Pensare il futuro, accettando la sfida del cambiamento

    di Questo indirizzo email è protetto dagli spambots. È necessario abilitare JavaScript per vederlo. (Presidente dell'Ires Piemonte - Direttore scientifico di SWG spa e Docente di sociologia dei processi culturali e comunicativi)

    Introduzione

    La Relazione di fine mandato del presidente dell'IRES fornisce un contributo importante alla lettura delle dinamiche della società nazionale e locale definendo priorità e strumenti per la crescita e lo sviluppo del Piemonte.

    Il quadro europeo e il sogno spezzato

    Il sogno europeo si è spento. In poco più di 10 anni, dal 2002 al 2013, la percezione dell'ingresso nell'Unione come un vantaggio per l'Italia è svanita. Nel 2002 il 70% dell'opinione pubblica giudicava positivamente l'ingresso nella Ue. Oggi questa quota si è ridotta al 19%. Sempre nel 2002 le persone che vedevano negativamente la nostra partecipazione al consesso europeo erano il 15%. Oggi sono il 47%. In dieci anni si è consolidato un folto gruppo di euro-scettici, che oggi vanta il 35% dell'opinione pubblica.

    I dati aprono la porta a una riflessione generale. Oggi ci troviamo a fare i conti con due fallimenti. Il primo è quello del mercato libero, il secondo è quello del sogno europeo. La crisi ha bruciato d'emblée, entrambi i pilastri intorno ai quali si era consolidata la nostra società nel corso dell'ultimo decennio del Secolo scorso.

    Da un lato, è crollata l'idea che sia lo stesso mercato ad autoregolarsi, a dare stabilità e a diffondere ricchezza e benessere. Gli eventi degli ultimi anni hanno dimostrato che il mercato senza regole conduce al crollo e che il modello mercatista non garantisce la ricchezza diffusa promessa, ma genera grandi distanze tra quanti hanno di più (pochi) e quanti hanno di meno (molti).

    Dall'altro lato, è crollata la speranza che l'Europa potesse essere l'esempio realizzato di un modello virtuoso di sviluppo. Il sogno europeo, come lo chiamava Rifkin, si era basato su una main promise a tre punte: privilegiare lo sviluppo sostenibile, garantire l'integrazione sociale, ampliare la responsabilità collettiva.

    Una promessa che si è infranta non solo per effetto della crisi, ma anche per la manifesta incapacità delle classi dirigenti dei paesi europei di essere al passo con quanto proposto.

    A prescindere dalle responsabilità e dalle valutazioni possibili, siamo di fronte a categorie di pensiero che non funzionano più. Purtroppo, all'orizzonte, non si vedono, per ora, nuove categorie di pensiero, ma assistiamo solo a un faticoso tentativo di riciclaggio.

     

    Il clima nel paese e le fratture sociali

    Quello che si dischiude di fronte a noi è un Paese ispido, ondivago, alla ricerca di una meta. Infiacchito, rallentato da decenni di tatticismi; sfibrato da una classe dirigente rapace e poco lungimirante, il nostro Paese sembra di nuovo pronto a sprigionare energie e linfe vitali. Sembra disposto a rimettere in moto la macchina per ridestare le forze sopite sotto la coltre del ripiegamento sociale e politico.

    Quello di cui c'è bisogno è un nuovo innesco. Una scintilla, che faccia saltare i tappi, che faccia incamminare l'Italia lungo la strada del superamento delle contraddizioni e delle difficoltà. Il percorso di ripresa, tuttavia, non può essere imboccato mettendo mano solo alla riforma elettorale e a quella Costituzionale. Occorre mettere in campo un disegno

    trasformatore in grado di affrontare alcune delle grandi fratture sociali che attraversano il tessuto sociale nazionale (e anche piemontese).

    Si tratta delle spaccature che mettono in conflitto gruppi sociali e che necessitano di una nuova capacità progettuale e di leadership.

    La prima, e più importante, frattura è quella che scorre lungo la crenatura di ricchi-poveri. Essa è il frutto amaro del processo di impoverimento e de-cetomedizzazione vissuto in questi anni e che ha portato dal 70% al 34% la quota di persone che si colloca nel ceto medio.

    La seconda, si inerpica lungo l'asse della possibilità-impossibilità di consumare. E' un tema che ha conseguenze ampie e profonde nel corpo sociale, poiché esso agisce direttamente sul senso di esclusione-inclusione di ampie fasce sociali.

    La terza frattura è, in realtà, una permanenza e si dipana lungo il crinale tasse-libertà. Un argomento che, negli anni, è stato cavalcato da più parti, ma attende ancora di essere affrontato con scelte nette che garantiscano equità e, al contempo, che mettano nell'angolo i molti furbetti e i non pochi evasori.

    Infine, la quarta e quinta frattura si stagliano lungo due temi forgianti il modo di essere comunità: si tratta delle spaccature che si collocano lungo le direttrici sicurezza-insicurezza e flessibilità-stabilità. Due fratture antiche e moderne al contempo, che abbisognano di politiche ampie, lungimiranti e complessive e non solo di provvedimenti tampone.

    L'Italia che ci troviamo di fronte è un Paese generoso e arrabbiato. Disgustato, ma ancora pronto a dare fiducia e a impegnarsi. Una nazione che cerca una speranza, ma che ha ancora molte scorie da smaltire.

     

    Dal disorientamento al ri-orientamento

    Quando finirà la crisi? La domanda continua ad aleggiare nel Paese. Come gli antichi magi sumeri scrutavano il cielo in cerca di segni, così opinionisti, imprenditori e opinione pubblica scrutano dati e tracce, alla ricerca di indizi sulla fine del periodo tenebroso.

    La crisi è stata lunga e dirompente. Ha inciso nella società. Ha cambiato il comportamento delle famiglie e delle imprese: inducendo, le prime, a forme di consumo più ragionato e meno dilapidatorio; spingendo, le seconde, verso un nuovo modello di fare impresa. Vivacchiare non è più possibile. Le rendite di posizione non ci sono più (almeno per molti settori produttivi).

    La sfida per le imprese si è delineata lentamente, ma adesso ha mostrato tutti i lati della sua complessità: innovare permanentemente è diventato il claim, creare nuovi prodotti è divenuta la mission, battere nuove strade per l'organizzazione e sviluppare alleanze e network è diventato un asset imprescindibile.

    La crisi ha sospinto le imprese a mutare abito e il 48% di esse ha messo in moto meccanismi di innovazione e trasformazione. Un dato di vitalità importante, che porta alla luce quanto, in questi anni, è avvenuto nel silenzio e sottotraccia.

    Le imprese italiane, la maggior parte, non sono state ferme.

    Le cronache, purtroppo, si sono riempite di notizie sulle crisi aziendali, sulle chiusure, sui processi di ristrutturazione. I riflettori sono rimasti spenti, invece, su quel processo carsico di mutamento strutturale del sistema imprenditoriale italiano, su quelle imprese che hanno investito sull'innovazione, sul capitale umano, sulla ricerca, sulla trasformazione dei prodotti e dell'offerta.

    È stato un processo magmatico, a macchia di leopardo, che è avvenuto in silenzio e in gran parte con le sole forze delle imprese (il sistema del credito ha brillato per la latitanza). Un percorso che ha consentito, a una buona parte delle imprese, di svoltare, di lasciarsi alle spalle la fase di disorientamento, per avviare una nuova fase di ri-orientamento del modo di produrre e fare impresa.

    Questo è il vero segnale positivo per il paese.

    È "il" segnale, strutturale, denso, che ci fa capire che la strada per la ripresa è stata imboccata.

    Un aspetto, tuttavia, deve essere chiaro. Si è parlato, in questi anni, di una crisi dai contorni strutturali. Il percorso di uscita, pertanto, non sarà lineare, né univoco: per un lungo periodo, infatti, conviveranno elementi di difficoltà, con balzi in avanti. Ci saranno vecchie imprese che non riusciranno ad effettuare il percorso di ri-orientamento e nuove imprese che aggrediranno il mercato. Ci saranno spazi di mercato che si andranno a risecchire e nuove enclave di mercato che diverranno rigogliose.

    L'uscita da una crisi strutturale è una strada lastricata da innovazione e, soprattutto, dal necessario cambio di mentalità, dal rinnovamento del capitale umano imprenditoriale.

    È un processo, dai tratti darwinisti, in cui gli imprenditori che avranno la capacità di innovarsi, di cogliere e spingere verso il nuovo, riusciranno ad affermarsi, quelli che, invece, rifiuteranno le sfide o cercheranno vie brevi per il successo o per la rendita, rischieranno di finire nelle aride secche dell'economia stagnante.

    Nel quadro di metamorfosi economica cui stiamo assistendo, un segnale di dinamismo e visionarietà arriva dall'interesse suscitato, nell'imprenditoria nostrana, dal movimento dei makers.

    Per un quarto delle imprese italiane le persone che cercano di fare delle cose nuove, di inventare oggetti e soluzioni, non sono dei fantasiosi perditempo, ma dei novelli artigiani, che stanno costruendo una parte del futuro, dell'economia di domani.

    I Fab Lab, non sono spazi per personaggi creativi in cerca di autore, ma luoghi per la generazione di idee e prodotti; spazi che facilitano (democratizzano) l'accesso ai mezzi di produzione, accelerando i processi di innovazione e la realizzazione del nuovo.

    L'interesse verso le dinamiche creative, l'attenzione a cogliere le novità, sono un segnale importante, di vitalità, che arriva dal mondo dell'impresa. Sono la cartina di Tornasole di quel percorso di mutamento culturale dell'imprenditore medio italiano, che ha cominciato a dismettere i panni del puro self made man (persona che si è fatta da sé, il cui successo è dovuto esclusivamente alla sua forza di volontà e al suo spirito di sacrificio), per incominciare a vestire i panni dell'imprenditore del sapere reticolare, conscio che il successo economico è sempre più legato alla reticolarità, alla capacità di sviluppare network con altre imprese, all'innovazione dei prodotti, allo studio attento del consumatore e delle trasformazioni nel modo di essere delle persone, al cogliere le opportunità che arrivano dalle idee di creativi e inventori.

    Il mondo dell'impresa è in movimento verso il futuro e questo è l'unico vero antidoto contro la crisi e l'unica vera autostrada per la ripresa.

     

     La prima sfida per la ripresa: stop alla corruzione

    Il quadro della corruzione e del malaffare pubblico, per gli italiani, è limpido nella sua composizione. Il suo assetto assume i contorni di un triangolo scaleno, con al vertice i politici, attori indiscussi del malcostume italico; sul lato più lungo, si posizionano i burocrati della pubblica amministrazione (funzionari e dirigenti), i quali non perdono occasione per mostrarsi parte integrante della morsa cleptocratica (governo del furto) che attanaglia la seconda Repubblica; sul lato più corto si appollaiano gli imprenditori, attori-pagatori, ma anche attori-beneficiari del sistema tangentizio, che elargiscono favori e prebende, per assicurarsi lavori e appalti e per sfuggire alle regole del mercato, della competizione e del merito.

    Indagini recenti hanno portato alla luce la classifica redatta dai cittadini in merito alla responsabilità degli episodi di corruzione. Al primo posto, medaglia d'oro indiscussa con il 74% delle indicazioni, ci sono i politici. Condividono il podio iridato i burocrati, che raggiungo il 59% delle indicazioni. Seguono, infine, gli imprenditori con il loro 34%. Bassa è la percezione della corruzione tra le forze dell'ordine, mentre il 29% dell'opinione pubblica ritiene che quello corruttivo sia un fenomeno da cui non è immune nessun italiano.

    Per il 59% degli intervistati, infatti, la corruzione è un male intrinseco della mentalità nazionale. La maggioranza dell'opinione pubblica, pur durissima verso il modo della politica, non è indulgente con il complesso del tessuto italico. Sei intervistati su dieci ritengono che gli italiani, per arricchirsi o per ottenere benefici immeritati, sarebbero disposti a corrompere o a farsi comprare. Una convinzione trasversale, che unisce i giovani e gli adulti, gli uomini e le donne, chi vive al Sud e chi abita al Nord.

     

    Le sfide per il Piemonte

    Nella sintesi della Relazione annuale dell'Ires, si legge: "Il 2013, in Piemonte, è stato l'anno più negativo per l'occupazione da inizio crisi. Il baluardo, a difesa dell'occupazione esistente, basato sul ricorso massiccio alla Cassa Integrazione, mostra i primi limiti, mentre prosegue la crescita della disoccupazione, che fra i giovani supera la soglia del 40%".

    Guardando al futuro, nella relazione, diciamo: "La crescita modesta dell'economia mondiale e la dinamica poco espansiva in Europa fa ritenere per il Piemonte un andamento nel 2014 di moderata crescita, con una variazione del Pil (+0,8%) prossima a quella prevista per l'economia italiana".

    Ma non possiamo fermarci qui.

    Dobbiamo avere il coraggio di segnalare le sfide per la nostra regione. Le sfide per il ri-orientamento delle imprese e dell'economia regionale.

    1. la prima sfida è quella di sostenere, foraggiare la nascita di nuova impresa;
    2. la seconda sfida è complessa, ma si innesca su un tema centrale per il nostro paese: innovare la classe dirigente, in primis sostenere la crescita di una nuova generazione di imprenditori;
    3. al terzo posto troviamo il bisogno di sostenere l'auto-imprenditorialità della società. Non basta creare nuova impresa per smuovere l'economia, occorre aiutare la società a mettersi al lavoro, a farsi economia, con tutte le forme plurime possibili;
    4. sviluppare l'economia di comunità e il civic empowerment: sono i tasselli del nuovo modello di sviluppo sociale ed economico con cui fare i conti e che possono essere al centro di una strategia di sviluppo per i prossimi anni;
    5. sviluppare e incentivare i network d'impresa, nonché potenziare gli strumenti per le reti di impresa;
    6. sostenere e foraggiare il fare impresa on line. Accompagnare e sostenere le imprese piccole a entrare nel nuovo mercato;
    7. cambiare le politiche formative. Superare le attuali rigidità e puntare a un sistema formativo centrato sul coaching, sul preparare il capitale umano a nuove sfide.

     

    La sfida è aperta. Coglierla fa bene al Piemonte e all'Italia.

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