Orti urbani, prototipi di sostenibilità?

    di Questo indirizzo email è protetto dagli spambots. È necessario abilitare JavaScript per vederlo. (Dip. di Scienze Agrarie, Forestali e Alimentari, Università degli Studi di Torino), Questo indirizzo email è protetto dagli spambots. È necessario abilitare JavaScript per vederlo. (Dip. di Scienze Agrarie, Forestali e Alimentari, Università degli Studi di Torino), Questo indirizzo email è protetto dagli spambots. È necessario abilitare JavaScript per vederlo. (Agroservice s.r.l. Peveragno)

    Introduzione

    In questi ultimi anni, molti degli addetti ai lavori del settore agricoltura, pianificazione e gestione del verde urbano hanno partecipato a eventi nei quali circoscrizioni, comuni, associazioni, cooperative agricole/sociali e istituti scolastici presentavano i risultati raggiunti nel corso delle loro esperienze di realizzazione di un orto urbano. In genere si tratta di progetti che sono stati capaci di agire su più fronti trasversalmente ai temi che hanno a che fare con il rapporto uomo-natura, la salute, la nutrizione, l'esercizio fisico, l'autostima, l'educazione ambientale, l'inclusione, la coesione sociale, l'espressione della propria cultura, l'amicizia, la reciprocità, lo sviluppo di determinate capacità, lo scambio fra generazioni, la crescita personale , l'economia locale e la democrazia.

    Anche se al momento non è possibile fornire una quantificazione puntuale del fenomeno, si tratta di un'esperienza diffusa su tutto il territorio regionale che se pur con forme eterogenee, che vanno dagli orti comunali, sociali, collettivi, multietnici a quelli scolastici si caratterizza per l'intento comune di promuovere un utilizzo attivo del territorio urbano da parte della popolazione.

    Se da un lato quindi la crisi economica sembrerebbe aver favorito il riavvicinamento a quella che fin dal dopo guerra era una pratica quotidiana diffusa, la valenza di tali esperienze in ambito urbano va ben aldilà di quello che può essere il risparmio famigliare sulla spesa alimentare. Il valore aggiunto di queste iniziative, riscontrato in letteratura, sembrerebbe essere legato soprattutto alle ricadute sociali in termini di effetti positivi di coesione (Glover et al., 2005; D'Abundo et al., 2009; Guitart et al., 2012). La presenza di orti urbani in una determinata area può rappresentare nei fatti un volano per la creazione d'interazione fra le persone, che porta alla nascita di relazioni informali di scambio e reciprocità, facilitando la crescita di un senso di appartenenza al territorio. Questo a sua volta si riflette in una maggiore vivibilità dello spazio pubblico e attenzione al contesto urbano allargato, come ci testimonia l'iniziativa qui di seguito descritta.

     

    Il progetto degli Orti Sociali nella periferia della città di Cuneo

    L'esperienza nasce nel 2012 quando, per far fronte ad alcune situazioni di difficoltà economica e di marginalità sociale riscontrate dal centro ascolto della Caritas Diocesana di Cuneo tra alcune famiglie residenti nella frazione di Cerialdo (2000 abitanti) nella periferia a nord-ovest della città, la Parrocchia di San Pio con il supporto della Caritas diocesana e della cooperativa sociale Cassiopea intraprende un progetto per la realizzazione di un orto sociale. L'obiettivo è di fornire un contributo fattivo al sostentamento di dodici famiglie, di cui dieci immigrate, coinvolgendole attivamente in un percorso d'integrazione fra lavoro, impegno e solidarietà. Si è partiti dalla messa a disposizione di un terreno dato in comodato d'uso da un parrocchiano, suddiviso in lotti di circa sessanta metri quadrati ciascuno e dalla fornitura a ciascun nucleo famigliare di sementi, piantine e attrezzature, e del supporto di un agronomo. A ogni famiglia è stato richiesto di avere cura del proprio appezzamento dal punto di vista produttivo ed estetico. E' cosi iniziata la fase produttiva, che ha visto la coltivazione di ortaggi locali e erbe aromatiche (alcune tipiche della cultura di provenienza delle famiglie). E' inoltre stato richiesto a ogni partecipante di consegnare alla parrocchia il surplus produttivo, a sua volta ridistribuito ad altre famiglie bisognose per continuare ad alimentare la logica di solidarietà, sulla base della quale si è innescata l'intera esperienza. In ragione dei molteplici risultati ottenuti si è deciso di ampliare l'iniziativa, che oggi ha più che raddoppiato il numero delle famiglie coinvolte e i terreni messi a disposizione. Sicuramente c'è stata una valenza di tipo produttivo/alimentare: le famiglie che hanno partecipato al progetto hanno avuto a disposizione ortaggi di stagione prodotti nel rispetto dell'ambiente. Non solo, accanto alla funzione storicamente principale dell'orto, se n'è aggiunta una di tipo relazionale ancora più rilevante, che ha operato come risorsa, trasversalmente alle dinamiche interne alle famiglie e tra queste e la comunità. L'attività dell'orto ha rappresentato soprattutto per la componente femminile la possibilità di poter svolgere un ruolo attivo al mantenimento famigliare al di fuori delle mura domestiche, con gratificazione concreta e orgoglio dato dal raccolto e dalla possibilità di poter contribuire con il proprio impegno ad aiutare altre famiglie della comunità. Inoltre l'orto è diventato il punto d'incontro fra queste famiglie e la comunità di Cerialdo. Nell'orto, attraverso lo scambio di informazioni pratiche e consigli sulla gestione e pianificazione dei lavori, si è innescato un processo di reciproco avvicinamento fra queste famiglie e la comunità, che ha contribuito sia al superamento delle iniziali barriere e dei preconcetti dovuti all'appartenenza a culture diverse, sia alla costruzione di un nuovo circuito di relazioni.

     

    Un quadro ancora più ricco e complesso di quanto non già sembrerebbe

    Se l'esperienza conferma le esternalità positive che un orto urbano è in grado di generare, allo stesso tempo stimola una riflessione sulla possibile evoluzione di iniziative di tal genere. Pur nella loro diversità, ci sembra che molte di queste esperienze abbiano superato gli obiettivi di breve periodo che si erano prefissati, collocandosi in un quadro più complesso e diversificato di quanto gli stessi protagonisti siano portati a ritenere. In molte di queste esperienze l'orto sembrerebbe essere diventato un laboratorio nel quale sperimentare in modo incrementale nuove idee e pratiche sulla qualità della vita, sulla sostenibilità urbana, sul rapporto tra uomo, ambiente e natura, sul governo del territorio dove si coniugano competenze urbanistiche, ecologiche, agronomiche, paesaggistiche. Coltivare un orto collettivo è quindi un modo non solo per avvicinarsi all'agricoltura, ma anche per aprirsi alla progettazione partecipata. Implica, inoltre, il porre nuova attenzione a ciò che ci circonda, oltre che praticare la tolleranza, riportando la cura di spazi marginali o abbandonati in mano alle persone di una comunità. Tutte queste attività possono essere viste come elementi importanti di una progettualità indirizzata verso l'educazione alla sostenibilità, non intesa solo come sostenibilità ambientale, ma anche sociale ed economica. Il modello di sviluppo attuale, spesso insostenibile, è portato avanti da una cultura dominante, diffusa dal processo di globalizzazione a livello mondiale, che arriva a far coincidere l'idea di raggiungimento del benessere personale, della felicità, unicamente con la capacità di acquisto dei beni materiali, tanto quanto il prodotto interno lordo è utilizzato come misura del benessere complessivo di una popolazione (Panarello, 2011). Se si vuole quindi promuovere l'inizio di una riconversione verso modelli sostenibili non si può prescindere dall'operare un cambiamento culturale che dovrebbe essere promosso dalla policy dei territori e rivolto principalmente alle nuove generazioni.

    Un modello verso il quale, peraltro, emerge una convergenza spontanea da parte della collettività che, tuttavia, per essere realmente efficace e innovativo deve crescere in modo integrato con la funzione dell'amministrazione locale e delle sue politiche, al fine di implementare processi di reale cambiamento verso comunità più sostenibili, soprattutto socialmente. Il rischio è che altrimenti rimangano tante singole esperienze che, se pur valide, non riescano a far maturare coerentemente i processi e l'habitat che hanno saputo creare. Alcune iniziative come il progetto Miraorti del quartiere Mirafiori di Torino e Torino città da coltivare (Tocc) hanno già iniziato a muoversi in tal senso, favorendo il dialogo tra amministrazioni locali e territorio.

    Non dimentichiamoci, tuttavia, di non sopravvalutare l'orto urbano oltre le sue reali finalità e possibilità. Come nella gestione di ogni bene comune, se il meccanismo della solidarietà non è ben calibrato e regolato, l'esperienza presenta un elevato rischio di fallimento per la creazione di conflitti (Bruni, 2012). Per la realizzazione di un orto urbano e per valorizzare la sua valenza sociale, non basta solo avere uno spazio pubblico urbano in disuso, ma è necessario avere un humus sociale fertile ben identificato, sul quale sia possibile innescare logiche di cambiamento accanto a un meccanismo di coordinamento/gestione delle relazioni.

     

    Bibliografia

    Bruni L., 2012, Le nuovi virtù del mercato nell'era dei beni comuni. Città Nuova, Roma.

    D'Abundo M. L., Carden A., M. 2008, Growing wellness: the possibility of promoting collective wellness through community garden education programs, Community Development, 39:4, pp. 83-94,

    Glover T. D., Shinew K. J., Parry D. C.,2005. Association, sociability, and civic culture: the democratic effect of community gardening, Leisure Sciences: An Interdisciplinary Journal, 27:1, pp. 75-92.

    Guitart D., Pickering C., Byrne J., 2012. Past results and future direction in urban community gardens research, Urban Forestry & Urban Greening, 11, pp. 364-373.

    Panarello P. 2011, Eco-sfide educative nel terzo millennio. Illuminazioni, 15, pp. 75-106.

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