13° Rapporto Rota su Torino: capoluogo in crisi o smart city?

    A cura diQuesto indirizzo email è protetto dagli spambots. È necessario abilitare JavaScript per vederlo., Centro Einaudi, Rapporto Giorgio Rota.

    Introduzione

    E' stato di recente pubblicata l'edizione 2012 del Rapporto Giorgio Rota, da sempre sostenuto dalla Compagnia di San Paolo, curato da Luca Davico e Luca Staricco e realizzato quest'anno dal Centro di ricerca e documentazione Luigi Einaudi(1). Il Rapporto – oltre ad un'ampia e inedita banca dati e a una bibliografia socioeconomica su Torino e le città metropolitane – è scaricabile dal sito www.eauvive.it.

     

    Da alcuni anni, necessariamente, il Rapporto dedica ampio spazio all'analisi degli effetti economici e sociali prodotti dalla crisi globale sul tessuto locale. Anche in questa edizione trovano spazio riflessioni e dati per capire come, tra alti e bassi, il sistema torinese stia cercando di reagire alla crisi, anche grazie a politiche e progetti innovativi.

     

    Ancora la crisi

    Nell'ultimo anno segnali positivi e negativi si sono alternati, a livello sia globale sia nazionale sia locale. Nell'area torinese le attività produttive hanno ripreso ritmi simili a quelli pre-crisi, benché di recente con nuovi segnali preoccupanti. Il numero di imprese locali è cresciuto nel 2011, sebbene negli ultimi mesi a passo più lento. Le esportazioni sono in costante risalita da tre anni a questa parte, ma tuttora non hanno recuperato appieno rispetto al tracollo registrato fra 2008 e 2009.

    Cassa integrazione e disoccupazione si ridimensionano un po', ma Torino mantiene livelli molto elevati, ai massimi fra le metropoli centro-settentrionali, talvolta (ad esempio per la disoccupazione giovanile) a livello di metropoli del Mezzogiorno.

    Segnali di ripresa – aumento dei risparmi depositati in banca (ma potrebbe anche essere un segnale di apprensione per il futuro) o delle compravendite immobiliari – si alternano ad altri di evidente sofferenza sociale: crescono gli sfratti, i pignoramenti, i protesti, le famiglie assistite dai servizi pubblici e dal terzo settore; le criticità sociali stanno intensificandosi soprattutto nei quartieri periferici, sia settentrionali (Vallette, Regio Parco) sia meridionali (Mirafiori nord), indice di una crescente segmentazione fra aree diverse della città.

    Insomma, non sembra purtroppo vicino il momento in cui la fase più buia della crisi potrà dirsi definitivamente alle spalle. Né, per ora, è chiaro se l'uscita dalla crisi potrà avvenire nelle forme di un (più o meno adattivo) ritorno alle condizioni precedenti il 2008, o – come molti ritengono – attraverso una sorta di svolta epocale, con drastiche trasformazioni dei sistemi economici, politici e sociali.

     

    Verso la Green Economy

    Le previsioni di molti analisti concordano nel ritenere verosimile la seconda prospettiva. In particolare, tanti si attendono un consistente ridimensionamento di alcuni settori dominanti nei decenni scorsi (quali la finanza), una drastica ulteriore deindustrializzazione dell'Occidente – pur mantenendo «presìdi» di qualità e ad alta conoscenza e creatività – e l'emergere di nuovi comparti, quali la green economy.

    Per quest'ultima, non pochi si spingono a preconizzare un futuro prossimo radioso, analogo a quello che si prospettava per l'informatica trenta o quarant'anni fa, quando il comparto dava i primi segnali di quello che si sarebbe poi rivelato uno straordinario ciclo espansivo di portata planetaria.

    La cosiddetta green economy – più che un settore, risulta un insieme composito ed eterogeneo di attività produttive appartenenti sia all'ambito manifatturiero sia a quello terziario – sta effettivamente dando importanti (e spesso recenti) riscontri rispetto a quello che potrebbe davvero rivelarsi l'avvio di un boom.

    Nel caso di Torino, i dati sulle continue chiusure di imprese industriali – e su una terziarizzazione ancora in crescita, specie nel turismo e nei servizi alla persona – pongono in modo ancor più drastico la necessità di affrontare con sano realismo la (sempre più probabile) definitiva perdita della vocazione ultracentenaria a produrre autoveicoli. Mentre infatti altri comparti produttivi, anche industriali, stanno lentamente tornando ai livelli pre-crisi, l'automotive – Fiat in testa – continua a dare segnali da un lato di perduranti criticità, dall'altro di progressivo disimpegno da Torino (e dunque dall'Italia).

    A maggior ragione, quindi, questo territorio non può permettersi di sprecare nessuna opportunità di ripresa e di sviluppo, tanto meno in quegli ambiti, come la green economy, che paiono oggi più promettenti per provare a lasciare la crisi alle spalle.

    Come sta Torino?

    Nel capoluogo piemontese si registrano in campo ambientale segnali positivi, ad esempio discreti livelli di efficienza energetica e, soprattutto, di sviluppo delle fonti rinnovabili: quella torinese è l'unica provincia metropolitana il cui contributo alla produzione nazionale da fonti rinnovabili corrisponde alla sua taglia demografica (fig.1).

    Al tempo stesso, e tanto più a livello internazionale, la situazione torinese risulta in chiaroscuro.

    La città ha, ad esempio, un discreto posizionamento in Europa per diffusione del teleriscaldamento (fig.2), per livelli di raccolta differenziata o per presenza di aree verdi. Contemporaneamente ha evidenti punti di debolezza: la pessima qualità dell'aria (fig.3), l'intenso traffico e la debole capacità di creare business nel campo della green economy.

     

    Figura 1 - Contributo alla produzione da fonti rinnovabili e peso demografico delle province metropolitane - 2010

    Potenza prodotta; incidenza % sul totale delle province italiane

    05_Davico-Fig-1

    Fonte: Elaborazioni su dati GSE

     

    Figura 2 - Copertura del teleriscaldamento nelle metropoli italiane ed europee - 2008

    Abitanti potenzialmente serviti ogni 1.000 residenti

    05_Davico-Fig-2

    Fonti: Istat, Ecosistema urbano, Urban Ecosystem Europe

     

     

    Figura 3 - Livelli di inquinamento atmosferico nelle maggiori metropoli - 2008

    Metropoli oltre i 400.000 abitanti; punteggio sintetico ponderato delle concentrazioni di PM10, biossido di azoto e ozono

    05_Davico-Fig-3

    Fonte: Istat, 2010

     

    Una città green e smart?

    Quello della creazione di autentiche opportunità di business in campo ambientale – a favore di nuove imprese «verdi» e della crescita di quelle esistenti – risulta oggi probabilmente una delle maggiori debolezze strutturali dell'area torinese.

    Nel campo della green economy, il capoluogo piemontese non brilla nemmeno a livello nazionale, con livelli relativamente bassi di imprese operanti nel ciclo idrico, nei settori energetici, dei rifiuti, del verde pubblico (fig.4).

    In questo caso, guardando alle graduatorie sintetiche sullo sviluppo del comparto, Torino risulta decisamente lontana dai primi posti, dalle aree trainanti della green economy nazionale: innanzitutto le province del Nord-Est, quelle lombarde, ma anche numerose aree meridionali (fig.5).

    Non bisogna poi dimenticare che, dall'ecobusiness alle tecnologie «smart», l'Italia nel suo sconta condizioni di notevole arretratezza; non solo rispetto ai Paesi emergenti (come Cina, India, Brasile), agli Stati Uniti, al Giappone, ma anche per confronto con quasi tutte le maggiori nazioni europee. In Italia risultano molto spesso in grave deficit gli investimenti, le iniziative, la stessa diffusione delle competenze e delle capacità necessarie a sintonizzarsi sull'onda montante della green economy.

     

    Figura 4 - Diffusione di imprese della Green economy nelle province metropolitane

    Numero di imprese ogni 10.000 attive in provincia

    05_Davico-Fig-4

    Fonte: elaborazioni su dati su dati Ufficio Studi Cciaa Torino

     

    Figura 5 - La geografia della green economy italiana

    Imprese con almeno un dipendente dell'industria o dei servizi che tra il 2008 e il 2011 hanno investito (o programmato di investire) in prodotti e tecnologie a minor impatto ambientale e/o a basso consumo energetico; percentuali sul totale provinciale

    05_Davico-Fig-5

    Fonte: Centro studi Unioncamere

     

    Efficienza, innovazione, integrazione

    In un orizzonte quale l'attuale, caratterizzato da rapida e continua evoluzione scientifica e tecnologica, è importante scegliere soluzioni e processi innovativi finalizzati a rendere più competitivo il tessuto locale.

    In Italia – e l'area torinese non fa eccezione – i tempi di realizzazione degli interventi sono però spesso talmente lenti da rendere le cosiddette innovazioni relativamente obsolete, al momento della loro concreta applicazione.

    A Torino, ad esempio, vengono considerati come fiori all'occhiello della città la raccolta differenziata, il teleriscaldamento, i sistemi di monitoraggio telematico del traffico. Senza nulla togliere a tali importanti progetti, è bene ricordare che questi spesso adottano tecnologie e/o modalità organizzative vecchie ormai di 30-40 anni, quindi relativamente obsolete, tanto più se si punta a competere con le città più dinamiche e smart.

    Un altro problema evidente – a livello sia nazionale sia locale – è poi la scarsa capacità di fare sistema tra gruppi e soggetti, creando ad esempio filiere e società multiservizi che sappiano integrare efficientemente tanto segmenti produttivi tra loro complementari (quali il ciclo dei rifiuti, la gestione del verde, la produzione energetica) quanto ad esempio diverse forme di mobilità: mezzi di trasporto pubblici, biciclette, treni, auto in affitto, veicoli a basso impatto, eccetera.

    Non si tratta di evocare la trita retorica del «fare rete», né di puntare ad alcune – isolate – «eccellenze», bensì di immaginare un sistema locale in grado di integrare davvero soggetti privati e pubblici, produttori di beni e servizi, gestori delle reti; tutti dotati di buoni livelli di efficienza.

    Puntare in questa direzione può risultare particolarmente difficile oggi, in una fase in cui tutti – imprese, enti locali, cittadini – hanno minori disponibilità di risorse da spendere. D'altro canto, si tratta pur sempre di una delle poche carte da giocare, per tentare di uscire dalla crisi a testa alta. Pensare, invece, che gli investimenti in efficienza, in innovazione, in produzioni a basso impatto siano rimandabili a periodi più propizi, a quando saremo usciti dalla crisi, sperando in una ripresa dei settori tradizionali presenti sul territorio, potrebbe rivelarsi una strategia tragicamente miope.

     

     

    Nota (1) Il gruppo di ricerca del Rapporto (di cui fanno parte anche Silvia Crivello, Luisa Debernardi e Sara Mela) da un biennio lavora in stretta e proficua collaborazione con il Dipartimento interateneo Dist, con i centri Eupolis e Torino Nordovest – nell'ambito della rete 4t Think Tank Torino Territori – e con l'Ires Piemonte, con il quale ha creato nel 2010 un osservatorio sulla crisi.
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