Verso un Piemonte più sostenibile

    di Questo indirizzo email è protetto dagli spambots. È necessario abilitare JavaScript per vederlo., IRES Piemonte

    In estrema sintesi possiamo dire che lo sviluppo è sostenibile quando rigenera il capitale sociale, economico e ambientale della comunità regionale, anziché intaccarlo in modo irreversibile: tanto consumo, tanto devo rigenerare. Ma non basta, perché non tutte le situazioni di equilibrio sono egualmente desiderabili e la Relazione 2019 analizza diversi fenomeni che minacciano la sostenibilità. Fra questi: la polarizzazione dell’economiala, la Low skill trap, le tensioni potenzialmente emergenti dal rapporto demografia - salute, l’evoluzione del triangolo tecnologia – mobilità – uso degli spazi.

    Nei capitoli si analizzano anche le risposte, in atto o in progetto, per far fronte a queste minacce. Fra i fenomeni esaminati in positivo:

    • la crescita delle imprese green
    • la convenienza economica di essere green
    • le promesse della tecnologia
    • il rapporto fra tecnologia e innovazione.

     

    Le minacce

    Un’economia sempre più polarizzata. La crescita lenta è spesso indicata come una delle patologie della nostra economia (piemontese rispetto al Nord, italiana rispetto all’Europa), ma un aspetto ancor più insostenibile è che quando si cresce aumentano le distanze fra primi e ultimi, come il capitolo Economia e settori produttivi documenta. Anche il declino degli investimenti pubblici è un segnale preoccupante, ma le grandi fasi di efficientamento delle infrastrutture hanno spesso aumentato la polarizzazione fra territori. È questa una delle ragioni, forse la principale, del conflitto che da quasi vent’anni si crea attorno a molti cantieri. Si tratta di un punto importante perché spesso investe aree che hanno una popolazione modesta, ma sono decisive per gli scenari di sostenibilità futura. Un discorso analogo si può fare per la tecnologia, ingrediente base in quasi tutte le ricette di sviluppo: i programmi che vogliono diffonderla, anche quando hanno successo (come nel caso di Industria 4.0), corrono il rischio di aumentare la polarizzazione fra imprese.

    L’economia crea insomma, e non da oggi, ineguaglianze di intensità di crescita, di modernizzazione, di redditi, alle quali si può rispondere con meccanismi redistributivi e di compensazione ex post (a modello immutato) oppure modificando il modello. Potrebbe essere proprio questa una delle sfide più decisive nel campo della sostenibilità economica nei prossimi anni.

    Un equilibrio di sotto-qualificazione? Alla scuola si chiede da anni di elevare il livello di competenze della popolazione, in funzione delle nuove necessità.  I risultati dicono che questo obiettivo è stato in parte centrato: tassi di scolarizzazione elevati, livelli di istruzione tra i più giovani in costante ascesa e altri indicatori, testimoniano significativi successi in questo senso.  Dal mercato del lavoro, come emerge nel capitolo Società e lavoro, arrivano segnali di un nuovo equilibrio emergente condizionato dalla cosiddetta Low skill trap, un meccanismo nel quale la disoccupazione diminuisce perché i soggetti più qualificati vanno all’estero sostituiti da personale dequalificato disponibile a remunerazioni e profili più modesti. Un equilibrio al ribasso, insomma. Quindi in analogia con il modello di sotto-occupazione paventato da Keynes, si potrebbe parlare di equilibrio di sotto-qualificazione. L’alternativa a questa prospettiva potrebbe nascere da una maggiore offerta di posti qualificati, ma dobbiamo chiederci quanto questo sia compatibile con una P.A. alle prese con un difficile rinnovamento anche generazionale, fra vincoli di bilancio e resistenze interne, o con struttura industriale nella quale la piccola e media impresa gioca ancora un ruolo cruciale e il mondo produttivo e imprenditoriale sembra riluttante ad abbandonare le vie più tradizionali per esplorare territori nuovi (economia circolare, riqualificazione energetica, riprogettazione degli edifici).

    Demografia e salute: vicini al punto di rottura? Da tempo la natalità non garantisce la sostituzione demografica. La popolazione è in declino nonostante l’immigrazione e questo sia per-ché i flussi sono diminuiti, sia per la progressiva assimilazione da parte dei nuovi arrivati di stili di vita, anche nella formazione delle famiglie e della procreazione, progressivamente più simili a quelli della società che li ha accolti[1]. L’immigrazione sposta quindi il problema nel tempo, ma non di molto. Nel frattempo benessere economico e cure mediche hanno aumentato in misura considerevole l’aspettativa di vita, un fenomeno che il capitolo Sistema salute esplora nel dettaglio. Questo comporta che una parte degli anziani sopravvive in salute e una parte no. Il risultato è che gli anziani bisognosi di cure aumentano in valore assoluto. Anche in questo caso l’immigrazione, in un paese che occupa poco meno di due milioni di colf e badanti[2], offre un contributo positivo, e questo è ampiamente documentato nel capitolo Immigrazione. Ma per i motivi appena visti non risolve gli squilibri: ne sposta solo nel futuro il probabile punto di rottura.

    Mobilità e territorio: una rivoluzione da concludere. La tecnologia promette opportunità affascinanti e potrebbe essere una delle soluzioni, ma non da sola. Molti dei problemi accennati, dalle difficoltà legate all’invecchiamento, alla scarsa mobilità e alle necessità di cura degli anziani fino alla domanda di posti di lavoro qualificati potrebbero beneficiare di un salto tecnologico diffuso. Pensiamo alla riqualificazione energetica degli edifici, dopo una lunga fase di espansione edilizia residenziale di bassa qualità che ha consumato suolo senza usufruire dei benefici del progresso tecnico, né sul piano della sicurezza sismica né su quello dell’efficienza: uno spreco di risorse forse più distruttivo di quelli energetico o alimentare.  Oppure pensiamo alle opportunità insite nella transizione verso nuove forme di mobilità. I capitoli  Territorio e ambiente e Mobilità analizzano nel dettaglio molti fenomeni di questo tipo, talvolta mettendo in luce aspetti contraddittori. Tra il 2013 e il 2017 ad esempio, la mobilità sanitaria del Piemonte è passata da 18,0 a 16,9 milioni di spostamenti annui: un decremento di circa il 6%, superiore al calo della popolazione residente (1,2%). Il calo del numero dei flussi non si è però accompagnato a una diminuzione dei chilometri percorsi. Gli spostamenti inter-comunali in Piemonte passano infatti da 204,8 milioni di km nel 2013 a 209,3 nel 2017, con un incremento di circa il 2%. Difficile dire, al momento, se questo sia dovuto alla ri-organizzazione dei servizi sul territorio (meno strutture di cura, quindi mediamente più lontano). Ancor più difficile, dire, se e in che misura il fenomeno si sostanzia in miglioramenti di efficienza nell’erogazione dei servizi, e/o dell’accesso, si fanno più chilometri ma si riducono i tempi di attesa per fruire delle prestazioni.

     

    I 5 migliori e peggiori indicatori del Piemonte


     Elaborazioni IRES su dati ISTAT

     

    Le risposte

     

    Sempre più imprese green. In termini assoluti la maggior parte delle imprese che hanno investito in prodotti e tecnologie green nel 2014-2017 o lo faranno nel 2018 si colloca nel Nord: in Lombardia il più alto numero di imprese eco-investitrici, quasi 62.000, il 17,8% del totale nazionale. Segue il Veneto, con quasi 35.000 unità, il 10,1% delle investitrici green del Paese, e tre regioni con valori superiori a 25 mila imprese: Lazio, Emilia-Romagna e Campania[3]. L’incidenza di queste imprese sul totale, che meglio segnala la “propensione green” dei territori[4], ha valori elevati nel Sud (Calabria, Basilicata, Molise e Sardegna tutte tra il 26% e il 29%), ma anche nel Nord Est come Trentino-Alto Adige (prima con quasi il 29% di imprese green sul totale), Veneto e Friuli Venezia Giulia; terzo il Piemonte, con il 26,8%.

    Essere green paga. A livello nazionale le imprese che hanno investito in prodotti e tecnologie sostenibili nel 2015-2017 hanno registrato performance economiche migliori sia nei dati di consuntivo sia in quelli previsionali: aumento del fatturato nel 2017 per il 32% delle imprese investitrici nel green contro il 24% di quelle non investitrici. Anche nelle previsioni 2018 il divario si conferma: 27% contro 22%. Le imprese che hanno aumentato l’export nel 2017 sono il 34% fra quelle che hanno investito nel green contro il 27% di quelle che non hanno investito: un vantaggio competitivo che si conferma anche per le previsioni al 2018: 32% contro 26%. In campo occupazionale le imprese che hanno investito nella sostenibilità ambientale dichiarano più spesso un aumento dell’occupazione sia nel 2017 (28% contro 21%) sia nel 2018 (23% contro 14%).

    Mobilità: qualcosa si muove. Negli anni 2015-17, la crescita dei veicoli x km (+1,9%,) è stata inferiore a quella del PIL (+2,4%), il che darebbe credito all’ipotesi di miglioramento nell’organizzazione funzionale delle attività, con modalità di trasporto meno costose e a minore impatto ambientale. La forte riduzione di morti e feriti in incidenti stradali, in buona parte dovuta alle tecnologie, è un altro risultato acquisito.

    La tecnologia: rivoluzionaria ma a certe condizioni. Ciò che oltre la metà dei piemontesi (50,2%) chiede alle politiche di mobilità sono il miglioramento di aspetti tradizionali: passaggi più frequenti dei mezzi pubblici, collegamenti con le stazioni, migliore illuminazione e protezione delle vie pedonali e simili[5]. L’interesse per modalità nuove è più modesta e ad esempio solo il 7,7% indica l’auto elettrica e solo il 4% il car sharing. Questo può avere molte ragioni, dai costi delle nuove soluzioni alla praticità del loro utilizzo, ma  è possibile che pesi anche una sorta di inerzia culturale che ci porta a immaginare l’utilizzo di soluzioni tecnologiche nuove in un contesto vecchio, una condizione generale che riguarda la società piemontese, dai consumatori ai produttori, passando per la classe dirigente e che la tecnologia da sola non risolverà. Le stupefacenti scoperte e le relative applicazioni pratiche dei decenni recenti hanno cambiato, quasi sempre per il meglio, le vite della maggior parte delle persone. Ma come sempre la tecnologia offre due strade di miglioramento: una per fare meglio le cose di sempre, una per fare cose nuove. La tecnologia è utile nel primo caso, ma diventa davvero rivoluzionaria solo nel secondo, soprattutto quando è capace di abilitare e far convergere conoscenze, competenze e saper fare diffusi.

    Tradurre la tecnologia in innovazione. I due approcci non sono fra loro incompatibili e la storia insegna che quasi sempre le grandi innovazioni nascono dal desiderio di risolvere un problema vecchio con strumenti nuovi: sfruttare il vapore per pompare acqua dalle miniere o l’elettricità per fare luce senza fumo o rischio di incendi, i computer per fare più in fretta gli stessi calcoli che si facevano a mano. Ma è nella seconda fase, quando l’attenzione si sposta dal cercare nuove soluzioni al cercare nuovi problemi, che si aprono le opportunità più interessanti.

    Perché le sorprendenti scoperte scientifiche si facciano sentire e cambino la vita produttiva e amministrativa, il modo di vivere e consumare, di abitare, di muoversi, in una parola perché si trasformino in innovazione sociale ed economica, al Piemonte serve la capacità di adattarsi in modo dinamico a uno dei più epocali e certamente al più rapido fra i cambiamenti in corso, quello tecnologico. Da questo adattamento dipende in buona parte quanto il Piemonte futuro troverà un modello più sostenibile e quanto questo sarà migliore dell’attuale.

     

    Agenda 2030: a che punto siamo?

    La gran parte dei paesi del mondo sono impegnati nella promozione di una crescita economica tale da garantire benessere alle popolazioni senza compromettere la stabilità e qualità dell’ambiente nel quale tutti viviamo.  Il 25 settembre 2015, le Nazioni Unite hanno indicato 17 obiettivi di crescita che possono soddisfare queste richieste. È nata così l’Agenda Globale per lo sviluppo sostenibile.

    I 17 obiettivi sono articolati in 169 target da raggiungere entro il 2030. Gli indicatori utilizzati sono oltre 200, ma raggruppandoli secondo la griglia dei 17 obiettivi, è possibile fornire un cruscotto della sostenibilità, arrivando al livello territoriale della singola regione.

     

    Posizione relativa di Piemonte e Nord-Italia nei vari obiettivi di Agenda 2030

    Fonte: elaborazioni IRES su dati ISTAT

    La sostenibilità del sistema Piemonte

    Il Piemonte si conferma una regione media o medio-alta nella classifica italiana. Questa l’immagine fornita dagli indicatori di Agenda 2030. Dei 17 indicatori solo 16 risultano applicabili e tali da permettere il calcolo di una classifica fra regioni. In particolare risulta non applicabile l’obiettivo 14 per il peso assegnato alle risorse marine. Considerando 21 aree territoriali (19 regioni e 2 province autonome) il Piemonte si situa tre volte fra le prime cinque (innovazione, crescita e occupazione, città sostenibili) e mai fra le ultime cinque. Considerando l’insieme delle 16 classifiche possibili, il Piemonte si colloca mediamente al 5° posto. È in sostanza una regione con qualità dello sviluppo medio-alto e con una buona distribuzione fra i vari profili dello sviluppo: fra il miglior risultato (3°, innovazione) e quello peggiore (14°, ecosistema terrestre) ci sono 11 gradini e nessuna regione ne ha di meno.

    Le regioni italiane verso la sostenibilità (media Italia=100)  Elaborazioni IRES su dati ISTAT

    [1] Questo è anche, paradossalmente, il risultato del successo, almeno parziale, delle politiche di integrazione. Se integrare gli stranieri vuol dire renderli il più possibile simili a noi, sul fronte demografico l’integrazione sta funzionando.

    [2] Erano 1.650.000 secondo ISMU-CENSIS (Elaborazione di un modello previsionale del fabbisogno di servizi assistenziali alla persona nel mercato del lavoro italiano con particolare riferimento al contributo della popolazione straniera”, 2013) e circa due milioni, di cui 865.000 regolari secondo una più recente indagine di Domina-Fondazione Leone Moressa.

    [3] Rapporto Green Italy 2018, Unioncamere Fondazione Symbola

    [4] Questa seconda classifica può presentare valori elevati anche per contesti produttivi con un  basso numero di imprese, e per questo i due indici sono complementari

    [5] Dati desunti dal Clima di opinione IRES del 2019

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