L’innovazione sociale in Italia: ragioni di successo, motivi di prudenza

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    La diffusione del concetto di innovazione sociale

    Quattro anni fa, quando l'IRES Piemonte e la Fondazione CRC iniziarono i lavori che avrebbero portato alla pubblicazione del primo Rapporto sull'innovazione sociale in provincia di Cuneo (Fondazione Cassa di Risparmio di Cuneo, 2011), il tema dell'innovazione sociale, che nei Paesi anglosassoni godeva già di una certa attenzione e di sperimentazioni promettenti, in Italia era seguito solo da cerchie ristrette di operatori e studiosi del welfare.

    Nei mesi e negli anni successivi, invece, il tema dell'innovazione sociale ha visto una crescita esponenziale di interesse. Sì è iniziato a parlarne nei titoli e negli interventi dei convegni e in iniziative pubbliche di comunicazione. Ha conquistato l'attenzione di studiosi italiani che lo hanno reso familiare tra gli operatori di settore. È stato oggetto di iniziative formative. Ha assunto rilevanza nei documenti di grandi organizzazioni di terzo settore. È stato posto al centro di "competizioni" che premiano le migliori idee. È diventato il marchio di organizzazioni e movimenti che si fanno assertori di modelli innovativi.

    Ciò in linea di coerenza con la recente crescente rilevanza che il concetto è andato assumendo nelle strategie e nelle politiche pubbliche di tutti i paesi e tutti i livelli istituzionali, ivi incluse quelle promosse dall'Unione Europea. Quali le ragioni di un tale e così rapido successo? I motivi sono molteplici e riguardano molti attori in gioco.

    Il primo trae alimento dalle tensioni sulle capacità di spesa delle amministrazioni locali. In una situazione di bisogni crescenti e risorse calanti, l'innovazione sociale diventa, in varie declinazioni, una possibile linea di risposta per: offrire servizi a costi minori; coinvolgere soggetti privati nella produzione e finanziamento di servizi prima sostenuti integralmente dall'ente pubblico; riattivare risorse umane e finanziarie disponibili nella società per aiutarle a prendersi carico direttamente di una parte dei problemi; e così via.

    Più in generale, a fronte della persistente situazione di crisi economica, l'opzione di dare spazio e sostegno a "buone idee innovative" è stata considerata una strada promettente anche per cercare di promuovere un rilancio imprenditoriale del Paese, soprattutto nelle aree di maggiore arretratezza economica in cui, peraltro, si registra maggiore disponibilità di risorse comunitarie da destinare a politiche di sviluppo.

    Sempre sul fronte delle politiche pubbliche, il tema dell'innovazione è venuto a configurare anche una possibile linea di risposta a questioni "sensibili" come la disoccupazione giovanile e la fuga dei cervelli. In questo caso si è assistito quasi ad una sovrapposizione di politiche e riflessioni su innovazione sociale e politiche giovanili mediata dal riferimento comune al tema delle start-up (l'avvio di nuove imprese innovative): un tentativo di affrontare un grave problema sociale in modalità non assistenziali, ma anzi vedendo i destinatari come potenziali risorse da valorizzare.

    Le organizzazioni non profit, da parte loro, hanno intravisto nell'innovazione sociale una possibilità per rovesciare in opportunità un rischio, se è vero che la scarsità di risorse minaccia di appiattire il welfare pubblico su un'offerta di prestazioni individuali ben codificate rispetto ai soggetti in grave stato di bisogno (non autosufficienti e disabili), tralasciando invece gli ambiti e gli interventi mirati alla trasformazione del contesto in cui i bisogni sociali si formano (infanzia, famiglia, conciliazione, per esempio). Sempre con riferimento al terzo settore l'innovazione sociale ha intercettato anche una parte delle aspirazioni a sviluppare azioni in ambiti diversi da quelli socio-assistenziali, ma sempre rilevanti per la qualità della vita delle comunità locali – ambiente, cultura, arte, energia, trasporti, consumo. Una tendenza, questa, motivata sia da una maggior debolezza dei servizi del welfare, sia da una crescente aspirazione ad assumere un ruolo più ampio e diversificato.

    Negli stessi anni, poi, è (ri)emersa una sensibilità anche da parte del mondo delle imprese for profit per tematiche sociali. Dopo le esperienze della Corporate Social Responsibility (CSR), è confluita, da un lato, in nuove sperimentazioni di welfare aziendale, quindi in iniziative imprenditoriali volte al contempo a dar risposta a bisogni sociali e a offrire un ragionevole rendimento a risorse finanziarie private. Si tratta ancora di sondaggi i cui esiti e la cui portata saranno chiari solo nei prossimi anni. Certo, manca ancora nel nostro Paese qualcosa che assomigli al "filantrocapitalismo" d'oltreoceano, ma l'esplorazione si è avviata e merita attenzione.

     

    Molto entusiasmo ma anche alcuni rischi

    Insomma, in Italia come nel resto dei paesi più sviluppati, in questi anni l'innovazione sociale sembra il caso classico della soluzione che ha trovato il suo problema. I soggetti pubblici sono alla ricerca di soluzioni per fronteggiare la crisi, il sistema di welfare si interroga su come rispondere a bisogni crescenti con risorse calanti, il terzo settore è alla ricerca di strategie per uscire da ruoli subalterni in cui era suo malgrado caduto, mentre i soggetti di mercato sono alla ricerca di strade che diano soluzioni ai nuovi bisogni in crescita, individuando nuovi ambiti di domanda verso cui indirizzare l'attività imprenditoriale potendo contare sulle capacità potenziali di spesa dei privati e su prospettive di rendimento dei capitali meno alte ma più stabili di quelle prospettate da impieghi finanziari più convenzionali.

    Ancora, l'innovazione sociale viene rappresentata dalle istituzioni internazionali come uno dei pochi ambiti in cui è ancora ragionevole argomentare che le spese pubbliche – comunque inferiori rispetto a interventi "riparativi" – costituiscano un social investment da finanziare anche con fondi strutturali.

    Infine, le azioni di innovazione sociale sono risultate attrattive anche da un punto di vista mediatico, assicurando visibilità e ritorno di immagine ai soggetti pubblici o privati che le mettono in atto.

    Quindi, quelli passati sono stati anni di crescente "entusiasmo" per l'innovazione sociale? In generale, la risposta non può essere che positiva, anche se per un approccio equilibrato vanno richiamati anche alcuni aspetti potenzialmente problematici a cui l'entusiasmo potrebbe fare velo. Un dubbio che talvolta il dibattito non dissipa è quello di una possibile scarsa consistenza dei risultati conseguenti da pratiche innovative, rispetto alla dimensione dei problemi. Da una parte l'indeterminatezza delle definizioni, dall'altra il carattere prevalentemente "esperienziale" dei molti contributi d'analisi disponibili, non consentono una valutazione compiuta dell'impatto sociale effettivo né documentano la sopravvivenza delle sperimentazioni intraprese, almeno nel medio periodo. A ciò fa riscontro, sia da un punto di vista scientifico che delle misure di politica pubblica, un'enfasi prevalente sul momento dello start-up, generalmente inteso come il passaggio dall'intuizione / idea imprenditoriale al piano di impresa e da questo all'avvio delle attività. Poca attenzione pare invece essere dedicata alle condizioni che, nel medio periodo e una volta cessate le misure di sostegno da parte della pubblica amministrazione o dell'ente donatore, rendono possibile la continuazione dell'attività di impresa innovativa. Eppure questo è un problema fondamentale, se è vero che dei molti start-up registrati con entusiasmo in Italia "otto su dieci falliscono in tre anni" (D'Amico, 2013).

    Una carenza del dibattito recente è anche quella di far poco riferimento alle molteplici esperienze del passato che possono ricondursi al tema. Esperienze che attengono a varie politiche e diversi soggetti, ma che sono accomunate dal far ricorso anche a risorse aggiuntive rispetto a quelle normalmente impiegate dalle politiche pubbliche. Limitandoci a pochi esempi: i diversi interventi e programmi di rigenerazione urbana anglosassoni, con varie modalità di attivazione dei cittadini; le esperienze italiane similari; i tavoli Agenda 21 per la tutela ambientale; i piani di zona degli interventi sociali attivati in Italia negli ultimi quindici anni (che hanno come antecedenti i progetti giovani ex legge 285 del 1997, ma anche il dibattito sul ricorso ai quasi mercati nel sistema dei servizi sociali). Tutte pratiche largamente attuate, ma per le quali le valutazioni sono poco presenti nel dibattito e non si sono consolidate in un patrimonio condiviso di conoscenza ed esperienza. Una esigenza di maggior conoscenza e consapevolezza riguarda il pluridecennale sviluppo della cooperazione sociale: un' "innovazione sociale" italiana degli anni settanta, a cui autorevoli professionisti d'oltremanica hanno guardato al momento del lancio della Big Society nel Regno Unito.

    Infine, va considerata con molta prudenza, una visione quasi "messianica" dell'innovazione che – soprattutto sul fronte delle politiche pubbliche, e con particolare riferimento agli interventi collocati nel Mezzogiorno – tenda a trascurare le criticità presenti nel contesto, nell'ipotesi forse troppo ottimistica che sostenendo il momento d'avvio di piccole iniziative basate su "idee innovative" sia di per sé possibile costruire nuove attività durature che sappiano fronteggiare le variabili di contesto che frenano da molto tempo lo sviluppo di impresa in ampie aree del paese.

     

    Riferimenti bibliografici

    BEPA - Bureau of European Policy Advisers (2011), Empowering people, driving change. Social Innovation in the European Union

    Commissione Europea – CESE (2014), Workshop "Social Entrepreneurs: Have Your Say!", Strasburgo, 16-17 January 2014.

    Commissione Europea (2008), Agenda sociale rinnovata: Opportunità, accesso e solidarietà nell'Europa del XXI secolo

    Commissione Europea (2010), Europa 2020: Una strategia per una crescita intelligente, sostenibile e inclusiva

    Commissione Europea (2011), Iniziativa per l'imprenditoria sociale - Costruire un ecosistema per promuovere le imprese sociali al centro dell'economia e dell'innovazione sociale

    Commissione Europea (2013), Investire nel settore sociale a favore della crescita e della coesione, in particolare attuando il Fondo sociale europeo nel periodo 2014-2020

    Commissione Europea (2013), Guide to Social Innovation

    D'Amico B. (2013), Febbre da startup, si rischia la bolla"Otto su dieci falliscono in tre anni", La Stampa, 10-11-2013.

    Fondazione Cassa di Risparmio di Cuneo (2011), L'innovazione sociale in Provincia di Cuneo. Servizi, salute, istruzione, casa. I Quaderni della Fondazione Cassa di Risparmio di Cuneo, 12

    Ministero per lo Sviluppo Economico (2012), Restart, Italia! Perché dobbiamo ripartire dai giovani, dall'innovazione, dalla nuova impresa

    MIUR (2013), La Via Italiana alla Social Innovation Agenda

    Parlamento Europeo – Consiglio d'Europa (2013), European Union Programme for Employment and Social Innovation (EaSI)


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