Editoriale n.27 - Nutrire le città: verso una politica alimentare metropolitana

    di Questo indirizzo email è protetto dagli spambots. È necessario abilitare JavaScript per vederlo. (CPS – Dipartimento di Culture, Politica e Società, Università di Torino) e Questo indirizzo email è protetto dagli spambots. È necessario abilitare JavaScript per vederlo. (DIST – Dipartimento Interateneo di Scienze, Progetto e Politiche del Territorio)

    Il cibo come questione urbana è una conquista piuttosto recente. Il suo debutto nelle agende politiche delle città anglosassoni (prime fra tutte quelle canadesi e nordamericane, seguite da quelle inglesi) risale infatti ai primi anni del nuovo millennio. Si tratta di un orizzonte davvero breve se consideriamo che risorse altrettanto vitali, come l'aria e l'acqua, sono oggetto di politiche pubbliche da molto più tempo.

    Questa paradossale assenza dall'interesse e dalle priorità dei policy maker è dovuta principalmente a un'errata interpretazione del cibo, da sempre pensato in termini esclusivamente rurali e demandato alle politiche sovralocali (come la PAC per l'UE) da un lato, o al libero mercato dall'altro. A questo si sono sommati gli obiettivi dell'autosufficienza alimentare e, in seguito, quello della competitività del settore agricolo quale soluzione alle criticità d'approvvigionamento e alla regolazione dei mercati. In quest'ottica il cibo è in qualche modo "scomparso" dalle riflessioni sullo sviluppo urbano, almeno fino a quando vecchi e nuovi problemi legati alla food security e all'esternalità prodotte dal moderno sistema agro-industriale hanno assunto portata e dimensioni globali. coagulandosi quindi proprio nelle città, dove dal 2008 si concentra oltre la metà della popolazione mondiale.

    E' infatti proprio a partire dalle città e dalla popolazione urbana che negli ultimi quindici anni si è avviata un'inversione di marcia particolarmente decisiva nella transizione verso paradigmi alimentari più sostenibili ed equi, in termini sia di scelte e modalità alternative di produzione e consumo (agricoltura urbana e periurbana, filiere alternative, ecc.) sia di riappropriazione del tema del cibo da parte dell'attore pubblico, attraverso strumenti come il public procurement e, soprattutto, le strategie alimentari urbane.

    Questi elementi sono alla base di una nuova geografia alimentare che riscopre la natura multifunzionale del cibo e le profonde relazioni che esso intrattiene con molte dinamiche urbane e i relativi ambiti di policy. Più in generale, questo nuovo approccio ripensa radicalmente il concetto di cibo, che non può essere considerato un settore economico tout court, né ridotto a problematica ambientale o sociale, a una categoria merceologica o a semplice veicolo di nutrienti. Il cibo ritorna a essere una questione territoriale (nel suo senso più ampio e alto) di rapporto fra caratteristiche dei luoghi, processi sociali e produttivi. Ne consegue la necessità di passare con urgenza da singole e frammentate esperienze a un quadro sistemico e coerente di governance alimentare, capace di integrare le molteplici funzioni del cibo in rapporto alle politiche urbane e di tenere insieme la complessità di valori e interessi sottesi rifuggendo, al contempo, facili derive retoriche. Trattare il tema del "cibo in città" significa quindi cogliere i rapporti fra cibo e aria, acqua, suolo, sviluppo economico, occupazione, turismo, logistica e trasporti, cultura, salute, benessere, qualità della vita, ecc. e governarli in maniera sistemica, attraverso politiche integrate, multisettoriali e multiscalari, così come già stanno facendo molte aree urbane nell'ambito articolato e in divenire dell'Urban Food Planning.

    Anche in Italia e in Piemonte, con qualche anno di ritardo rispetto agli altri paesi, il tema della ri-territorializzazione del sistema del cibo e di una sua pianificazione integrata sta assumendo un'importanza crescente. Lo dimostrano le tante 'pratiche alimentari' che, con attori, obiettivi e riferimenti territoriali diversi strutturano, innovandolo, il rapporto cibo-città così come emerge molto bene dai contributi di questo numero di Politiche Piemonte.

    I primi tre articoli ruotano – pur affrontandolo da angolature differenti - attorno al tema dell'agricoltura urbana e peri-urbana, che costituisce il corpus di riflessioni ed esperienze più maturo all'interno dei discorsi e delle pratiche di Urban Food Planning.

    Il lavoro di Stefano Aimone, Marco Adamo e Stefano Cavaletto presenta l'esperienza del progetto strategico regionale Corona Verde, mettendo in luce le caratteristiche peculiari dell'agricoltura periurbana torinese e le sue opportunità di sviluppo, sia in termini economici, sia per il ruolo fondamentale che essa riveste nella lotta al consumo di suolo in un territorio che ha conosciuto rapidi e intensi processi di urbanizzazione.

    Il contributo di Stefano Menegat e Nevio Perna prende in esame l'agricoltura periurbana in un contesto particolare come quello dell'Anfiteatro Morenico di Ivrea, e si concentra sul rapporto con le filiere alimentari alternative e sulle nuove relazioni che esse generano fra consumatori, produttori e istituzioni.

    Di agricoltura urbana si occupa invece il lavoro di Cristiana Peano, Nadia Tecco e Ezio Giraudo che, a partire dall'esperienza di orti sociali nella provincia di Cuneo, presenta una riflessione più generale sui limiti e le opportunità di questo genere di pratiche, sempre più diffuse e, al contempo, preda di facili retoriche che rischiano di ridurne l'efficacia, almeno quanto l'assenza di un contesto coerente di policy locale.

    La necessità di operare delle sintesi rispetto ai molteplici valori e interessi, talvolta anche contrastanti, che il cibo sottende (soprattutto in relazione alle responsabilità della pubblica amministrazione) emerge molto bene nei due contributi che seguono; il saggio di Filippo Barbera e Carlo Ribotto da un lato, e quello di Simone Contu, Alessandro Cerutti, Simone Beccaro ed Elena Di Bella dall'altro. Entrambi i lavori toccano in qualche modo il rapporto fra filiera corta e ristorazione collettiva, il primo riflettendo su vincoli e opportunità dell'utilizzo dei prodotti locali nelle mense, il secondo presentando i risultati dell'analisi sull'impronta ambientale come indicatore di valore dei prodotti agroalimentari.

    Con l'ultimo contributo ci spostiamo invece dalla narrazione di singole pratiche alla lettura delle stesse in un quadro più complessivo di strategie alimentari urbane, coerentemente con il percorso evolutivo che il tema del cibo sta facendo nella sua, seppur recente, storia all'interno delle politiche pubbliche. Il saggio che abbiamo condiviso con Giacomo Pettenati ed Elena di Bella tratteggia, sulla base di ricerche attualmente in corso, precondizioni, iniziative e sinergie possibili per l'elaborazione di una strategia del cibo a Torino e coglie questa occasione per illustrare e sostenere le ragioni di una Politica Alimentare, coordinata e coerente, a tutti i livelli di governo del territorio.

    Si tratta, evidentemente, di un processo - culturale ancora prima che politico e istituzionale - lungo, complesso e non privo di insidie, che sta per essere consegnato come parte di un più ampio dibattito all'EXPO del 2015, ma che deve guardare ben oltre l'anno di eventi e sovraesposizione mediatica che lo attende.

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