Editoriale n.20 - Salute e società

    di Questo indirizzo email è protetto dagli spambots. È necessario abilitare JavaScript per vederlo. - Responsabile settore ricerca Cooperativa Solaris

    Il rapporto tra le condizioni in cui operano i lavoratori nelle imprese e la loro salute fisica e mentale ha interessato la storia dell'industria europea fin da quando Engels scrisse il celebre trattato sulla condizione degli operai a Manchester nel XIX Secolo. In tempi più recenti, negli anni Sessanta e Settanta del secolo scorso, il problema della salute dei lavoratori nelle fabbriche italiane, che vivevano la parabola ascendente del boom economico del secondo dopoguerra, emerse con notevole evidenza, per quanto riguardava sia le condizioni fisiche dei lavoratori, sia la loro salute mentale, elemento rilevante che si accompagnava al tema della alienazione vissuta in fabbrica.

     

    Se infortuni, malattie da lavoro, tumori interessavano la Medicina del lavoro, gli esaurimenti nervosi e l'aggressività di chi, dopo una vita di lavoro agricolo e artigianale, non si adattava ai tempi ed ai ritmi delle fabbriche e veniva ricoverato sine die negli ospedali Psichiatrici - i Manicomi della vulgata popolare - era oggetto di analisi e studi di quei rari psichiatri "d'avanguardia" che si prendevano cura dei degenti nei reparti, ove il danno istituzionale dell'internamento non consentiva per loro nessuna terapia efficace né tantomeno il ritorno, salvo rarissimi casi, ad un vita sociale.

     

    Dopo la crisi degli anni Ottanta del XX Secolo, la globalizzazione e la crisi finanziaria del 2008 l'orizzonte del lavoro muta radicalmente: disoccupazione, cassa integrazione, mobilità, precariato -e di recente, il diventare "esodati" - dei lavoratori modificano radicalmente il rapporto tra salute mentale ed alienazione da lavoro: compare, infatti, nella vita già socialmente disagiata di milioni di persone che vivono la sofferenza occupazionale, anche il disagio psichico da "non lavoro".

    In Piemonte, una volta cuore pulsante dell'industria italiana, è una condizione che interessò i cassaintegrati - per primi quelli della FIAT - e poi i precari, costringendo gli studiosi del fenomeno a elaborare nuove modalità di analisi di questa forma di sofferenza psichica, che, nei decenni precedenti, era studiata solo in paesi anglosassoni, e circoscritta al disagio psichico dei disoccupati.

    Ma essere cassaintegrati e precari e vivere il disagio psichico comportava la necessità di altri modelli di analisi, e soprattutto comporta la risposta alla fatidica domanda: "Che fare?", soprattutto se il legame tra disagio psichico e sofferenza occupazionale è ancora significativo di come il "non lavorare" comporti l'insorgenza di disagio psichico, come si evince dall'intervento puntuale di Giuseppe Costa e Angelo D'Errico, di Gabriella Viberti, (più incentrati sul rapporto salute mentale-disoccupazione) e da quello di Roberto Cardaci (per quanto riguarda il precariato).

    Per un intervento efficace di superamento del malessere, oltre alla presa in carico dei Servizi Psichiatrici (ripercorrendo la storia degli ex degenti degli Ospedali Psichiatrici che trovarono nel lavoro la via per uscir dalla loro situazione di disagio anche sociale) il ritornare nel mondo del lavoro è certamente una via percorribile per aiutare chi, in sofferenza occupazionale vive anche situazioni di disagio psichico.

    E' dimostrato, in questo numero, dalle Ricerche di Cardano e Cardaci, che individuano nell'inserimento lavorativo e negli interventi di Rete territoriale uno strumento efficace per consentire a chi vive il disagio psichico da sofferenza occupazionale di migliorare la propria condizione non solo psicologica, ma anche sociale. E allora cosa si aspetta a utilizzare e mobilitare, in una fase di scarse risorse, i lavoratori in cassa-integrazione? Perché non rispondere alla crisi liberando, attraverso un piano nazionale dell'occupazione, le risorse umane che la crisi stessa ha liberato?

    Partendo da un punto di attacco alla "depressione economica e mentale" una serie di interventi specifici e puntuali vanno considerati. Qui mostriamo una "buona pratica" preventiva: una rete di sostegno psicologico, oltre che umano, , come si evince dall'intervento di Corrado Mandreoli e Massimo Cirri, uscendo dai confini del Piemonte, che rende conto dell'esperienza messa in atto a Milano.

    Interventi di prevenzione che devono essere individuati nelle loro forme più efficaci, se anche la nuova forma di lavoro che fornisce opportunità occupazionali, seppur in modo precario e contraddittorio, quello dei Call Center, destinati a rimanere come servizi essenziali per la comunicazione tra utenti/clienti da un lato e prestatori di servizi dall'altro anche nell'epoca della informatizzazione e della telematica, comporta uno stress psicologico notevole, come Alberto Rossati ha dimostrato in una recente ricerca e viene riportato in questo numero. Cambiare si può, occorre volerlo. 

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