RAPPORTO ANNUALE DELL'IRES: PIEMONTE ECONOMICO SOCIALE

    A cura di Questo indirizzo email è protetto dagli spambots. È necessario abilitare JavaScript per vederlo., Ires Piemonte.

    La Relazione socio-economica e territoriale dell'Ires Piemonte è un rapporto che descrive e interpreta i principali fenomeni che interessano la società piemontese. Il Rapporto 2010 oltre alla consueta analisi congiunturale e di medio periodo sull’andamento socioeconomico fondata su tradizionali indicatori economici si è arricchita di un nuovo approccio interpretativo suggerito dalla “Commissione Stiglitz”. Per monitorare lo stato di benessere della Regione è stata utilizzata una ricca batteria di indicatori socioeconomici, compresi i dati relativi ad indagini sul clima di opinione che hanno permesso di integrare l’analisi ad aspetti della vita delle persone finora trascurate dall’analisi economica.

     

    L’uscita dalla crisi è lenta e presenta forti squilibri territoriali: questi i due tratti che hanno segnato l’economia mondiale nel 2010. La crescita del Pil mondiale globale ha segnato +5% in media (-0,56% nel 2009) ma sono state soprattutto le economie emergenti a beneficiarne, spingendo verso l’alto i prezzi delle materie prime energetiche e alimentari. Anche il commercio mondiale è cresciuto (+12,4% nel 2010 e +7% circa nelle previsioni per il 2011).

    Le attese per l’UE sono di moderata crescita del Pil (+1,8% e +1,6% nell’area Euro); contenuta invece la crescita dei consumi, limitata dalla debolezza del reddito disponibile delle famiglie e dai prezzi al consumo.

    Per l’Italia si prevede una crescita del Pil dell’1,1% e per il 2010 si registra un +0,9% per i consumi, +2,8% per gli investimenti e +9,1% per le esportazioni (ma anche le importazioni crescono). A favore della ripresa giocano la domanda estera e un modesto aumento dell’ottimismo imprenditoriale; contro, il deterioramento del mercato del lavoro e l’inflazione importata che limitano i consumi.

    L’economia del Piemonte è allineata alla dinamica nazionale. Si riprende l’industria (+5,2% il valore aggiunto e +8,6% la media annua della produzione), flettono le costruzioni e ristagna la produzione di servizi.

     

    A livello provinciale, nel corso del 2010 l’economia ha proseguito nella fase di ripresa, sospinta dal recupero della produzione manifatturiera e grazie alla domanda estera. La produzione rimane su livelli inferiori a quelli pre-crisi. La sofferenza dal punto di vista occupazionale grava ancora sul settore manifatturiero e sulle attività connesse e sembra estendersi al settore dei servizi, nei comparti con dinamica stagnante dei consumi. La produzione industriale piemontese nel 2010 registra un aumento dell’8,6%, cui corrisponde un +16% di crescita in valore delle esportazioni: dinamica positiva della produzione industriale e delle esportazioni interessano tutte le province, anche se con differente intensità. Sul fronte del mercato del lavoro si registrano i segnali più preoccupanti, ma anche alcune discordanze rilevanti.

    Emerge la difficoltà manifesta della provincia di Torino nell’attuale congiuntura. Asti condivide in parte la situazione di Torino e così il Verbano, dove i segnali di ripresa si accompagnano ad un forte deterioramento del mercato del lavoro. Se a Biella l’industria sembra aver dimostrato segnali di vitalità non riesce però ad arginare una situazione di forte sofferenza occupazionale.

    Novara sembra aver retto meglio nel 2010 alle conseguenze della recessione, ma denuncia anch’essa una stabile ma persistente sofferenza occupazionale. Vercelli segue l’evoluzione generale ma in certa misura ne attenua le accentuazioni negative. Le province di Cuneo e Alessandria si dimostrano invece le realtà che meglio stanno affrontando la crisi in corso sotto il profilo produttivo e soprattutto occupazionale.

     

    Il lavoro. La crisi economica esplosa alla fine del 2008 continua a manifestare i suoi effetti anche nel 2010, pur in un quadro apparentemente meno critico per la parziale ripresa delle attività industriali dopo il tracollo registrato nel 2009. Sul mercato del lavoro le dinamiche produttive si riflettono abitualmente con ritardo, per cui sia nei comportamenti sia nelle previsioni occupazionali delle imprese non è ancora rinvenibile un’inversione della dinamica negativa, se non nel senso di una riduzione della prevalenza dei pessimisti e di accenni di recupero di parte delle posizioni lavorative perse, oltre che con parziali rientri dalla cassa integrazione, con inserimenti molto prudenziali sul piano della durata e della stabilità. Tuttavia, se i flussi mostrano qualche dinamismo positivo, i saldi restano fortemente connotati in negativo, anche se con forti cambiamenti nei ruoli dei diversi settori: a fronte di un’industria che cessa di alimentare la perdita di opportunità di lavoro, il terziario smette di compensare in positivo, proponendosi nel 2010 come l’ambito in maggior sofferenza sul piano occupazionale in Piemonte.

    Il tasso di disoccupazione, nonostante l’azione protettiva massiccia degli ammortizzatori sociali, continua a crescere sensibilmente insieme al numero delle persone in cerca di lavoro, a testimonianza di un forte e ancor crescente squilibrio tra disponibilità/necessità di occupazione e domanda di lavoro da parte del sistema economico. Ma i cambiamenti più rilevanti prodotti dalla crisi si vedono dal lato della composizione socio-demografica dei processi in atto sul mercato del lavoro. Tra autoctoni e immigrati vi è una divaricazione tra diminuzione dei primi e ulteriore aumento dei secondi, nell’ambito degli occupati. Tra uomini e donne vi è una netta differenziazione nelle dinamiche dell’occupazione, con la riduzione complessiva in carico tutta ai maschi, e nella disoccupazione, in cui i tassi maschili crescono maggiormente avvicinandosi come mai prima a quelli femminili: per la prima volta nel 2010 i disoccupati superano in cifra assoluta il numero delle disoccupate.

     

    Tasso di disoccupazione giovanile (15-24 anni)

    Fonte: Rilevazione trimestrale delle Forze Lavoro Istat

     

    Tra le classi d’età, infine, vi è una netta accentuazione dei connotati giovanili assunti dalla crisi: tra gli occupati aumentano le persone di età matura, mentre diminuiscono nettamente i giovani; tra i disoccupati la quota giovanile si espande con forza, al punto che i tassi di disoccupazione, al di sotto dei 25 anni, diventano tre volte più elevati di quelli medi. Sotto quest’ultimo aspetto, come su tutti gli altri indicatori problematici, la crisi ha prodotto anche una riapertura dei divari territoriali tra le province piemontesi: in particolare, Torino, dopo gli anni della convergenza verso i valori delle altre province e del Nordovest, ritorna a tassi di disoccupazione nettamente superiori a quelli medi, con una quota di giovani disoccupati che corrisponde a circa un terzo delle forze di lavoro di pari età.

     

    Il clima di opinione. I piemontesi sono lievemente meno pessimisti dell’anno precedente e più ottimisti degli italiani, per l’immediato futuro dell’economia. Anche l’andamento recente e le prospettive immediate della propria situazione familiare confermano questa posizione di relativo minore pessimismo. Rispetto al futuro economico dell’Italia gli stranieri vedono meno “rosa” dei piemontesi. In questo caso a parlare di miglioramento è un complessivo 16%, mentre quote intorno al 40% prevedono sia una stasi che un peggioramento. Le disaggregazioni evidenziano che a prevedere una situazione statica sono soprattutto i giovani, i non lavoratori e coloro che provengono dai paesi dell’Unione Europea; vedono invece un peggioramento soprattutto gli stranieri tra i 25 e i 44 anni, i lavoratori e coloro che provengono dai paesi europei extra unione e dall’Asia. A far quadrare il bilancio mensile è poco meno della metà degli intervistati (48%), a fronte di un complessivo 28% che riesce a risparmiare e un 18% che invece intacca le proprie riserve o deve fare debiti. Opportunità di lavoro in generale e per i giovani in particolare, sono i problemi che maggiormente preoccupano i piemontesi. Segue la preoccupazione ambientale, condizionata dal progressivo deterioramento, sotto questo specifico profilo, del quadro di vita urbano.

     

    La qualità della vita. L’andamento della produzione e dei consumi raccontano una parte sola della storia del nostro benessere. La Commissione Stiglitz ha definito otto dimensioni della qualità della vita e suggerito una metodologia, in via di adozione anche da parte dell’Istat. L’Ires ha misurato queste otto dimensioni in Piemonte, in rapporto alle altre grandi regioni del Nord e all’Italia. (1) Ne esce l’immagine di una regione indietro ma nella pattuglia di testa, con punti forti nell’ambiente locale e nella soddisfazione per l’uso del tempo quotidiano e ritardi in quasi tutte le altre dimensioni.

     

    La qualità della vita in Italia e nelle grandi regioni del Nord

    Fonte: InformaIres n. 40

     

    L’aggregazione fra le otto dimensioni presenta difficoltà di ordine logico maggiori rispetto a quella fra gli indicatori semplici che afferiscono a una singola dimensione. Tuttavia si può notare il relativo predominio di Emilia-Romagna e Veneto e la posizione più arretrata di Piemonte e Lombardia. Rispetto all’Italia tutte le regioni esaminate hanno invece indici migliori, con la sola eccezione della sicurezza.

    L’Ires ha applicato la stessa metodologia alle provincie del Piemonte. L’analisi conferma le classifiche già note per quanto riguarda la testa (Cuneo e Verbania) ma presenta novità nella parte centrale, dove sale la quotazione di Torino. Il nuovo approccio alla Qualità della vita rivaluta infatti aspetti quali la partecipazione culturale e politica e le opportunità per tutti i cittadini, comprese fasce (giovani, immigrati, meno abbienti) implicitamente assenti negli scenari tradizionali di calcolo e in tal modo non penalizza le grandi aree urbane.

    La Relazione socioeconomica dell’Ires è disponibile all’indirizzo http://www.regiotrend.piemonte.it/site/

    Nota (1) L’Ires ha utilizzato 64 indicatori, aggregati con il metodo MPcv, suggerito dall’Ocse e adottato in aggregazioni simili anche dall’Istat

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