Editoriale n.51 - Un Piano per la salute mentale a più voci

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    Testata_Articoli_51Questo numero di Politiche Piemonte è dedicato al tema della salute mentale e, più in particolare, alle attività di ricerca condotte su questo fronte dal nostro Istituto, in collaborazione con altri enti del territorio piemontese, nel corso del 2017.

    Non senza pazzia (né senza intelletto e ragione)

    Statistiche recenti indicano come il disagio psichico sia un fenomeno molto più diffuso di quel che si ritenga comunemente. Sebbene la nostra società abbia una naturale propensione a rimuovere il problema e a considerare questi disturbi come tipici di persone condannate, per caratteristiche personali, a vivere in un "loro mondo" di sofferenza ed estraniamento, tutti noi sappiamo che il confine tra normalità e follia è spesso molto più labile di quanto ci raccontiamo. E oggi il numero di persone che vivono su questa frontiera è molto elevato.

    L'accresciuta competizione nel lavoro e nello studio, l'esposizione ininterrotta al giudizio degli altri (adesso anche perennemente ricercato sui social network), la disponibilità di tecnologie che si rinnovano con rapidità incredibile e che ci obbligano quotidianamente a mettere in discussione conoscenze consolidate e comportamenti abitudinari sono fattori di stress che gravano sull'intera popolazione. Tanto che molti di noi si dichiarano alla continua ricerca di uno stato di equilibrio mentale che, evidentemente, si considera minacciato.

    I dati rilevati dall'Istat nell'indagine "Condizioni di salute e ricorso ai servizi sanitari" (2013) confermano la rilevanza di questo fenomeno. In Italia la percentuale di individui, di età compresa tra i 18 e i 64 anni, con alta probabilità di andare incontro a disturbi ansiosi o depressivi è vicina al 15%. In termini assoluti, circa 5 milioni e mezzo di persone. Naturalmente il numero di coloro che presentano disturbi psichiatrici diagnosticati è molto inferiore, ma resta tutt'altro che trascurabile. Come spiega in un recente articolo Fabrizio Starace, presidente della Società Italiana di Epidemiologia Psichiatrica, diverse indagini stimano un numero che va oltre i 2 milioni di persone sull'intero territorio nazionale.

    Il Piemonte non fa eccezione rispetto al resto d'Italia. Il Rapporto sulla salute mentale, pubblicato lo scorso anno dall'IRES Piemonte, riporta valori piuttosto preoccupanti. Dal 2005 ad oggi è aumentata in misura rilevante la percentuale di uomini con basso indice di salute psicologica; nello stesso periodo è cresciuta anche la percentuale di donne con basso indice di salute mentale . Ciò si riflette in un elevato consumo dei farmaci prescritti per affrontare queste situazioni (antipsicotici e antidepressivi), così come nell'adozione di una serie di comportamenti devianti .

    Sbagliato dunque considerare questo come un problema di pochi, che non ci riguarda direttamente. D'altra parte, come insegnano filosofi, poeti e scienziati di ogni tempo, tutti gli uomini e tutte le donne hanno una componente di irrazionalità che non va negata. Né sul piano personale, né su quello sociale. Al contrario saper accettare, governare e addirittura nutrire la propria componente di follia, consente di sviluppare una capacità creativa che rende il vivere - degli individui e delle comunità - un'esperienza più piena e ricca. Come suggerisce un noto verso di Goethe, anche le opere d'arte non possono esistere ed essere pienamente intese "senza pazzia", e nemmeno senza "intelletto e ragione", in quanto gli enigmi che esse ci pongono sono così profondi che abbiamo bisogno di entrambe queste qualità per affrontarli adeguatamente.

     

    Inclusione ed evidenza

    Gli articoli che seguono non trattano però solo il tema della salute mentale. Essi offrono lo spunto per compiere una riflessione di ordine più generale, relativa al modo in cui le decisioni pubbliche dovrebbero essere assunte. Il punto centrale di tale riflessione è il seguente. Le scelte che guidano le politiche dovrebbero basarsi su due criteri: inclusione ed evidenza. Un Istituto di ricerca come il nostro – che nasce per sostenere la programmazione regionale - deve impegnarsi a fondo per costruire le condizioni affinché questi criteri trovino una concreta traduzione operativa.

    Cosa si intende in questo caso per inclusione? Il lettore potrà trovare una risposta sintetica, ma ben articolata, nel contributo di Gianfranco Pomatto. Alla base vi è un principio semplice: sebbene decidere in pochi sia molto più facile che decidere in molti, in quanto si risparmia una gran quantità di tempo e di energie, a volte può essere opportuno – o addirittura necessario – allargare il tavolo delle decisioni per includere soggetti in grado di portare prospettive e punti di vista altrimenti non considerati. Spendere un po' di tempo prima che la decisione venga presa, nell'ascoltare e nel coinvolgere coloro che subiranno le conseguenze di tale decisione, può rendere più veloce la sua successiva attuazione.

    Quante decisioni hanno avuto un'applicazione incerta e rallentata, perché nel disegno dell'intervento le amministrazioni avevano sottovalutato aspetti considerati invece dai soggetti attuatori, o dagli stessi destinatari, come fondamentali? Quante politiche sono rimaste ferme al palo per anni, in quanto nella loro fase attuativa sono emerse situazioni di conflitto che in prima battuta si consideravano inesistenti o facilmente superabili? Di fronte al rischio di incorrere in casi simili, è del tutto ragionevole, da parte di un'amministrazione, avviare per tempo un processo inclusivo, che arricchisca il patrimonio di conoscenze a disposizione dei decisori. Il confronto dialettico tra le parti non farà emergere solo punti di vista logici e ben fondati, ma anche argomenti e atteggiamenti irrazionali, motivati magari dalla paura verso le novità che la politica proposta porta con sé, o dalla diffidenza nei confronti delle istituzioni, o ancora dall'avversione nei confronti del "potere". Nondimeno fronteggiare queste posizioni prima che l'intervento prenda forma, potrà aiutarne l'evoluzione successiva.

    L'articolo di Renato Cogno e Franca Beccaria descrive per sommi capi il percorso compiuto in Piemonte per giungere alla redazione partecipata del Piano d'Azione per la Salute Mentale (PASM). Si tratta del tentativo di applicare il criterio dell'inclusione descritto prima nella preparazione di un atto d'indirizzo molto importante per il futuro delle politiche regionali. Operatori del pubblico e del privato, esperti, utenti e famigliari non sono stati solo ascoltati, ma hanno collaborato nella stesura di un documento, che è stato già posto all'esame della Giunta regionale.

    I quattro articoli successivi fanno riferimento, in modo più o meno diretto, alla necessità di disporre di maggiore evidenza. Naturalmente anche questo è un termine molto ampio che va circoscritto. Utilizzandolo, intendiamo evocare il concetto di "evidence based policy". Ovvero l'idea che le politiche pubbliche dovrebbero basarsi su una conoscenza profonda della natura e dell'entità dei problemi collettivi che esse affrontano, così come della reale efficacia delle soluzioni messe in atto per limitarne la portata.

    Nel suo contributo Gabriella Viberti presenta quali sono le informazioni oggi disponibili per ricostruire il quadro d'insieme sulla salute mentale in Piemonte. Sebbene il sistema informativo sia ancora giovane e abbia molti margini di miglioramento, i dati fin qui prodotti hanno consentito la pubblicazione del Rapporto citato in precedenza che, oltre a fotografare la popolazione che soffre di disturbi psichici (circa 57.000 pazienti), descrive le attività dei Dipartimenti di Salute Mentale e l'insieme delle prestazioni erogate. I miglioramenti che saranno portati al sistema informativo regionale aiuteranno anche l'attuazione del PASM.

    Il PASM propone venti azioni, distribuite in diversi ambiti: governance delle politiche per la salute mentale, lotta allo stigma, prevenzione e promozione della salute mentale, accessibilità dei servizi, percorsi di cura, riabilitazione e reinserimento socio lavorativo, formazione e aggiornamento degli operatori. Ma quale evidenza esiste che le soluzioni proposte nel Piano siano davvero efficaci? Per rispondere a questa domanda Rita Longo, Marina Penasso e Chiara Rivoiro hanno avviato un lavoro di lettura e analisi di studi condotti in Italia e all'estero. Nel loro contributo ci propongono i primi esiti di questo lavoro.

    L'articolo successivo di Giovanni Geda affronta un tema particolare: la salute mentale dei migranti. Come ci ricorda l'autore, i dati a disposizione sono piuttosto scarsi. Tuttavia appare chiaro come alcune persone – i richiedenti asilo e i titolari di protezione internazionale – hanno un'elevata probabilità di sviluppare sindromi psicopatologiche, a causa della frequente incidenza di precedenti esperienze traumatiche. Almeno una persona su quattro ha subito torture, stupri o altre forme di violenza estrema. La costruzione di interventi volti ad affrontare i problemi psichici di queste persone richiede dunque maggiori informazioni sulle loro effettive condizioni di salute e sulle loro storie di vita.

    Il numero di Politiche Piemonte si chiude con un contributo di Patricia Pulido, Saverio Sileci e Anna Weigmann. L'articolo descrive il primo progetto italiano di inclusione finanziaria che sia stato attivato direttamente da persone che vivono un disagio mentale. Il progetto, nato a Torino nel 2013, si chiama CAF Futuro e segue l'approccio della microfinanza autogestita. Tale approccio si fonda sulle esperienze di prestito e risparmio comunitario presenti in Italia già nell'Ottocento e oggi molto diffuse nei Paesi del Sud del Mondo. Dopo il racconto di questa esperienza, l'articolo pone una domanda conclusiva: l'approccio comunitario, fondato sulla costruzione di relazioni positive tra le persone, è esportabile in altri contesti? Ad esempio, nella lotta alle dipendenza da gioco d'azzardo, dal fumo o dallo shopping compulsivo? Ancora una volta, rispondere a questa domanda richiede una sperimentazione rigorosa in grado di produrre una robusta evidenza empirica.

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