi sono altre dimensioni del capitale territoriale che beneficiano in modo diversificato dell'apporto di queste due tipologie di imprese. I beni materiali a rivalità intermedia e il capitale relazionale, per esempio, sembrano beneficiare soprattutto della presenza di imprese radicate. Mentre le economie di agglomerazione, connettività e ricettività sono agevolate dalla presenza di imprese ancorate;

    - Il capitale sociale, infine, è accresciuto da imprese che si trovano in una condizione di radicamento di tipo territoriale, che è in genere difficile da realizzare.

    Se confermati da successive analisi, questi risultati determinano importanti ripercussioni di tipo teorico e pratico.

    Con riferimento alla spiegazione delle relazioni tra imprese e territori, si constata l'esistenza di processi diversi (ancoraggio, radicamento 'semplice' e radicamento territoriale), ciascuno caratterizzato da logiche (localizzazione e territorializzazione), percorsi evolutivi (l'ancoraggio territoriale è una condizione difficilmente reversibile) e ricadute sul territorio (forniscono apporti diversificati alla costruzione del capitale territoriale locale), che sono specifiche e peculiari.

    Con riferimento alle politiche di sviluppo locale e regionale, i risultati ottenuti portano a ritenere che non sempre le imprese radicate siano migliori o più desiderabili di quelle ancorate: la valutazione dipende da caso a caso e, soprattutto, dal tipo di apporto che ci si aspetta esse generino sul territorio. In più, l'analisi dei casi torinesi suggerisce la necessità di ripensare le misure attualmente implementate per attrarre e mantenere sul territorio i flussi di investimenti diretti esteri. In particolare, è possibile riportare gli obiettivi dell'ancoraggio e del radicamento entro due distinti, anche se intrinsecamente interrelati, ambiti di politiche e, quindi, prevedere soggetti e/o competenze distinte, demandate alla loro implementazione. Per esempio, si potrebbe demandare l'ancoraggio alle agenzie di attrazione degli investimenti (da perseguire attraverso iniziative di aftercare e consolidamento degli investimenti realizzati), mentre le attività di radicamento potrebbero ricadere tra le funzioni delle agenzie di sviluppo locale e regionale). È questo, d'altro canto, un risultato che è in linea con un più generale processo di riorganizzazione delle funzioni di internazionalizzazione e sviluppo (trasferimento di competenze tra enti e livelli di governo del territorio, finalizzato a razionalizzare e ridurre le spese dell'azione pubblica), che ha di recente interessato molte nazioni e regioni europee (Rota e Salone, 2011).

     

    Riferimenti bibliografici

    Camagni R. (2008), Regional Competitiveness: Towards a Theory of Territorial Capital, in R. Capello, R. Camagni, P. Chizzolini, R. Frasati (eds), Modelling Regional Scenarios for the Enlarged Europe: European Competitiveness and Global Strategies, Springer-Verlag, Berlin, pp. 33-47.

    Dicken P., Malmberg A. (2001), Firms in Territories: A Relational Perspective, Economic Geography, Vol. 77, No. 4, pp. 345-363.

    Grabher G. (ed) (1993), The Embedded Firm. On the Socioeconomics of Industrial Networks, Routledge, London.

    Rota F.S., Salone C. (2011), Aims, Functions and Structures of European Investment Promotion Agencies. A Comparative Analysis, in Bellini N., Danson M., Halkier H. (eds.) Regional Development Agencies: The Next Generation? Networking, Knowledge and Regional Policies, Routledge.

    Il testo completo dell'articolo è consultabile tra i materiali della XXXII Conferenza AISRe


    Copyright © 2018 Politiche Piemonte. Tutti i diritti riservati.