I principali contenuti dell’ultimo Rapporto annuale della Banca d’Italia sull’economia del Piemonte

    a cura di Questo indirizzo email è protetto dagli spambots. È necessario abilitare JavaScript per vederlo. (Banca d'Italia – Sede di Torino)

    Introduzione e sintesi

    Nel 2013 l'attività economica in Piemonte si è ulteriormente ridotta. A partire dalla seconda metà dell'anno scorso sono emersi segnali di lieve miglioramento della congiuntura. Le attese delle imprese rilevate dalla Banca d'Italia tra gli scorsi mesi di marzo e aprile sembravano prefigurare un ulteriore graduale miglioramento per l'anno in corso; il quadro congiunturale tuttavia rimane caratterizzato da un'elevata incertezza e da numerosi fattori di rischio.

    La lunga crisi ha causato un forte indebolimento della struttura produttiva piemontese, solo in parte compensato da una significativa crescita, a partire dal 2009, delle esportazioni. Al positivo andamento di queste ultime ha contribuito l'aumento sia del numero di esportatori, che era invece diminuito tra il 2001 e il 2009, sia delle esportazioni medie per operatore. Confrontando la dinamica delle vendite all'estero piemontesi con un indicatore di domanda potenziale, si rileva che tra il 1999 e il 2012 il forte riposizionamento dell'export regionale verso i paesi extra-UE è stato complessivamente in linea con la domanda di tali mercati; tuttavia, il peso dei BRIC e di alcuni altri paesi ad alta crescita è salito meno del potenziale espresso da tali aree.

     

    Articolo

    Nel complesso del 2013 l'attività economica in Piemonte si è ulteriormente ridotta. In base alle stime preliminari di Prometeia, il PIL è diminuito dell'1,8 per cento, in misura pressoché analoga alla media italiana; era calato del 2,6 per cento nell'anno precedente, in base ai dati Istat. A partire dalla seconda metà dell'anno scorso sono emersi segnali di lieve miglioramento della congiuntura, concentrati peraltro tra le imprese più grandi e tra quelle maggiormente orientate ai mercati esteri. Le aspettative rilevate dalle indagini della Banca d'Italia condotte presso le imprese tra marzo e aprile sembravano prefigurare per il complesso dell'anno in corso il proseguimento del graduale miglioramento delle condizioni economiche e un irrobustimento dell'attività di investimento. Il quadro congiunturale tuttavia rimane caratterizzato da un'elevata incertezza e dalla presenza di numerosi rischi.

    Mentre nell'industria nel 2013 l'attività ha ancora tratto beneficio dalle esportazioni, cresciute a ritmi elevati e superiori alla media nazionale, nelle costruzioni ha continuato a pesare la forte debolezza della domanda pubblica e privata. Nel mercato immobiliare le transazioni sono nuovamente diminuite e i prezzi si sono ancora ridotti. Nei servizi, il commercio ha risentito negativamente dell'ulteriore calo della spesa delle famiglie, dovuto alle perduranti difficoltà del mercato del lavoro e alla debolezza del reddito disponibile. I trasporti hanno riflesso l'andamento dell'attività produttiva nel corso dell'anno. Nel comparto turistico, per contro, le presenze hanno registrato una lieve crescita. Le condizioni del mercato del lavoro sono ulteriormente peggiorate. Pur in presenza di un'offerta formativa universitaria mediamente di alto livello nel confronto nazionale, gli immatricolati piemontesi 18-20enni nelle università della regione sono diminuiti nell'ultimo biennio; vi possono aver contribuito il peggioramento delle condizioni economiche delle famiglie e la minore probabilità di trovare un'occupazione, soprattutto stabile e coerente con il percorso di studi seguito.

    Nel mercato del credito si è intensificata nel 2013 la flessione dei prestiti alle imprese e alle famiglie, in atto dall'anno precedente. La contrazione è stata più intensa per le imprese, soprattutto per quelle di più piccole dimensioni. Alla perdurante debolezza della domanda di credito delle aziende, dovuta soprattutto alla fiacca attività di investimento, si sono associate condizioni di offerta ancora improntate alla cautela. La selettività degli intermediari nei confronti delle imprese si è manifestata principalmente attraverso gli spread applicati alle posizioni maggiormente rischiose. Nostre analisi indicano che lo scorso anno, come in quello precedente, i debiti bancari sono calati per tutte le classi di rischio delle imprese. Peraltro, per un certo numero di aziende di grandi dimensioni e dotate di elevato merito di credito a tale dinamica si è associato un maggiore ricorso al mercato obbligazionario. La qualità del credito alle imprese lo scorso anno ha continuato a peggiorare in tutti i principali comparti di attività economica. Per quanto riguarda le famiglie, d'altro lato, la contrazione dei prestiti ha riflesso la dinamica negativa sia dei mutui immobiliari sia del credito al consumo; è proseguito il processo di concentrazione delle nuove erogazioni di mutui presso le fasce di clientela più anziane e i prenditori italiani. La qualità del credito alle famiglie è rimasta anche lo scorso anno pressoché invariata su livelli contenuti. Secondo l'indagine Eu-Silc, aggiornata al 2012, la diffusione delle famiglie indebitate in Piemonte è significativamente più bassa della media nazionale e del Nord Ovest; anche le situazioni di potenziale vulnerabilità finanziaria rimangono attestate su valori inferiori rispetto al Paese.

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    Il lungo periodo di crisi iniziato nel 2008 ha determinato un indebolimento rilevante del tessuto economico regionale. Le analisi condotte sulla base dei dati del 9° Censimento dell'industria e dei servizi dell'Istat, indicano che il calo degli addetti alle unità produttive nel decennio 2001-2011 è stato molto significativo ( 2,8 per cento, a fronte di una crescita del 2,8 nella media italiana). La flessione si è concentrata, come nelle altre aree del Paese, tra il 2007 e il 2011 (fig. 1). Dal punto di vista settoriale essa è attribuibile al comparto manifatturiero, nel quale gli addetti si sono ridotti di poco meno di un quarto. Il differenziale negativo rispetto alla media nazionale non è dovuto alla composizione settoriale dell'economia regionale, ma a fattori «locali» peculiari. Nello scorso decennio si è ridotta anche la dimensione media sia delle unità locali sia delle imprese, che rimane tuttavia superiore al corrispondente dato nazionale.

     

    Figura 1

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    Fonte: elaborazioni su dati Istat, Censimenti vari e Archivio statistico delle imprese attive.

    (1) Variazioni 2001-2011 in migliaia di unità. Dati tratti dal 9° Censimento generale dell'industria e dei servizi. – (2) Variazioni percentuali medie annue. Dati tratti dal 7° e dall'8° Censimento generale dell'industria e dei servizi (campo di osservazione del 1991). – (3) Variazioni percentuali medie annue. I dati del 2001 e del 2011 sono tratti dal 9° Censimento generale dell'industria e dei servizi, quelli del 2007 dall'Archivio statistico delle imprese attive (campo di osservazione del 2011).

     

    I dati del Censimento evidenziano inoltre il proseguimento della tendenza pluridecennale di convergenza della struttura economica regionale verso i tratti medi nazionali. Anche la dipendenza dell'economia regionale dalle componenti della domanda aggregata, misurata attraverso un indicatore basato sui dati censuari e sui legami intersettoriali desumibili dai conti Input-Output, è diventata più simile a quella media nazionale, anche se il Piemonte rimane più esposto a shock della domanda estera e di quella per beni di investimento rispetto al complesso del Paese (tav. 1).

    All'interno del settore manifatturiero nell'ultimo decennio vi è stato un ulteriore incremento della quota delle attività a medio-alta tecnologia (che costituiscono la principale specializzazione tecnologica piemontese), soprattutto per l'aumento degli occupati nei comparti aerospaziale, della nautica e ferroviario e alla sostanziale tenuta dell'automotive. Nei servizi la ricomposizione verso quelli a minore contenuto di conoscenza è stata molto contenuta nel confronto nazionale, grazie al positivo andamento in alcuni comparti a maggiore valore aggiunto (software e servizi informatici, studi di ingegneria e architettura, assistenza sanitaria e sociale).

     

    Tavola 1

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    Fonte: elaborazioni su dati del Censimento dell'industria e dei servizi 2001 e 2011 e sui conti Input-Output al 2005.

    (1) Rapporto tra la quota di produzione nazionale, riferibile all'area e attivata da un aumento unitario e simmetrico di domanda finale, e la quota di addetti nell'area sul totale nazionale. Per la media italiana l'indicatore è pari a 100. Valori superiori a 100 indicano specializzazione o dipendenza dell'area da una certa componente della domanda aggregata; valori inferiori a 100 indicano despecializzazione o bassa dipendenza.

     

    In questo quadro di indebolimento della struttura produttiva negli anni della crisi, l'attività economica è stata sostenuta in misura molto rilevante dalle esportazioni: tra il 2009 e il 2013 il loro contributo alla dinamica del PIL (che ha complessivamente ristagnato) è stato di 7,2 punti percentuali, valore molto elevato anche nel confronto con quello del periodo 1999-2007 (5,6 punti percentuali su una crescita cumulata del prodotto del 9,5 per cento). Al significativo aumento delle esportazioni dal 2009 hanno contribuito sia la crescita delle presenze di operatori all'export, che era invece diminuito nel corso di quasi tutti gli anni duemila, sia l'aumento delle esportazioni medie per operatore. Confrontando la dinamica delle esportazioni regionali con quella della domanda potenziale (misurata dal valore delle esportazioni che si otterrebbe se il tasso di espansione delle vendite all'estero verso ciascun paese e in ogni settore fosse pari all'incremento delle importazioni di ciascun mercato), si rileva peraltro che tra il 1999 e il 2012 la crescita cumulata delle vendite all'estero a valori correnti di prodotti manifatturieri è stata inferiore a quella della domanda potenziale di circa 64 punti percentuali: tale divario è stato più ampio rispetto a quello del Nord Ovest e dell'Italia. Tra i principali settori, solo l'agroalimentare ha fatto registrare una dinamica superiore alla domanda potenziale. Nell'ultimo quadriennio l'ampliamento del gap è stato in parte attenuato anche dalle vendite di prodotti in metallo e di altri comparti manifatturieri (soprattutto gioielleria e oreficeria). Il raffronto con la domanda potenziale permette anche di valutare meglio il rilevante riposizionamento delle vendite regionali sui mercati mondiali verificatosi negli ultimi 15 anni in favore dei paesi extra-UE. Nel complesso, il riposizionamento verso questi paesi ha riflesso l'evoluzione della domanda potenziale (tav. 2); tuttavia, il peso dei BRIC e dei paesi a crescita più elevata del prodotto pro capite (tra cui, oltre a Cina, India e Russia, vi sono molti paesi dell'Est europeo e dell'Asia) sarebbe aumentato in misura ancora più marcata se le esportazioni regionali avessero avuto dinamiche analoghe a quelle della domanda di tali mercati.

     

    Tavola 2

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    Fonte: elaborazioni su dati Istat e Comtrade.

    (1) Variazione in punti percentuali delle quote sui rispettivi totali delle esportazioni e della domanda potenziale riferibili a ciascun paese o gruppo di paesi. – (2) Paesi che nel periodo 2000-2011 si trovavano nel quartile più alto nella distribuzione dei tassi di crescita del PIL pro capite.

     

    Per approfondimenti

    Il documento è consultabile all'indirizzo:

    http://www.bancaditalia.it/pubblicazioni/econo/ecore/2014/analisi_s-r/1401-torino/testo-piemonte.pdf

     

    * Le opinioni espresse in questo articolo non impegnano la responsabilità dell'Istituto.

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