Difficile transizione laurea - lavoro: tutta colpa della crisi?

    di Questo indirizzo email è protetto dagli spambots. È necessario abilitare JavaScript per vederlo. e Questo indirizzo email è protetto dagli spambots. È necessario abilitare JavaScript per vederlo. – Osservatorio regionale per l'Università e per il Diritto allo studio universitario del Piemonte.

    Le difficoltà occupazionali dei laureati(1)

    I dati evidenziano come, negli ultimi anni, anche i laureati, il segmento più qualificato della offerta di lavoro, stentano a trovare un'occupazione, tanto più se stabile, ben retribuita e coerente con il corso di laurea seguito.

    Individuare le ragioni alla base di queste crescenti difficoltà è operazione tutt'altro che semplice, tuttavia è possibile individuare qualche indizio utile alla discussione. Senza dubbio, la crisi economica globale gioca un ruolo di primo piano, ma agisce su un tessuto produttivo che da anni fatica ad assorbire personale qualificato.

     

    Suggeriscono questa interpretazione i dati sulla condizione occupazionale dei laureati, quelli sulle assunzioni previste dalle imprese, gli studi sulle caratteristiche dell'economia piemontese. In particolare, non si rileva quella decisa inversione di rotta, da più parti auspicata, verso un serio e strutturato investimento in capitale umano qualificato; piuttosto, sembra che le imprese approfittino della disponibilità di laureati, li assumano con forme contrattuali "flessibili", li paghino ai livelli (reali) di 10 anni fa e li impieghino in categorie professionali che richiedono un livello di competenze al di sotto di quelle che essi hanno acquisito. In questo quadro, la famiglia di origine continua a esercitare una notevole influenza, soprattutto nei casi in cui i genitori sono nella condizione di poter "tramandare" la professione (liberale) che svolgono ai figli. Per altro verso, un numero crescente di laureati decide di andare a lavorare all'estero, decisione mediamente vantaggiosa sia sotto il profilo contrattuale sia retributivo, ma che non è alla portata di tutti.

    Va detto che il peggioramento delle opportunità occupazionali non deve essere attribuito al fatto che i laureati sono diventati "troppi", come troppo spesso affermato anche da autorevoli opinionisti. Dobbiamo infatti ricordare che l'Italia, con 20 laureati su 100 individui di 30-34 anni, si colloca nella penultima posizione della classifica dei paesi europei per diffusione di titoli di studio di livello terziario, un dato lontano da quello delle realtà più avanzate e la metà dell'obiettivo strategico stabilito dalla Commissione Europea per il 2020. È piuttosto la domanda di lavoro ad essi rivolta a non essere aumentata in misura proporzionale.

     

    L'occupazione tra il 2001 e il 2010

    Negli ultimi 10 anni, il tasso di occupazione dei laureati a 1 anno dal titolo è diminuito di 11 punti percentuali: se nel 2001, 71 laureati pre-riforma su 100 dichiaravano di essere occupati, nel 2010 sono in questa condizione meno di 60 laureati magistrali e a ciclo unico su 100. La crisi, i cui negativi effetti sono evidenti nel triennio 2008-2010, si è innestata in un processo che faceva già registrare le prime difficoltà occupazionali a carico dei laureati. Anche i laureati triennali, il cui tasso di occupazione nel 2010 a 1 anno dalla laurea è del 47%, incontrano difficoltà crescenti nel trovare lavoro (Fig. 1). La tendenza al ribasso delle opportunità di impiego non è purtroppo confinata al periodo immediatamente successivo al conseguimento della laurea. Anche a 3 anni dal titolo, il tasso di occupazione perde fino a 7 punti percentuali.

    I dati medi non sono in grado, da soli, di descrivere una realtà quanto mai diversificata. In primo luogo, occorre tenere presente l'elevatissima percentuale di laureati triennali che si iscrivono al biennio magistrale, circostanza che rende quantomeno parziale l'analisi della loro condizione occupazionale. Proseguono soprattutto coloro che hanno completato rapidamente gli studi, che non hanno mai lavorato durante il triennio, che provengono dai licei e da famiglie socialmente favorite, fattori spesso collegati tra loro. In alcune facoltà (come Ingegneria, Architettura, Psicologia), si iscrive al biennio magistrale addirittura l'80-90% dei triennali; solo i laureati in scienze infermieristiche cercano (e spesso trovano) subito lavoro, grazie alla buona capacità di assorbimento del mondo del lavoro in questo settore.

     

    Figura 1. Il tasso di occupazione dei laureati a 1 anno dalla laurea, distinti per tipologia di corso (laureati 2000 – 2009)

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    Nota: le etichette dell'asse delle ascisse: L2000, L2001, ecc. indicano le popolazioni considerate: laureati nel 2000 intervistati nel 2001, laureati nel 2001 intervistati nel 2002 e così via. Nell'analisi dei dati, ci siamo resi conto che la coorte di laureati 2006, fatto salvo il caso dei laureati triennali, non fornisce informazioni sufficientemente attendibili, perché, a partire da quell'anno, i laureati pre-riforma iniziano a essere "code" di quella popolazione, con caratteristiche peculiari: hanno impiegato molti anni a laurearsi, hanno un'età elevata, sono perlopiù studenti lavoratori. Per altro verso, anche i primi laureati magistrali hanno caratteristiche peculiari: hanno terminato gli studi nei tempi previsti, sono i più giovani, molti di essi continuavano a studiare anche dopo il biennio.

    Fonte: elaborazioni Osservatorio regionale per l'Università su dati AlmaLaurea

    I processi di transizione università-lavoro dei laureati triennali sono dunque positivi in pochi, selezionati casi (nel caso dei laureati in scienze infermieristiche il tasso di occupazione è del 90% a 1 anno dalla laurea). Sull'altro versante, sono moltissimi i laureati in Scienze Politiche, Lettere, Lingue, disoccupati a 1 anno dalla laurea. In questo quadro, la crisi economica ha determinato un ulteriore aumento dei laureati che decidono di continuare gli studi e una progressiva precarizzazione dei contratti tra gli occupati: nel 2010, solo 1 laureato triennale su 3, occupato a 1 anno dalla laurea, gode di un contratto a tempo indeterminato (tra i laureati 2007 erano più di 4 su 10).

    Alla luce di questi dati, sembra più corretto soffermare l'attenzione sui laureati di secondo livello, sia per l'inferiore propensione a proseguire gli studi (proseguono – in media – 20 laureati magistrali su 100), sia perché si tratta di una popolazione più facilmente confrontabile con quella dei laureati pre-riforma. In questo caso, si osserva come, mentre fra il 2003 e il 2008, la quota di laureati occupati a 1 anno dalla laurea resti sostanzialmente stabile fra il 65% e il 68%, nel 2009 e nel 2010 essa abbia registrato una pesante flessione, portandosi al 60%. Nello stesso periodo, i disoccupati passano dal 15% al 22%.

    Evidenti le differenze disciplinari: a detenere il primato del più elevato tasso di occupazione sono i laureati in Scienze della Formazione, ma ciò avviene solo grazie all'elevatissima quota di laureati che proseguono lo stesso lavoro che già svolgevano durante gli studi. Seguono Architettura e Agraria, facoltà i cui laureati hanno caratteristiche profondamente diverse ma dove vi è un'elevata incidenza di lavoratori autonomi (quasi 1 su 4). Buone le performance dei laureati in Lingue, Ingegneria ed Economia, dove – soprattutto negli ultimi due casi – la maggioranza dei giovani inizia a lavorare dopo il conseguimento della laurea. All'opposto, la disoccupazione affligge soprattutto i laureati in Psicologia, Lettere, Scienze Politiche, dove circa 1 laureato su 3 è disoccupato a 1 anno dopo la laurea.

    I dati evidenziano come la crisi abbia colpito tutte le discipline, con poche eccezioni. Preoccupa, in particolare, osservare come le discipline maggiormente colpite sono quelle che fino agli anni scorsi erano in grado di "reggere" con maggior forza le sfide del mercato del lavoro, quali Ingegneria ed Economia, un segnale che le difficoltà ad assorbire capitale umano si sono manifestate, in primo luogo, nelle imprese private, sbocco privilegiato dei laureati in queste discipline. Anche fra i laureati magistrali aumenta la "flessibilità" del lavoro: tra il 2002 e il 2010 la diffusione del contratto a tempo indeterminato diminuisce dal 32% al 21%, mentre le forme contrattuali atipiche passano dal 57% al 70%, concentrandosi soprattutto nel settore pubblico, dove la maggior parte dei laureati lavora con un contratto di collaborazione o con un contratto a tempo determinato. Preoccupante è la crescita del lavoro nero, particolarmente diffuso in alcuni ambiti disciplinari.

    Il guadagno netto mensile dei laureati magistrali del 2009, occupati nel 2010, è pari a 1.220 euro se sono maschi, a 1.000 euro se sono femmine, dati che confermano la disparità di reddito tra generi e che, se collocati in una serie storica più ampia, evidenziano come nell'ultimo decennio il reddito medio dei laureati in termini reali a 1 anno dalla laurea sia diminuito del 6%. Un elemento desta sorpresa: i laureati magistrali guadagnano come i triennali e ciò avviene in tutti gli ambiti disciplinari. Non è agevole spiegare questo risultato; possiamo ipotizzare che il mondo del lavoro fatichi a riconoscere le diverse caratteristiche e preparazione dei laureati e scelga di assegnare un salario di ingresso, indipendente dal livello di competenze posseduto. Tuttavia, la parità di reddito tra tipologie diverse di laureati si verifica anche a 3 anni dal titolo, tranne nel caso dei laureati in Ingegneria e in Economia, dato si può forse spiegare con la presenza di impieghi che si fanno via via più stabili in aziende private, dove funzionano meglio i meccanismi di progressione di carriera.

    L'eterogeneità disciplinare della popolazione dei laureati magistrali a ciclo unico impedisce strutturate analisi della loro condizione occupazionale a 1 anno dal titolo. Mentre i laureati in Farmacia e in Medicina Veterinaria si rivolgono immediatamente al mondo del lavoro, chi si è laureato in Medicina e Chirurgia e in Giurisprudenza rimanda l'ingresso nel mercato del lavoro anche di molti anni, perché inizia corsi di specializzazione o attività di praticantato. Non sorprende dunque se i tassi di occupazione siano condizionati da queste diverse strategie. I laureati in Medicina e Chirurgia, in particolare, devono aspettare almeno 5 anni dal titolo per trovare idonea collocazione nel mondo del lavoro.

    Il quadro a tinte fosche tratteggiato finora si riferisce alla condizione occupazionale a 1 anno dalla laurea. A 3 anni, il tasso di occupazione dei laureati magistrali del 2007, pari dopo 1 anno al 67%, aumenta al 79%, la disoccupazione diminuisce dal 15% al 9%, la diffusione del contratto a tempo indeterminato passa dal 29% al 47%, il lavoro autonomo dal 6% al 15%, mentre diminuiscono tutte le forme di lavoro atipiche. A 3 anni dal titolo, i laureati 2007 guadagnano il 20% in più di quello che guadagnavano dopo 1 anno.

     

    Le richieste delle imprese

    I dati sulle previsioni di assunzioni delle imprese aggiungono qualche elemento informativo alle nostre considerazioni. L'effetto della crisi è chiaramente distinguibile osservando i dati dell'ultimo decennio e soffermando l'attenzione sul forte ridimensionamento dei programmi di inserimento di nuovi addetti formulati dalle imprese nel 2008, relativamente all'anno successivo (Fig. 3). Le intenzioni, più ottimistiche, relative ai 2 anni successivi, non consentono al tessuto economico piemontese di recuperare completamente la perdita di assunzioni.

    Ciò posto, è importante sottolineare che, nello stesso periodo, le imprese hanno mantenuto sostanzialmente inalterata la distribuzione delle assunzioni previste per titolo di studio. Stupisce che nel 2011, in una importante regione industrializzata del Nord Ovest quale è il Piemonte, le imprese hanno dichiarato di voler reclutare solo 14 laureati su 100 nuovi assunti (a fronte di 41 diplomati, 13 in possesso della qualifica professionale e 32 della licenza elementare o media), un livello simile a quello di 10 anni prima e lontano da quello che si può registrare in altri paesi avanzati. Le assunzioni sono concentrate in poche discipline: su 100 nuovi inserimenti, 34 sono rivolti a laureati in Ingegneria, 24 a laureati in Economia, 11 nelle discipline dell'insegnamento e della formazione, 7 a medici e infermieri, 5 in ambito chimico-farmaceutico. Inoltre, soffermandoci sulle 16 categorie professionali con più di 100 assunzioni previste nel 2011, accanto a professioni alle quali si può facilmente associare un titolo universitario (Informatici, Ingegneri, Farmacisti), ve ne sono altre assai meno qualificate, come gli operatori di call center e le figure di segreteria, a larga prevalenza di contratti precari, per le quali si può ipotizzare bassa qualità delle mansioni svolte e diffusa insoddisfazione tra gli occupati. Da notare come vi siano categorie professionali, come specialisti nelle pubbliche relazioni, ingegneri civili e architetti, fisici e matematici, agronomi, interpreti, dove l'impiego alle dipendenze nel settore privato dovrebbe rappresentare, se non quello prevalente, certamente uno degli sbocchi lavorativi per molti laureati, e dove invece, nel periodo 2008-2011, le imprese hanno stimato di assumere solo qualche decina di addetti. Infine, per 7 assunzioni su 10 le imprese dichiarano di non avere alcuna difficoltà nel reperire le figure cercate, percentuale che aumenta soprattutto per le professioni meno qualificate. È un segnale che conferma la disponibilità di capitale umano rispetto alle (poco) qualificate offerte delle imprese.

     

    Figura 2. Assunzioni previste in Piemonte, per titolo di studio (2001-2011) – v.a.

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    Nota: i dati comprendono le assunzioni previste dalle imprese della Valle d'Aosta

    Fonte: elaborazioni Osservatorio regionale per l'Università su dati Excelsior-Unioncamere

     

     

     

    Nota(1) (*) L'articolo, già pubblicato come Articolo Sisform su sisfrom.piemonte.it, propone i principali risultati di uno studio a cura dell'Osservatorio regionale per l'Università e per il Diritto allo studio universitario realizzato per il Progetto Giovani dell'Ires.

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