Il sostegno all’imprenditorialità giovanile: i fatti e le politiche

    di Questo indirizzo email è protetto dagli spambots. È necessario abilitare JavaScript per vederlo. e Questo indirizzo email è protetto dagli spambots. È necessario abilitare JavaScript per vederlo. - Ires Piemonte.

    Introduzione

    La crescente attenzione dedicata negli ultimi anni alla "questione giovanile" conduce ad interrogarsi anche sulle politiche ad essa rivolte. Si tratta tuttavia di una questione non semplice poiché gli interventi destinati, in modo diretto o indiretto, ai giovani sono decisamente numerosi e chiamano in causa diversi settori di policy (scuola, lavoro, salute, cultura, abitazione, fisco, ecc.).

     

    Il lavoro condotto nell'ambito del "Progetto giovani" dell'IRES Piemonte, oltre ad individuare i confini e le principali caratteristiche delle politiche per i giovani, ha cercato di mettere a fuoco un specifico ambito di intervento del quale viene spesso sostenuta l'importanza nel dibattito pubblico: le misure a sostegno dell'imprenditorialità giovanile. L'articolo riassume i principali elementi emersi dalla ricerca ed è diviso in tre parti: nella prima, premesse alcune considerazioni concettuali, si offrono evidenze statistiche sui giovani imprenditori in Piemonte; nella seconda si illustrano le caratteristiche delle politiche che promuovono l'imprenditorialità giovanile, sia sotto il profilo teorico che empirico; la terza parte è dedicata ad alcuni riflessioni conclusive.

     

    L'imprenditorialità giovanile in Piemonte: alcune evidenze statistiche

    L'imprenditorialità, e gli imprenditori, sono riconosciuti come importanti veicoli dello sviluppo economico-sociale, svolgendo un ruolo centrale nelle trasformazioni che inducono crescita economica, dell'occupazione, flusso di innovazioni e dinamica della produttività. La nascita di iniziative imprenditoriali ogni anno raggiunge livelli significativi in quasi tutte le economie avanzate e il fatto che una buona parte delle nuove imprese abbiano tassi di sopravvivenza piuttosto contenuti non toglie che la creazione d'impresa sia un elemento essenziale per la dinamica dell'economia, garantendo lo sviluppo di lungo periodo. Se la rilevanza dell'impresa è un elemento indiscusso, meno condiviso è il concetto di imprenditorialità. Negli ultimi decenni la letteratura ha iniziato a porsi un interrogativo solo apparentemente banale: cosa si intende quando parliamo di imprenditorialità? Convivono infatti diverse concezioni, che è bene precisare, in quanto da esse discende una diversa impostazione tanto sul piano analitico quanto su quello delle politiche: vi è infatti una certa differenza fra l'imprenditore e le caratteristiche tipiche dell'attività imprenditoriale (il rischio, l'innovazione, l'autonomia organizzativa, l'economicità, ecc.). Quest'ultime possono infatti manifestarsi anche in attività che non assumono la forma giuridica dell'impresa e, al tempo stesso, non sempre quest'ultima presenta i tratti caratteristici dell'attività imprenditoriale. Ad esempio, utilizzare come fonte informativa quella che poggia su una definizione 'giuridica' di impresa (il registro delle imprese presso le Camere di Commercio) conduce ad includere numerose forme di società di comodo da un lato e dall'altro ditte individuali o forme di lavoro etero diretto assimilabile al lavoro parasubordinato o dipendente, proliferate in alcuni settori, a seconda delle convenienze fiscali o sulle normative relative agli adempimenti per l'espletamento di particolari attività (es. sicurezza sul lavoro).

    Nel dibattito corrente si tende inoltre ad individuare come potenzialmente 'imprenditoriali' numerose forme di lavoro autonomo che hanno assunto particolare diffusione nel tessuto produttivo italiano (con lo sviluppo di forme di impresa di piccola o piccolissima dimensione in conseguenza della disarticolazione del tessuto produttivo) ed anche in seguito alla nascita di nuove figure di lavoratori autonomi in attività sia tradizionali che innovative, alcune delle quali caratterizzano in modo specifico il mondo dei lavoratori più giovani. Anche per il lavoro autonomo vale lo stesso fenomeno già evidenziato per l'impresa ovvero una sua diffusione legata a ragioni istituzionali. Le riforme avviate a partire degli anni novanta volte alla flessibilità in ingresso, hanno determinato nuove fattispecie contrattuali nelle quali le forme di auto impiego risultano accresciute. Non tutte queste forme peraltro rispondono alle caratteristiche tipiche del lavoro autonomo, dal momento che esistono forme contrattuali in cui la relazione fra committente e lavoratore in realtà maschera un rapporto di lavoro dipendente. La principale conseguenza di quanto finora sommariamente evidenziato è che il tema dell'imprenditorialità, nel contesto italiano, si intreccia fortemente con diverse altre questioni (il lavoro autonomo, la piccola impresa, le riforme normative, le caratteristiche della forza lavoro e della struttura economica) rendendo non semplice l'analisi del fenomeno.

    Ciò premesso, le fonti statistiche disponibili consentono di tracciare un primo quadro della situazione dei giovani piemontesi nel contesto del lavoro autonomo e dell'impresa. Rispetto alla media regionale (25,7% la quota di occupati in posizione di lavoro autonomo), la popolazione giovanile presenta valori leggermente superiori nella fascia di età 15-19 (26,4%) e valori poco inferiori nelle fasce di età 20-29 anni e 30-35 anni (rispettivamente 18,7% e 20,1%). Ma ciò che differenzia maggiormente la situazione delle classi giovanili, rispetto ai "non giovani", è la composizione per tipologia di figura professionale (tabella 1). In alcune posizioni professionali - gli imprenditori, i lavoratori in proprio e i liberi professionisti - la fascia giovanile (fino ai 34 anni) è presente con valori inferiori rispetto alle altre fasce di età. Invece tra i giovani si rilevano quote relativamente maggiori nelle posizioni professionali costituite dai coadiuvanti in azienda familiare (soprattutto nelle fasce di età inferiori) e, in misura minore, dai titolari di collaborazioni coordinate e continuative (co.co.co). Nel primo caso appare evidente come queste posizioni risultino forme di accesso al mercato del lavoro, in alcuni casi all'ingresso o al subentro in un'impresa familiare, ma, come dimostrano alcune indagini, anche come inserimenti temporanei nel contesto di strategie di ricerca di occasioni di lavoro alternative all'impresa familiare. Per quanto riguarda le collaborazioni coordinate continuative, vale quanto già detto, esse non sono sempre riconducibili a forme di auto impiego.

     

    Tabella 1. Occupazione in Piemonte per fascia di età e posizione nella professione - anno 2010

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     Fonte: Osservatorio Regionale Mercato del Lavoro - Regione Piemonte

     

    La base dati StockView del sistema camerale consente invece di rilevare le persone che hanno cariche all'interno delle imprese registrate, sia in quanto titolari di impresa individuale sia in qualità di soci od amministratori. Il quadro piemontese evidenzia una presenza piuttosto contenuta di queste figure fra i giovani (anche se si rilevano valori leggermente superiori rispetto al dato nazionale): nella classe di età 18-29 anni, le cariche rilevate rappresentano il 7,9% della popolazione di riferimento (a fronte del 6,6% a livello nazionale). Alcuni aspetti meritano tuttavia di essere segnalati. Innanzitutto, sotto il profilo della nazionalità, la componente straniera è più presente fra le classi giovanili, con rilevanti proporzioni (circa il 17% del complesso delle cariche rilevate, a fronte del 7% circa nella media complessiva). Inoltre, i giovani tendono ad essere maggiormente presenti in alcuni settori di attività, quali le costruzioni e la ristorazione, oltre che in alcuni settori dei servizi meno rilevanti quantitativamente (attività sportive e ricreative). Risultano, invece, meno presenti nei tradizionali settori agricolo e manifatturiero, oltre che nelle attività immobiliari, ma pure in ambiti che più si sono sviluppati negli anni recenti, quali i servizi di comunicazione e le attività scientifiche e di ricerca.

     

    Figura 1. Persone d'impresa (tutte le cariche) – anno 2011 composizione percentuale per settore di attività

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    Fonte: Base dati StockView del sistema camerale

     

    Le politiche per l'imprenditorialità giovanile

    Le politiche a favore dell'imprenditorialità giovanile, una delle misure più spesso evocate nel dibattito pubblico sulla "questione giovanile", solitamente trovano giustificazione nella considerazione che, rispetto alla popolazione più adulta, i giovani imprenditori possono presentare in grado minore alcune caratteristiche che favoriscono l'avvio di un'iniziativa imprenditoriale: modesta o nulla dotazione di capitale finanziario, scarsa esperienza professionale, ridotta conoscenza del meccanismi formali e informali delle attività di mercato. La diversa natura delle cause che possono ostacolare o disincentivare i giovani dall'avviare un'attività imprenditoriale rende assai ampio lo spettro degli strumenti a cui l'operatore pubblico può rivolgersi per incentivare la formazione di giovani imprenditori.

    Tra le misure di carattere generale trovano spazio le iniziative finalizzate a diffondere la conoscenza del mondo dell'impresa e a promuovere attitudini imprenditoriali; si tratta di iniziative realizzate in ambito formativo (ed in particolare nell'istruzione secondaria ed universitaria) ma anche e più frequentemente al di fuori delle istituzioni formative in senso stretto, per iniziativa degli organi di rappresentanza e associativi del mondo imprenditoriale (Camere di Commercio, Associazioni industriali, ecc.).

    Le misure di carattere specifico sono invece maggiormente orientate verso coloro che hanno già maturato l'idea di avviare un'attività imprenditoriale. In questo caso gli interventi mirano, se non proprio a rimuovere del tutto, ad attenuare gli ostacoli che i giovani incontrano nell'intraprendere un'attività imprenditoriale, sia nella fase di start-up che nel periodo immediatamente successivo. Rientrano nel novero di tali interventi numerose misure tra le quali prevalgono quelle di natura economico finanziaria (prestiti a tasso agevolato, erogazioni a fondo perduto, ecc.) e di assistenza diretta nei confronti del giovane imprenditore (predisposizione di business plan, accompagnamento nei percorsi burocratici, ecc.).

    Nel contesto italiano, le politiche di sostegno all'imprenditorialità hanno trovato una prima formulazione di livello nazionale nella legge 44 del 1986 (cosiddetta "legge De Vito") destinata a promuovere lo sviluppo della imprenditorialità giovanile, dapprima nelle sole regioni del Mezzogiorno e poi (a partire dal 1993) nelle aree considerate svantaggiate dagli strumenti di programmazione europei. Inoltre, a partire dal 1989, con l'avvio del primo ciclo di programmazione dei fondi europei, numerosi interventi di promozione dell'imprenditorialità (giovanile e non) trovano collocazione nei diversi strumenti di programmazione di matrice europea (FESR e FSE).

    Focalizzando l'attenzione alla sola realtà piemontese e al periodo più recente, non sembrano essere attive rilevanti misure di policy destinate in modo esplicito ed esclusivo a promuovere l'imprenditorialità giovanile. Sono tuttavia presenti diverse iniziative che possono coinvolgere, in misura variabile, la popolazione giovanile. E' il caso ad esempio degli Incubatori d'impresa, sviluppati dalle istituzione accademiche piemontesi (I3P del Politecnico di Torino, 2I3T dell'Università di Torino, ENNE3 dell'Università del Piemonte orientale) e del programma MIP (Mettersi in proprio) promosso dalla Provincia di Torino. Soffermandosi sui provvedimenti regionali si possono inoltre richiamare: la l.r. 28/1993 (e s.m.i) contenente "Misure straordinarie per incentivare l'occupazione mediante la promozione e il sostegno di nuove iniziative imprenditoriali e per l'inserimento in nuovi posti di lavoro rivolti a soggetti svantaggiati"; la l.r. 12/2004 "Fondo di garanzia per l'accesso al credito a favore dell'imprenditoria femminile e giovanile"; la l.r. 23/2004 "Interventi per lo sviluppo e la promozione della cooperazione". Tutte queste norme contemplano tra i possibili beneficiari (anche) i giovani di età compresa tra i 18 e i 35 anni ma quasi mai in modo esclusivo. Una rilevante eccezione a questo quadro è rappresentato dal recente "Piano per i giovani" approvato dalla Giunta regionale nel novembre 2011 che si affianca ad una serie di interventi (quali, ad esempio, il Piano straordinario per l'occupazione e il Piano per le competitività) introdotti per fronteggiare gli effetti dell'attuale crisi economica. il Piano Giovani è interamente orientato ad affrontare il problema della disoccupazione giovanile (individuato come il principale problema che assilla le giovani generazioni) cercando di aggredire il fenomeno attraverso l'attuazione di dieci misure ad hoc. Alcune di queste mirano a favorire l'inserimento occupazionale in imprese esistenti attraverso misure di agevolazione fiscale e/o tirocini formativi individualizzati ma altre (la maggior parte) sono direttamente rivolte a promuovere l'imprenditorialità giovanile prevedendo premialità per i giovani imprenditori, sostegno nei confronti di società cooperative formate da giovani lavoratori (partite IVA), ecc.

     

    Conclusioni

    Alle politiche per l'imprenditorialità viene attribuito un crescente interesse per le potenzialità che in esse si ravvisano nel perseguire diversi obiettivi (la crescita economica, l'aumento dell'occupazione, lo sviluppo dell'innovazione, ecc.). Tuttavia, le politiche per favorire la nascita di nuove imprese, benché generalmente auspicate, non trovano un acclarato riscontro di efficacia sia sotto il profilo teorico che nei risultati delle politiche attuate. La dimensione quantitativa delle nuove imprese attivate attraverso specifiche politiche pubbliche fa ritenere tali iniziative certamente utili, ma forse sopravvalutate rispetto ai compiti che vengono ad esse attribuite nella soluzione delle difficoltà di accesso al mercato del lavoro per i giovani. Da un lato i giovani non sembrano una categoria che più si caratterizza per intraprendere attività imprenditoriali di successo: queste, oltre alle specifiche abilità imprenditoriali, alle doti di propensione al rischio e al desiderio di autonomia ascrivibili alle singole persone (e che non paiono particolarmente discriminare la popolazione giovanile in confronto ad altre fasce di età) necessitano di competenze spesso acquisite nell'esperienza lavorativa, oltre che di risorse relazionali e reputazionali, generalmente più deboli (relativamente) fra i giovani. Forse più che un orientamento generico alle politiche per l'imprenditorialità, potrebbe essere più utile un approccio che offra ai giovani supporto rispetto ad alcuni specifici settori innovativi, nei quali possono essere portatori di asset conoscitivi, relazionali o culturali specifici. A ciò, si aggiunga che una parte del lavoro autonomo (auto impiego) che ha trovato un'amplissima diffusione in Italia presso le fasce giovanili nel passato recente, copre situazioni che poco hanno a che fare con un'attività imprenditoriale, ma si sostanziano in forme di lavoro etero-diretto. Allora occorrerebbe forse distinguere con più nettezza fra l'auspicio verso politiche tese ad allargare l'orizzonte del mercato del lavoro di riferimento dei giovani, con una maggior considerazione delle opportunità offerte dal lavoro autonomo, e la convinzione, ampiamente diffusa, che siano necessarie misure concrete a favore dello sviluppo dell'imprenditorialità giovanile, distinte da quelle – certamente necessarie - orientate all'insieme della popolazione (giovane e non).

     

    Per approfondimenti: Cantiere progetto Giovani

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