Torino: semi di fiducia in una città polarizzata

    A cura del Questo indirizzo email è protetto dagli spambots. È necessario abilitare JavaScript per vederlo. del Rapporto Giorgio Rota

     

    Il Rapporto Giorgio Rota, giunto alla sua quindicesima edizione, fotografa quest'anno l'evolvere della crisi, gli effetti sul sistema d'impresa, i nuovi progetti di trasformazione urbana, i livelli di tenuta del tessuto sociale. Un primo dato che emerge dal Rapporto di quest'anno è che a livello mondiale vi sono confortanti segnali di uscita dalla lunga crisi, a quasi sei anni dalla sua esplosione: la crisi del 2008 è stata riassorbita – con il Pil che cresce a ritmi pre-crisi, soprattutto nei Paesi emergenti.

    La crescita è tornata anche negli Stati Uniti, la maggiore economia del pianeta, dove però nel frattempo sono aumentati gli squilibri in termini di reddito e di imposizione fiscale. Per l'Europa si intravede una lieve ripresa, mentre divergono i percorsi dei singoli Stati: ciò è evidente, ad esempio, nel caso dei tassi di disoccupazione.

    In Italia l'occupazione continua a calare e a precarizzarsi, anche perchè s'è esaurita la mini-ripresa del 2010-2011 (trainata dall'export): scarsa domanda interna, calo della produttività, elevata imposizione fiscale e un ambiente generalmente poco favorevole al business penalizzano imprese, prodotti italiani e, di conseguenza, l'occupazione. Più che un elevato costo del lavoro, nel nostro Paese pare incidere negativamente la specializzazione produttiva – in segmenti a valore aggiunto non elevato – oltre che la scarsa innovazione tecnologica, legata all'azzeramento degli investimenti netti. Anche i capitali stranieri investiti in Italia sono meno della metà rispetto a quelli italiani all'estero, così il Paese sta soffrendo la più grave deindustrializzazione dell'intero Occidente.

    Il Piemonte va peggio sia del Centro-Nord sia dell'Italia nel suo complesso: patisce di più il pesante impatto della crisi sul settore industriale, mentre il terziario risente della contrazione dei consumi interni e della perdita delle attività direzionali e dei servizi a queste connessi. La crisi ha accelerato nella regione mutamenti in atto da qualche anno; è evidente che una pagina è stata voltata e che occorre prenderne atto e scriverne una nuova.

    Nell'area torinese, la nati-mortalità delle imprese resta caratterizzata da un trend negativo (con più chiusure che aperture), che pure connota i livelli di utilizzo del potenziale produttivo. Viceversa, emergono segnali postivi nel caso della riduzione dei fallimenti e di una parziale ripresa della produzione industriale. Crescono turismo, servizi pubblici e alla persona e trend positivi interessano pure i settori della meccanica, dell'elettronica e della chimica (che hanno recuperato rispetto ai livelli pre crisi); crollano, invece, automotive e costruzioni.

    La produzione di autoveicoli, in particolare, risente negativamente delle strategie del gruppo Fiat Chrysler, con un progressivo spostamento del baricentro (e degli utili) in Nordamerica e un ridimensionamento del polo torinese: dal 2011 al 2013 l'incidenza di Fiat sugli utili del gruppo FCA si è ridotta dal 43,8% al 7,2%. Mirafiori – che a fine 2013 occupava circa 23.000 adetti – si colloca al quarto posto tra gli stabilimenti italiani del gruppo, dopo quelli di Val di Sangro (206mila), Pomigliano (157mila) e Melfi (128mila).

    L'export – in gran parte tuttora trainato dall'automotive (che incide per oltre il 40% delle esportazioni) – è molto cresciuto verso gli Stati Uniti, oltre che verso Brasile e Cina; si è ridotto, invece, il numero di multinazionali insediate nell'area torinese: -12,4% a livello provinciale tra 2008 e 2013.

    Torino e il Piemonte rimangono all'avanguardia nella ricerca, essenzialmente grazie agli investimenti privati legati al metalmeccanico. L'area torinese può inoltre contare su un certo numero di start-up innovative (in gran parte terziarie), un incubatore d'eccellenza internazionale (I3P), poli d'innovazione tra i migliori d'Italia.

    A proposito dei fattori considerati dalle imprese per scegliere dove insediarsi (risorse umane qualificate, buone infrastrutture, pubblica amministrazione efficiente), nonostante la presenza di centri di ricerca talentuosi, l'area torinese soffre di un livello di qualificazione medio della popolazione inferiore a quello di altre metropoli, soprattutto straniere. Sul fronte infrastrutturale, le autostrade rimangono poco congestionate, le ferrovie migliorano, le reti telematiche sono relativamente rapide (ma l'Europa è più avanti); aeroporto e poli logistici restano invece deboli e marginali. Quanto ai livelli di efficienza della macchina pubblica, questi sono abbastanza buoni, almeno rispetto agli standard italiani, che risultano però tra i più bassi dell'Unione Europea.

    Per quanto riguarda trasformazioni urbane e costruzioni, la provincia di Torino aveva conosciuto nei primi anni Duemila un boom di attività edilizia residenziale, per rispondere all'aumento di famiglie, cui è seguita una drastica contrazione, con cali di produzione e occupazione. Il mercato immobiliare, per altro, risultava in forte rallentamento già da prima della crisi del 2008; a tutt'oggi, Torino mantiene prezzi medi degli alloggi tra i più bassi del Centro-Nord: a fine 2013, ad esempio, un alloggio in centro costa a Torino 3.100 euro al metro quadro, contro i 3.600 di Firenze o di Bologna, i quasi 4.000 di Napoli, i 6.000 di Milano e i quasi 7.000 di Roma. A Torino, tra l'altro, con la crisi si è accentuata la polarizzazione dei valori immobiliari, tra zone ricche e zone povere.

    Quanto all'edilizia non residenziale, la contrazione è stata ancora più drastica, soprattutto nel capoluogo (nel 2011-2012 non sono stati richiesti permessi per nuove costruzioni) e molti uffici e capannoni risultano oggi sfitti o invenduti.

    Il nuovo Programma delle trasformazioni urbane – messo a punto dalla Città di Torino nel 2013 – fornisce indubbiamente agli investitori un quadro chiaro circa i tempi e le aree da trasformare. Manca però, con l'eccezione dell'area di Variante 200 (periferia nord), un'esplicita individuazione di strumenti finanziari per dare avvio alle trasformazioni e permettere manutenzione e riqualificazione del patrimonio esistente. Allargando lo sguardo alle cinture, emerge dalle trasformazioni in corso (o in progetto) una mancanza di visione territoriale complessiva; da questo punto di vista, sarà cruciale il ruolo della nascente Città metropolitana nel coordinare le trasformazioni e, in particolare, le connessioni col sistema infrastrutturale. Soprattutto le stazioni del Servizio Ferroviario Metropolitano dovrebbero diventare nodi di connessione tra vari modi di trasporto, attorno a cui localizzare i futuri sviluppi urbanistici, così da rendere più sostenibile la mobilità in cintura e nel capoluogo.

    Gli effetti di oltre cinque anni di crisi sono evidenti anche sul tessuto sociale: sono declinati sia i redditi sia i patrimoni delle famiglie e Torino si attesta a un livello basso tra le città del Centro-Nord. Anche i consumi sono in calo costante dal 2008, specie per i trasporti, per le comunicazioni, per i consumi culturali.

    Si colgono ulteriori elementi a conferma di una crescente polarizzazione sociale del capoluogo: ad esempio aumentano sia i cittadini ad alto reddito sia quelli a bassissimo reddito, gli stranieri soffrono la crisi ben più della media, la gran parte dei quartieri già in difficoltà negli anni scorsi tende a peggiorare, sul piano della salute si registra una polarizzazione tra zone periferiche e non.

     

    Figura 1. Variazioni percentuali 2006-10 di contribuenti torinesi, per fasce di reddito

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    Fonte: Ministero dell'Economia e delle Finanze

     

     

    Il lavoro costituisce un'emergenza crescente: nell'area torinese i tassi di disoccupazione sono ormai prossimi a quelli del Mezzogiorno. Tra chi un'occupazione la trova, continua la precarizzazione (particolarmente dirompente tra i giovani), e il volume di lavoro diminuisce: dalle 92 mila ore create nel 2008 si è scesi a 59mila nel 2010, quindi a meno di 46mila nel 2013. Per livelli di cassa integrazione, Torino rimane la prima provincia metropolitana italiana, la terza per quota di lavoratori in mobilità. Le politiche cosiddette attive restano deboli: ritardi applicativi gravano sulle nuove norme relative ad apprendistato e tirocini, i Centri pubblici per l'impiego faticano a far incontrare domanda e offerta, per quota di giovani che né studiano né lavorano Torino risulta la peggiore metropoli del Nord; anche gli adulti in formazione sono pochissimi.

    Il capoluogo piemontese resta una delle metropoli italiane che più investe nel welfare e la seconda per numero di volontari nel settore socioassistenziale. Ciò nonostante, le spese per le politiche sociali dal 2009 al 2012 si sono ridotte del 22,5%, con i tagli più marcati da parte dello Stato (-67,4%) e della Regione (-31,1%); il Comune di Torino ha ridotto le spese sociali del 15,2%; l'unico segnale in controtendenza viene dalla Compagnia di San Paolo (+56%). Nel complesso, diventano sempre più pressanti le richieste di aiuto al volontariato, in termini sia quantitativi sia qualitativi (supporto psicologico); per incidenza di volontari socioassistenziali sul totale della popolazione, Torino è seconda in Italia dopo Firenze.

     

    Figura 2. Spese per le politiche sociali

    In milioni di euro; totale delle spese correnti e in conto capitale

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    Dal sito www.rapporto-rota.it si può scaricare integralmente il 15° Rapporto, così come i precedenti; sul sito, inoltre, è disponibile una banca dati con circa 250 tabelle statistiche e una bibliografia di ricerche socioeconomiche sull'area torinese, che spaziano dalla demografia all'economia, dalla formazione all'ambiente, dalla mobilità alle trasformazioni urbane, dalla cultura al settore socioassistenziale.

     

    Per approfondimenti

    L'edizione completa del Rapporto Giorgio Rota – e le tabelle con tutti i dati – sono scaricabili dal sito www.rapporto-rota.it

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