La metamorfosi dei piccoli. Un’indagine sulle piccole imprese industriali in provincia di Torino

    a cura di Salvatore Cominu e Giovanna Spolti - Torino Nord Ovest

    Introduzione

    L'indagine realizzata da Torino Nord-Ovest nell'autunno 2012 su un campione di 300 piccole imprese manifatturiere della provincia torinese, di dimensioni comprese tra i 5 e i 50 addetti (con l'esclusione quindi delle aziende meno strutturate), si proponeva l'obiettivo di analizzare la reazione degli imprenditori alla crisi apertasi nel 2008.

     

    E' superfluo richiamare le profonde difficoltà in cui versano le piccole industrie; il comparto manifatturiero, tra il 2007 e il 2011, ha perso in Italia 650.000 occupati, nel torinese solo 20.000, ma solo in virtù di un ricorso alla CIG senza eguali nel paese. Crisi, tuttavia, non è solo distruzione di capitale e di lavoro, ma anche cambiamento. Come hanno reagito le piccole imprese alla crisi? Quali strategie hanno messo in campo?

    I risultati dell'indagine, che vanno acquisiti con prudente sobrietà, se da una parte confermano le gravi difficoltà di questa popolazione imprenditoriale, dall'altra suggeriscono che il mondo delle piccole imprese non è inerte o in passiva attesa di "soluzioni dall'alto". Questi esiti sono da inquadrare nelle trasformazioni di lungo periodo del sistema manifatturiero, oltre la contrapposizione che da venti anni oppone declinisti e difensori del modello italiano, che nelle valutazioni sull'elevata incidenza di PMI ha il vero punto di contesa. Oggi si tratta di capire a quali condizioni e lungo quali direttrici si possa favorire il riposizionamento delle componenti vive di questo tessuto, nella prospettiva "paradossale" di una reindustrializzazione su basi completamente rinnovate del futuro panorama economico italiano. Hic Rhodus, hic salta. Anche a Torino, sotto la pelle del fordismo ha sempre operato un vasto sistema di piccole imprese, incapace però di imporre il proprio "regime di verità" nella ritirata della grande industria. Non è questione di numeri, ma di egemonia; i "piccoli", qui, sono sempre stati subalterni. Favorirne la riqualificazione potrebbe contribuire anche a riequilibrare alcune asimmetrie politiche, con vantaggi probabilmente collettivi.

     

    La ricerca

    Rinviando alla lettura del rapporto integrale il dettaglio dei risultati dell'indagine , proponiamo qui alcuni highlights su cui ci sembra utile focalizzare lo sguardo.

    Il primo attiene ai cambiamenti del mercato; pure restando in maggioranza popolo di subfornitori (il 73,7% delle imprese esaminate rifornisce altre imprese), una quota rilevante produce oggi con un proprio marchio (37,8%). Oltre metà delle imprese esaminate non esporta e per poco più di un quarto, inoltre, la quota export supera il 25% del fatturato. Tra il 2008 e il 2012, tuttavia, i ricavi derivanti da attività estere sono rimasti stabili, quelli nazionali e locali in forte calo. Ciò incentiva a forzare l'orizzonte commerciale. La maggioranza, infine, denuncia un peggioramento delle relazioni di filiera (con forti pressioni sui prezzi e la percezione di una complessiva svalorizzazione delle loro competenze), ma una parte oggi coopera più di ieri con i clienti, anche nella progettazione dei prodotti.

    L'approfondimento dedicato alla forza-lavoro fa emergere una chiara connotazione manufacturing: in media il rapporto operai-colletti bianchi è 2,7 a 1. In molti casi però l'incidenza del personale non direttamente in produzione è più elevata; sono anche le imprese più performanti.

    Tra il 2008 e oggi, una quota elevata (49%) ha dichiarato di avere rinnovato i prodotti, sviluppando nuove proposte o rinnovando quelle consolidate, mentre per il 61,6% ci sono stati cambiamenti tecnologici. Pure in assenza di informazioni più dettagliate sulla natura degli investimenti, è emersa inoltre una quota significativa di imprese che ha investito in ricerca e sviluppo (28,1%), in design e progettazione (22,4%), in comunicazione (28,1%) e marketing (22,1%).

    L'impatto della crisi sui bilanci è stato rilevante. Solo il 9,7% ritiene di non averne subito gli effetti, mentre il 49,2% ne ha risentito in modo significativo. Particolarmente critici, nel medio periodo, sono risultati i ricavi delle vendite e gli utili, in calo, rispettivamente, per il 67,4% e 68,7%. E' da rimarcare che il 40% ha ridotto il personale. Le analisi eseguite evidenziano che a reggere meglio, pure nel quadro di performance negative, sono state le imprese che hanno investito in innovazione di prodotto e in servizi knowledge, che hanno una maggiore proiezione extra-locale, una superiore presenza di "colletti bianchi" nell'organigramma. L'analisi delle iniziative adottate per fronteggiare la crisi propone due cluster:

    o il primo, maggioritario (62%) è caratterizzato dal prevalere di forme di adattamento basate principalmente sulla riduzione dei costi,

    o il secondo (38%) esprime logiche più orientate al cambiamento, nell'area prodotto e nell'attività commerciale.

    Analisi più approfondite hanno evidenziato che tra i fattori che determinano le performance economiche non compaiono solo la struttura dimensionale e il grado di internazionalizzazione delle imprese; il predittore più significativo, anzi, è legato agli investimenti in innovazione. Due fattori esplicativi importanti, inoltre, sono la quota di colletti bianchi sul totale degli occupati e la qualità delle relazioni con i clienti, che premia le aziende che hanno con i clienti rapporti collaborativi e superiori livelli d'integrazione. In altre parole, risponde meglio alla crisi chi sviluppa e capitalizza economie di rete e di apprendimento.

     

    I risultati

    Riepilogando, l'indagine propone quattro argomenti prioritari.

    Il primo, scontato, è la struttura dimensionale, predittore affidabile della performance delle imprese. Giova qui richiamare i confini del campione (5-49 addetti), per ricordare che dall'indagine è stata intenzionalmente esclusa la maggioranza degli operatori. E' sempre utile tenere sullo sfondo la differenza tra piccola impresa e lavoratori autonomi, nel commentare ad esempio i dati sulla demografia aziendale o nella formazione delle policy.

    Altrettanto scontato il secondo tema, la proiezione sui mercati esterni. Chi ha un mercato orientato all'export ha maggiori probabilità di realizzare performance positive. E' auspicabile tuttavia che tale tematica non diventi il solo approdo di politica industriale. A certi livelli, pochi possono permettersi una presenza strutturata sui mercati internazionali.

    Il terzo tema è la qualità delle relazioni inter-impresa. Da una parte, le imprese inserite all'interno di giochi cooperativi con i committenti/clienti realizzano migliori performance; dall'altra, la maggioranza segnala un imbarbarimento del mercato e percepisce una svalorizzazione delle competenze. E' un tema cruciale, non meno importante dell'accesso ai mercati internazionali.

    Quarto aspetto, la correlazione esistente tra pratiche innovative e performance. Stabilita l'associazione non si può linearmente però farne discendere ricette indifferenziate. Per rinnovare il prodotto, anzitutto, occorre sapere in che direzione operare. Le piccole imprese impegnate a riposizionarsi in produzioni qualitativamente più elevate, devono incorporare stabilmente nei loro asset skill "terziari" finora relativamente trascurati: progettisti/designer, comunicatori, analisti, esperti di ingegnerizzazione dei processi, e via di seguito. La ricerca ci dice che le imprese in questo senso non sono state ferme. Favorire l'incontro tra le qualità produttive consolidate delle piccole imprese industriali e i servizi innovativi è probabilmente la strada per realizzare la transizione verso quell'artigianato digitale che promette di mantenere il nostro apparato industriale di qualità sul territorio.

    I cambiamenti descritti, infine, non sono da enfatizzare; riguardano una robusta minoranza, non certo tutte le imprese. Non ci pare il caso di dimenticarsi dei più, che resistono senza innovare. Le piccole imprese industriali hanno bisogno di più qualità e innovazione a monte (più conoscenza, più manodopera abile e istruita, più design e progettazione, più valore immateriale che integri i contenuti tangibili della produzione) e a valle (reti di mercato più lunghe, accesso a mercati non locali, assistenza post vendita, ecc.) della produzione diretta. Stabilito ciò, è impensabile descrivere un futuro di sole aziende internazionalizzate e digitalizzate. Oggi, anche nella definizione delle politiche, crediamo che occorra abbandonare la ratio del premiare i "più meritevoli", a favore di un approccio che favorisca l'estensione e la diffusione dei processi innovativi, coerentemente alle competenze reali delle imprese – da forzare, ma partendo dalle basi che sono in grado di esprimere.

     

    Figura 1. Evoluzione dei rapporti cliente-fornitore nelle filiere: tre tendenze

    Cominu_2013_Fig1

     

    Tavola 1. Azioni esplicitamente intraprese in risposta alla situazione di crisi (%)

     Cominu_2013_Tav1

     

    Per approfondimenti

    Consulta l'intero rapporto al link http://www.torinonordovest.it/wp-content/uploads/2013/03/PicoleImpreseCrisi_RapportoRicerca_maggio2013.pdf

     

     

     

    Nota(1) E' da considerare inoltre che i dati sull'occupazione ricavati in base alle rilevazioni sulle forze di lavoro, corrispondono a stime. La fonte rappresentata dall'Archivio Statistico delle Imprese Attive dell'Istat (ASIA), disponibile limitatamente al 2010, evidenzia nel periodo 2008-2010 un calo occupazionale più consistente di circa 36.000 unità (13,4%)

    Nota(2) http://www.torinonordovest.it/wp-content/uploads/2013/03/PicoleImpreseCrisi_RapportoRicerca_maggio2013.pdf

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