Come va la scuola. Note da una ricerca

    Di Questo indirizzo email è protetto dagli spambots. È necessario abilitare JavaScript per vederlo. - Dipartimento di Culture, Politica e Società

    Introduzione(1)

    Per i figli della classe operaia degli anni 2000 l'istruzione superiore è ormai "a portata di mano" (Ballarino et al., 2009; Checchi et al, 2006). Andare oltre l'obbligo significa tanto ma non tutto: i licei sono ancora appannaggio delle classi medie e gli istituti tecnici e professionali sono in prevalenza frequentati dai figli della classe operaia (Barone et al, 2010)(2). Si tratta allora di capire a quali condizioni oggettive e soggettive i figli della classe operaia possano espugnare i percorsi liceali e che cosa significhi rimanerne fuori.

     La ricerca di cui si parla in queste pagine ha cercato di dare risposta a questi interrogativi:

    - intervistando studenti e genitori sulle condizioni della scelta della scuola superiore, invitandoli a fare un bilancio a metà strada e a spingere lo sguardo verso gli anni futuri;

    - calando l'analisi in un contesto locale specifico (la Torino della crisi di fine decennio) che lancia forti segnali di allarme anche verso la scuola.

    Nella Torino post-fordista, che subisce più che progettare una transizione difficile e irrisolta a una società della conoscenza (Scamuzzi, 2005), le soluzioni del puzzle (quale filiera scegliere non sapendo prima cosa è meglio scegliere per entrare su un mercato del lavoro che sta cambiando) sembrano essere due, almeno per le famiglie operaie: andare al liceo, superando il tradizionale modello dell'avversione al rischio, mantenere la rotta verso il mestiere e dunque orientarsi verso gli istituti professionali, sacrificando a queste due opzioni gli istituti tecnici(3).

    Quanto diversi sono, allora, gli adolescenti che scelgono il primo da quelli che optano per il secondo percorso? E quanto scegliere il liceo garantisce il superamento delle disuguaglianze educative? Qui di seguito richiamiamo, in forma estremamente sintetica, alcuni risultati della ricerca che ci sembra gettino una qualche luce, su questa complessa materia.

    1. Successo scolastico, rendimento e mandati intergenerazionali nella scelta scolastica

    La famiglia di origine continua ad essere il luogo in cui si creano opportunità, e anche preferenze sulla base delle quali avvengono le scelte scolastiche. Tali scelte differenziano visibilmente, anche a parità di anni di studio previsti, le classi sociali sulla base della opzione per distinte filiere: Licei, istituti tecnici (IT) istituti professionali (IP, tab.1)

    Tab. 1 Scelta della scuola superiore secondo la classe sociale di origine(4)

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    Fonte: Nostra Survey su 1127 famiglie di classe operaia e classe media a Torino

     

    Le analisi di Cavaletto e Torrioni hanno mostrato che la classe sociale della famiglia conta, e molto, non solo nella scelta, ma anche successivamente: gli adolescenti di classe operaia vanno meno bene a scuola fin dalle medie e registrano più bocciature nel corso della loro carriera scolastica dei compagni socialmente più avvantaggiati (il 30% dei figli di classe operaia blu conta almeno una bocciatura nel corso della carriera scolastica contro il 13.5% della classe media e il 25% di classe operaia white). Il meccanismo di questa influenza prolungata nel tempo è quello del livello di istruzione (che notoriamente si associa alla classe sociale) dei genitori; l'istruzione (soprattutto quando a essere istruita è la madre) fornisce risorse culturali e linguistiche, reti di capitale sociale e anche motivazioni alla riuscita scolastica. La riuscita (o rendimento scolastico) a sua volta condiziona fortemente la scelta dei percorsi: una buona o ottima riuscita è condizione necessaria per andare al liceo. Ma senza il supporto dato da famiglie istruite anche un alto rendimento può rivelarsi insufficiente per fare quello che ancora oggi in Italia è un requisito relativamente sicuro di mobilità sociale(5).

    Nel sistema italiano, caratterizzato da una scarsa permeabilità tra le filiere, la scelta della scuola superiore è difficilmente reversibile. Per questo va attentamente presidiata: a farlo sono più le famiglie di classe media, tuttavia le famiglie operaie, specie quella della frazione "white", sono tutt'altro che assenti dalla scena, sia al momento della scelta, sia successivamente. Quasi il 30 % delle famiglie di classe operaia "white" interviene direttamente nella scelta della scuola superiore dei figli (contro il 34% delle famiglie di classe media). Se a "guardarsi attorno" sono soprattutto le famiglie di classe media, il divario con la classe operaia non pare troppo ampio.

    Altro indicatore di attenzione alla scuola viene dal registrare che poco meno del 25% delle famiglie di classe operaia più qualificata hanno deciso per una scuola fuori zona, anche se, nel loro quartiere, esistevano istituti dell'indirizzo di studi (filiera) prescelti.

    Emerge dunque un bisogno di coinvolgimento e di controllo della scuola, all'entrata che si prolunga nel corso degli anni successivi, seppure in forme diverse.

    Le analisi dei discorsi di figli e genitori e delle loro configurazioni lessicali e linguistiche (Bonica, Migliore, Olagnero, Sormano) mostrano che, ora che il métier d'élève ha cessato di essere prerogativa delle classi agiate, la sua estensione alla classe operaia condiziona la vita familiare e domestica e mette sotto pressione le energie dei genitori specie quando i figli sono al liceo. Il sostegno ai figli che studiano si sviluppa, in questo caso, su tempi lunghi, quasi senza scadenze, per consentire loro di esplorare tutte le possibilità legate al métier d'élève. Tale modello si traduce in un auto-addossamento totale e senza condizioni, dell'onere della scelta e del mantenimento della rotta, a preservare, nella sola sfera possibile di controllo, quella della vita quotidiana, l'agio e la tranquillità dovuti a chi, primo nella storia di generazioni, va a un liceo e mette in programma l'Università.

    I genitori di ragazzi che non sono andati al liceo, non mostrano, nei loro discorsi, la determinazione verso l'obiettivo che si è vista nel caso precedente. Essi non provano a contrastare direttamente l'incertezza che abita le vite dei figli, incertezza, che del resto più o meno segretamente condividono, ma provano a ridurne le troppe oscillazioni, e si fanno garanti di un sostegno che riguarderà più il mestiere di vivere (le cui trappole conoscono benissimo), che il mestiere di studiare.

    Nei racconti degli adolescenti analizzati da Viviana Sappa il vissuto di disorientamento dei figli di classe operaia con esperienze di bocciatura, mostra chiaramente l'instabilità, la debolezza e la volubilità di interessi canalizzati da una scelta troppo precoce, poco informata, idiosincratica, effettuata senza un adeguato supporto sociale o istituzionale di accompagnamento a questo passo.

    Conclusioni

    Si conferma, per Torino, quanto già emerso da indagini nazionali: le traiettorie della classe operaia appaiono costantemente più critiche di quelle della classe media (per la scelta della scuola, per gli insuccessi scolastici, per i difficili rapporti con gli insegnanti). Ma tale separazione di destini avviene in contesti di forte e diffusa mobilitazione familiare, a cercare la scuola migliore, si incornicia dentro un tentativo di monitoraggio familiare, più o meno realistico, della situazione del mercato del lavoro, che prova a compensare le fughe in avanti, le oscillazioni disordinate, gli arretramenti disillusi dei figli.

    Indagati più a fondo, i profili delle carriere scolastiche sia di alto che di basso profilo e i rispettivi bilanci di successo/fallimento, si rivelano comunque tutti assai sfumati, e soprattutto, mai del tutto pacificati.

    Questa è una scuola, infatti, che, anche per la sua complicata configurazione di istituzione che fornisce conoscenze, che forma alla cittadinanza e all'età adulta e prepara al mercato del lavoro, mette alla prova la capacità di tenuta di genitori e figli rispetto alle scelte pregresse e la stabilità delle aspettative verso il futuro; essa inoltre sfida non solo la progettualità, ma anche le capacità relazionali e l'autostima specie delle famiglie operaie, i cui rapporti con gli insegnanti, spesso oscillano tra conflitto, deferenza, soggezione (cfr. i saggi di Bonica e Sormano nel volume).

    Che si tratti di liceali che devono portare a casa gli otto e i nove, o di studenti che vagano nel limbo di insufficienze e bocciature, la scuola occupa un posto centrale nelle preoccupazioni e occupazioni quotidiane di tutte le famiglie intervistate.

    Per i compiti cui la scuola è chiamata sui diversi fronti sembra esserci ancora "troppo poco" di tutto: ci sarebbe bisogno di più profonde basi di legittimazione e fiducia presso la popolazione, di più robusti investimenti in qualità scolastica, di più simmetriche interazioni tra famiglie e istituzioni: la posta in gioco è troppo alta per lasciare l'ultima parola al voto sul registro.

     

    Riferimenti bibliografici essenziali

    Ballarino G., Bernardi F., Raquena M., Schadee H., 2009, Persistent Inequalities? Expansion of Education and Class Inequality in Italy and Spain, in "European Sociological Review", n. 1, pp. 123-138.

    Barone C., Luijkx R., Schizzerotto A., 2010, Elogio dei grandi numeri. Il lento declino delle diseguaglianze delle opportunità in Italia, in "Polis", n. 1, pp. 5-34.

    Checchi D., Fiorio C.V., Leonardi M. , 2006, Sessant'anni di istruzione in Italia, in "Rivista di Politica Economica", luglio-agosto.

    Scamuzzi S., 2005, Elite e reti in una città in trasformazione. Il caso di Torino, Milano, Angeli. 

     


    Nota 1: In questa scheda si dà conto di alcuni risultati di una ricerca pubblicata nel volume intitolato "Come va la scuola?. Genitori e figli di fronte a scelte e carriere scolastiche". Il volume, curato da Laura Bonica e dalla sottoscritta, raccoglieva i risultati di una ricerca condotta nel 2008-2009, con metodi quantitativi e qualitativi, da sociologi (Cavaletto, Migliore, Olagnero, Sormano, Torrioni) e psicologi (Bonica e Sappa). La ricerca ha raggiunto, con un questionario CATI (Computer Assisted Interview) e poi con interviste discorsive, 1127 famiglie torinesi di classe operaia di ceto medio, con almeno un figlio di età compresa tra 15 e 18 anni. Di queste 53 si sono rese disponibili a un'intervista discorsiva (rivolta sia ai genitori che ai figli), per un totale di 113 casi analizzati. Nel testo sono di volta in volta citati gli autori dei capitoli da cui sono tratti spunti di riflessione e di analisi.

    Nota 2: Nella nostra analisi si sono distinti, sulla base del livello di qualificazione e autonomia del lavoro, e del grado di scolarità due diversi gruppi all'interno della classe operaia: un gruppo definito white (impiegati esecutivi) e un gruppo definito blu (operai generici e specializzati). La separazione tra classe operaia e classe media è risultata molto netta in riferimento alla classe operaia blu.

    Nota 3: Nel decennio, secondo i dati dell'Osservatorio scolastico della Regione Piemonte si rileva nella città di Torino la tendenza ad una forte crescita degli studenti liceali (classico o scientifico), un incremento, ma più contenuto, degli istituti professionali e al contempo un importante calo degli istituti tecnici.

    Nota 4: Sulla definizione di blu e white, applicata alla classe operaia vedi nota 2.

    Nota5: La probabilità che un figlio di famiglia di classe media con entrambi i genitori con alta scolarità, uscito dalla terza media con distinto e con una carriera scolastica regolare, scelga il Liceo rispetto all'IP è pari al 94% ma se tutte le caratteristiche rimangono uguali e cambia solo la classe sociale (da media a operaia blue collar) la probabilità scende all'86%. Se, oltre alla classe sociale, cambia anche il voto (da distinto a buono) le probabilità di scegliere il Liceo rispetto all'IP si riducono al 58% mentre per i figli di classe media usciti con buono rimangono alte, pari al 78%.

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